Paid post e native advertising, se la pubblicità sostituisce l’informazione

Ho appena letto una di quelle notizie che fanno male. Tormentano l’animo di chi ha sempre amato una professione e di chi continua a credere in uno dei mestieri più affascinanti di tutti; una notizia che fa a pezzi quel briciolo di orgoglio che resta a tutti quelli che, nonostante le mille difficoltà del momento, continuano a svolgere il proprio lavoro nella maniera più onesta possibile.
Qual è la notizia? La leggo dall’agenzia TMNews: “i quotidiani potrebbero presto chiedere agli inserzionisti di scrivere direttamente notizie per loro”.
Perché? Semplice. Le notizie scritte dagli inserzionisti pubblicitari – si spiega nel lancio di agenzia che riprende delle dichiarazioni di Meredith Levien, vicepresidente esecutivo della divisione pubblicità del New York Times – sono una fonte di ricavi destinata a crescere. Pare, infatti, che i lettori dedichino agli articoli sponsorizzati lo stesso tempo che dedicano a leggere le notizie tradizionali.
Vi dico la verità: sarò pure un po’ di parte ma io non ci credo. Posso anche credere che i lettori dedichino più tempo ad articoli sponsorizzati ma non credo proprio che i quotidiani possano abbandonare la loro funzione originaria per diventare veri e propri bollettini pubblicitari.
Capisco che il mondo della comunicazione e dell’informazione cambi e si modifichi – guai se non fosse così – ma il troppo è troppo.
La notizia di agenzia spiega anche che il New York Times ha cominciato a pubblicare dallo scorso gennaio alcuni cosiddetti “paid post”, imitando il successo di siti tipo BuzzFeed. La strategia, che tutti in gergo tecnico definiscono “native advertising” pare abbia funzionato. Gli inserzionisti lavorano in maniera integrata con la redazione, a patto che gli articoli pubblicitari siano segnalati e ben distinguibili dai lettori. Ma le dichiarazioni di Levien contraddicono – ricorda TMNews – le condizioni del Wall Street Journal che poco tempo fa aveva ricordato al mondo intero che i lettori non sono disposti a dedicare più di quindici secondi ai contenuti sponsorizzati.
Non so chi dei due giornali abbia obiettivamente ragione. Sarà solo il tempo a dirlo. Sarebbe forse il caso di cominciare ad indagare a fondo sul perché spesso anche gli articoli pubblicitari vengono preferiti dai lettori a un certo tipo di informazione. Ma istintivamente, per difesa, dignità e orgoglio di una professione spesso troppo bistrattata, io mi schiero dalla parte di quelli che continuano a credere nel giornalismo.
Credo in chi svolge questa professione con tutte le difficoltà del mondo, in chi va ancora a consumarsi la suola delle scarpe alla ricerca di una notizia, in chi passa notti insonni perché sente il peso della responsabilità sulle sue spalle; credo in chi al mattino si alza con il sorriso sulle labbra perché è orgoglioso del suo lavoro, in chi fa i sacrifici per affermare i propri sogni.
Credo in chi ama questa professione e in chi ricorda le poche, semplici, elementari regole di un mestiere. Raccontare i fatti, quello che la gente vuole sapere, senza dimenticarsi della propria morale umana e professionale: è questa la vera essenza del giornalismo. Il resto, beh, il resto è tutta un’altra cosa. Il futuro è del giornalista che non insegue i pubblicitari né i politicanti; il futuro è nelle mani di chi continua modestamente a informare l’opinione pubblica. Quella – penso – è l’informazione allo stato puro, l’essenza del giornalismo, che difficilmente potrà scomparire.

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