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La mia passione? Anche colpa di Roberto Baggio

Quando mi chiedono come mai una ragazzina abbia cominciato ad appassionarsi al calcio, al di là della certa risposta delle influenze familiari, ho una immagine ben fissa nella mente: Roberto Baggio che alza il pallone d’oro. Il mio interesse per il calcio nasce dalla curiosità per un campione, per la sua maglietta gonfiata dal vento mentre compie uno dei suoi pezzi forti, una delle sue pennellate su punizione, e dal codino che poi è simbolo di un personaggio che entra di diritto nei miti dello sport più popolare. Qualcuno lo ha definito l’ultimo dei campioni romantici. Il suo addio al calcio giocato, forse, segnò la fine di un’epoca anche nel mondo dello sport.
I cinquant’anni di Roberto Baggio oggi sono un tuffo nei ricordi, nei poster ingialliti dal tempo e nei ritagli di giornale custoditi gelosamente come una sorta di rito di iniziazione al mondo del pallone. Lui resta uno dei nostri motivi di orgoglio: un campione tutto nostro, italiano, se vogliamo essere un po’ patriottisti. Ma il suo mezzo secolo è anche il segno del tempo che passa, delle mode che cambiano, delle personalità dei campioni sempre diverse e forse un tantino più eccentriche rispetto a quelle di qualche anno fa. Però poi ci penso e mi rendo conto che sono sempre la modestia e l’umiltà a fare di un fuoriclasse un campione che sa emozionare ancora.

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Anno 2000, #ilmioprimointernet

Questa storia dei ricordi in occasione dei primi trenta anni di internet ci ha resi tutti una grande tribù di nostalgici.
Ebbene sì, ho twittato anche io seguendo l’hashtag di Repubblica #ilmioprimointernet.
Prima ho scritto una frase veloce, che sintetizza il mio primo approccio con il mondo di internet. Ma contestualmente mi sono resa conto che i caratteri di Twitter sono pochi per ricordare le emozioni e le sensazioni uniche – e se ci pensiamo oggi “assurde” – dei nostri primi collegamenti a internet.
Ma voi ricordate il rumore dei vecchi modem quando componevano tutti quei numeri che ci consentivano di connetterci a internet? E i cd che servivano a farci addentrare per la prima volta nel mondo dei provider, con le prime mail? Perfino i primi indirizzi email a me sembravano fantascienza, ma un modo di comunicare molto più simile ai vecchi walkie-talkie che a una comunicazione professionale. E chi aveva intuito che era opportuno avere per mail qualcosa tipo nome.cognome o nomecognome?
Ricordo di aver conquistato internet a fatica nell’anno della maturità. Era il 2000 e io, che già da qualche tempo avevo sentito parlare delle meraviglie della tecnologia, avevo chiesto ai miei genitori di “comprare internet” già nel 1999. Ma niente: non avevo ancora 18 anni e i miei preferirono regalarmi una delle prime Play station. Fu una guerra. Che ve lo dico a fare? Io volevo internet e mi ritrovavo con i soliti – per quanto nuovi – videogiochi.
L’età era già di per sé particolare. Avevo voglia di vedere il mondo fuori. E quel fatto di internet mi piaceva assai. Il 1999 passa alla storia anche come l’anno in cui mi fu dato il primo telefono cellulare: un Nokia 5110. Ma questa è un’altra storia.
L’anno successivo – nel 2000 – riuscì a vincere la mia battaglia e tutti in casa, chi prima e chi dopo, fummo attratti dalla novità che aveva un nome altisonante: internet. Avevamo uno dei primissimi modem collegati al doppino incrociato del telefono. Fin qui nulla di strano. Il problema era che il pc era in una stanza; la presa del telefono in un’altra. E ricordo ancora la dedizione, la passione e la magia con cui – ogni volta – per connettermi a internet srotolavo metri e metri di cavetto che passava sulle porte, a terra e sui mobili. Sarebbe forse superfluo raccontarvi che in quel periodo ruppi chilometri e chilometri di filo: a casa mia la specialità sportiva preferita era il salto della corda (o del filo telefonico) e improvvisamente qualcuno inciampava nel filo, tirandosi appresso solo il modem nel migliore dei casi.
Ricordo ancora le emozioni della prima email (che a dire il vero utilizzavo soprattutto per comunicazioni stupide) e il fascino di poter inviare sms gratis da alcuni siti web. (E a questo punto la risata di chi conosce solo Whatsapp, il mobile e gli smartphone ci sta tutta).
E come dimenticare le mail chilometriche inviate ai miei colleghi di università prima di ogni esame? Eh sì: non avevamo Facebook nè Twitter ma eravamo soliti aggiornarci con foto, testi, inciuci tramite mail. Con una mail che non era ancora personale ma familiare. Devo aver capito allora, cinque anni dopo l’avvento di internet a casa mia che forse era opportuno che ogni singolo componente della famiglia si dotasse di un indirizzo email…
Da stamattina sto cercando di ricordare: ma cosa cavolo facevo io su internet nei primi tempi? E ora ho ricordato: giocavo (la mentalità Play station non era del tutto lontana), mandavo mail, e chattavo in tempo reale con le mie amiche (e qui potrei aprire tanti altri post su quelle chat oramai dimenticate come Msn e C6).
Ok, basta, stop con i ricordi. Qui rischiamo di diventare nostalgici o – peggio ancora – se qualche nativo digitale dovesse trovarsi per caso da queste parti, rischiamo di sembrare vecchi. Forse più di quanto non ci sentiamo noi oggi, a confrontare internet di oggi con #ilmioprimointernet.

Lettera aperta al ministro Poletti

Egregio Ministro Poletti,
sento il dovere di scriverLe una lettera aperta dopo le Sue esternazioni che ieri ho avuto modo di leggere sui principali quotidiani italiani.
Le scrivo credo esternando tutti i sentimenti di quei giovani e meno giovani che, come me, si sono laureati con un tempismo perfetto e con il massimo dei voti. Mi creda: 110 e lode con menzione accademica in questa Italia non serve neanche a 23 anni (5 anni tondi tondi di università e vecchio ordinamento). Non servono ora, credo. Ma non servivano neanche dodici anni fa, quando mi affannai a chiudere per tempo il percorso di studi universitari con la fretta e l’entusiasmo di voler trovare un posto di lavoro in un mercato comunque oramai saturo.
Dalla mia parte forse avevo – e ho – un handicap: aver scelto una professione difficile (quella del giornalismo e della comunicazione) e spesso anche troppo bistrattata.
Prima di Lei, illustri suoi predecessori hanno trovato molte parole per definire noi giovani disoccupati/inoccupati e precari: ci hanno detto che siamo choosy, bamboccioni, che non abbiamo il coraggio di scegliere e forse neanche quello di prendere a morsi la vita e riprenderci i nostri sogni.
Guardando al mio caso specifico, aggiungo anche che c’è sempre perfino qualcuno pronto a precisare che quelli di Scienze della Comunicazione sono un po’ dei laureati di serie B, quasi come se si volesse indicare una facoltà come un parcheggio in attesa di altro. Ci siamo rassegnati probabilmente anche a questo. Così come ci siamo rassegnati a leggi che esistono e non si rispettano, ai diritti quotidianamente calpestati e alle belle parole che esistono solo sulla carta. Una su tutte, pensiamo alla legge 150/2000. Una grande invenzione. Una gran bella idea. Un sogno. La legge che disciplina le attività di comunicazione nelle Pubbliche Amministrazioni. Sono passati oramai quasi sedici anni dall’approvazione della legge. Ma quanti laureati in Scienze della Comunicazione ci sono nelle pubbliche amministrazioni? Quanti Urp di piccoli e medi enti pubblici funzionano come dovrebbero? Interroghiamoci.
Prima di parlare, io vorrei che Lei si mettesse anche solo per un mese nei panni dei giovani – laureati e non – che quotidianamente si barcamenano nel mondo del precariato lavorativo. Quei giovani, quelli che i suoi predecessori hanno definito bamboccioni, sarebbero sotto i ponti se non avessero una famiglia alle spalle, pronti a sostenerli sempre e comunque contro tutte le difficoltà. Sono i giovani che qualcuno ha chiamato anche “choosy”, quelli che dopo anni di studio, specializzazioni, master e dottorati, si vedono proporre sempre contratti di stage retribuiti poco e niente. Sono proprio gli stessi giovani che, entrando a fatica nel mercato del lavoro con contratti di sostituzione, tirocinio, stage o praticantato, si sentono ripetere che “ah, peccato che sei arrivato nel momento sbagliato. In altri tempi ti avremmo rinnovato subito”. Sono quelli che spesso si sentono dire “sei troppo qualificato, stiamo cercando qualcuno alla prima esperienza”. Sono i giovani delle partite Iva “perché se non fatturi non ti faccio lavorare”. Parliamo di quelli che mandano cv a destra e a manca sperando di essere almeno convocati per un colloquio, con il sogno della meritocrazia che oramai ha scalzato perfino quello del posto fisso. Ecco, la meritocrazia nel mondo di oggi meriterebbe un capitolo a parte, forse un libro. Ma siamo troppo affannati nella nostra quotidiana lotta per conquistare anche solo un contratto a progetto per fermarci a riflettere sugli aspetti etici di una società che calpesta i sogni e offende la dignità di chi ci crede.
Per concludere: questa non è una polemica, non vuole esserlo e non potrebbe esserlo. È la modesta opinione di chi certe difficoltà le vive sulla propria pelle: Ministro, i giovani di oggi non sono attaccati al voto e spesso arrivano alla laurea giovanissimi. Il problema – le dico il mio modesto parere – sta nel mercato del lavoro, non nei giovani. Per una volta, ammettiamolo: non scarichiamo le colpe addosso agli altri. Ammettiamo il fallimento di una certa politica e ripartiamo: solo così potremmo salvare i sogni, le ambizioni e le speranze delle prossime generazioni.

Internet slowdown in difesa della net neutrality

Per qualche secondo internet oggi all’ignaro navigatore degli Stati Uniti deve essere sembrato un viaggio indietro nel tempo. A quando internet era a rilento, a quando l’Adsl neanche esisteva e l’idea di guardare un film in streaming era lontana anni luce.
Oggi è il giorno della protesta della Rete in favore della Net Neutrality, la cosiddetta giornata di “Internet Slowdown”
Ed è proprio per intraprendere una lotta comune in favore della “neutralità del web” che alcuni siti in America oggi hanno indetto una vera e propria giornata della lentezza.
Il web va a passo di lumaca oggi in segno di protesta: alcuni colossi come Netflix, FourSquare, Vimeo, Mozilla, hanno deciso di protestare contro l’eventualità di internet a due velocità.
In pratica si rallenta per evitare che, in futuro, qualsiasi accordo commerciale possa in qualche modo aumentare o diminuire on line la velocità di trasmissione dei contenuti. Insomma, un mondo web in cui chi ha soldi da sganciare viaggia veloce mentre i poveri vanno a rilento. Un pericolo non da poco, che andrebbe a riversarsi sui cosiddetti utenti finali, con grandi difficoltà per i singoli, ma anche per quelle piccole aziende che intendono affermarsi o anche per le startup.
La protesta giunge pochi giorni prima della chiusura delle discussioni sulla net neutrality in America.
Lo sviluppo e la diffusione capillare del mobile hanno messo in difficoltà gli internet service provider che sono alla ricerca di nuove fonti di ricavi. Ma è giusto trovarli violando la cosiddetta neutralità della Rete? Le domande sono tante ma risulta difficile immaginare che la soluzione possa essere semplice semplice: far andare veloce chi ha soldi e tagliare le gambe alle piccole startup. Anche perché poi le conseguenze per gli utenti sarebbero di non poco conto.
Ma il discorso è molto più vasto ed esteso e si intreccia con quelle mai placate esigenze di regolamentare la Rete che sono un po’ come pretendere di portare a mare i pesci a spasso con il guinzaglio… Ma come si fa?
Il problema per ora interessa gli Usa ma – c’è da scommetterlo – prima o poi giungerà seriamente anche da noi. E per allora saremo pronti ad affrontarlo?