#500schiavi al Mibac, la rivolta corre sul filo del web

Io dico che ci stanno mettendo alla prova: dobbiamo dimostrare di non essere choosy. Magari – provo a fantasticare – c’è un accordo sottobanco tra il ministro Bray e Letta con la Fornero che poco meno di un anno fa ci etichettò come schizzinosi. Prima ci dicono che non troviamo lavoro perché siamo choosy; poi, però, un’opportunità arriva: si chiama programma formativo ed è indetto dal Ministero dei Beni Culturali (pardon, dei Beni, delle Attività culturali e del Turismo). Si tratta di dodici mesi di “lavoro” formativo senza ferie, fatta ovviamente eccezione per i giorni rossi in calendario, pagati poco più di 400 euro, buoni pasto esclusi. Ovviamente noi laureati senza lavoro e alla disperata ricerca di metodi per sbarcare il lunario e per non gravare sulle spalle delle nostre famiglie (è sempre in agguato il rischio di essere chiamati bamboccioni) siamo tanti. E allora come selezionare ulteriormente la massa di giovani under 35 che presenterà domanda? Semplice: si richiedono i migliori laureati. Se non hai 110 e lode e una certificazione di conoscenza avanzata della lingua inglese non puoi neanche presentare domanda. Fortunatamente, poi, dopo le molteplici polemiche che si sono scatenate all’indomani della pubblicazione del bando, è stata pubblicata una sorta di rettifica: possono partecipare tutti i laureati dal 100 in poi e non è più necessaria la certificazione inglese.
Vi confesso che, appena aperta la selezione, pure io non ho battuto ciglio e mi sono subito registrata al sito in attesa di presentare domanda.
Poi mi sono fermata a riflettere.
Ho letto un bellissimo pezzo di Massimo Gramellini sull’argomento e pagine e pagine di giornali che non hanno mancato di sottolineare la notizia. Insomma, gente che ha tradotto il bando in soldoni: caro Mibac, vuoi il meglio e vuoi pagarlo di tre euro ogni ora, più o meno quanto costa un parcheggio orario nel centro di una grande città. Ma quale professione – mi domando – costa tre euro l’ora?
E allora è partito il mio spirito critico.
A quel bando di concorso ognuno di noi parteciperà per una lunga serie di motivi che non potrei mai elencare ma tra cui rientra sicuramente qualcuno di questi:
– dimostrare al mondo che non siamo choosy. Che schizzinosa forse è una classe politica e dirigente che – immersa com’è nel benessere, nel proprio mondo e nei propri problemi – nel migliore dei casi fatica a comprendere le difficoltà dei giovani laureati italiani (con o senza 110 e lode)
– formarsi ulteriormente: siamo nella società in cui una laurea e un master non bastano più. Ci vogliono qualifiche, percorsi formativi ed esperienza. Siamo nel paradosso per cui per lavorare si cercano giovani brillanti laureati con esperienza per inserirli nel mondo del lavoro. E allora mi torna in mente il discorso di un mio conoscente: mi chiedono l’esperienza anche per un tirocinio; ma se non me la fa fare nessuno questa esperienza, io come faccio a inserirmi?
– cercare di essere un minimo indipendenti dalle proprie famiglie di appartenenza: se non lo fai c’è sempre chi è pronto a definirti bamboccione. Ma poi devono ancora spiegare uno con meno di 400 euro al mese come fa a non essere bamboccione e come si mantiene fuori casa. Forse i figli dei ministri possono farlo. Ma noi comuni mortali?
– vedere proprio questi dove vogliono arrivare. C’è uno sketch forse poco conosciuto di Totò in cui l’indimenticato comico esclama: “voglio vedere proprio dove vuole arrivare”. Ebbene, vediamo dove arriviamo. Se questo bando di concorso è stato annunciato in tv come una soluzione a tutti i mali per 500 giovani italiani (ribattezzati subito dalla rete #500schiavi), forse è il caso di vedere come andrà a finire dopo quest’anno che io definire di training on the job. Difficile pensare ad assunzioni o altro: il bando dice chiaramente che “Al termine del programma formativo, è rilasciato a coloro che lo abbiano portato a termine un apposito attestato di partecipazione, valutabile ai fini di eventuali successive procedure selettive del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo e degli Istituti da esso vigilati. Il rilascio dell’attestato di partecipazione non comporta alcun obbligo di assunzione da parte del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo”.
Al di là di ogni amara considerazione, ciò che emerge è un pericoloso e pauroso scollamento tra l’idea che la politica e le istituzioni hanno della realtà e la realtà stessa.
Ho letto di una petizione lanciata in Rete che sarà poi indirizzata al ministro Bray. Qui, se vi interessa, potete leggere la risposta del ministro.
Io mi permetto di aggiungere una sola cosa: visto che la realtà – triste, lo sottolineo – è questa, forse sarebbe stato meglio evitare di presentare questo bando di concorso in grande stile, come se fosse la soluzione di tutti i mali? Qui trovate un articolo di agosto, quello con cui fu annunciato il bando.
La considerazione è amara, dettata dalla constatazione dei fatti: prima il governo non “cura” i brillanti laureati italiani, consentendo la cosiddetta fuga dei cervelli. Poi ritorna sui propri passi e propone loro un percorso formativo da poco più di 400 euro al mese. Ma non stiamo deprezzando, in tutti i sensi, la nostra cultura?

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