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Il Viminale cerca giornalista con esperienza. La paga? Gratis

Quando anche la pubblica amministrazione – e che pubblica amministrazione! – decide di assumere professionisti del giornalismo senza pagarli bisogna cominciare seriamente a preoccuparsi.
Il Ministero dell’Interno, Dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione, ha indetto lo scorso 9 marzo una “procedura comparativa per il conferimento a titolo gratuito di incarico di prestazione di lavoro autonomo occasionale per lo svolgimento delle attività di Comunicazione per le esigenze della Direzione Centrale dei servizi civili per l’immigrazione e l’asilo…“.
Il Ministero cerca un “supporto tecnico di alto contenuto specialistico nelle attività e nei processi finalizzati alla comunicazione e all’informazione pubblica istituzionale relative alle attività che si svolgono nei centri di prima accoglienz, in stretto raccordo con l’Ufficio Stampa del Sig. Ministro…“.
Un tirocinio formativo, direte voi.
E no, tutt’altro: si chiedono requisiti specifici. Il candidato dovrà essere iscritto all’elenco dei giornalisti professionisti, dovrà avere esperienza lavorativa documentabile di almeno 3 anni nel settore della comunicazione e dell’informazione, maturata nell’ambito della comunicazione istituzionale presso pubbliche amministrazioni, e un’ottima conoscenza della lingua inglese…
Ovviamente, è prevista una procedura comparativa: decido di far lavorare un professionista gratis, mi pare opportuno che selezioni anche il meglio!
A questo punto, alzo le mani! Questa storia mi avvilisce e credo mortifichi le professionalità e la dignità professionale di chi in questo lavoro ci crede.
Cosa e chi ci sia dietro questo bando (che trovate qui) non mi interessa neanche saperlo.
Il bando andrebbe ritirato perché vergognoso, è vero. So che si sono scatenati tutti e spero che si alzerà un polverone di polemiche che costringerà chi di competenza a ritirarlo.
Ma io ho un sogno: vorrei che il bando fosse ritirato per mancanza di domande di partecipazione. Come può oggi un professionista con questa esperienza continuare a pensare di lavorare gratis e per un Ministero?
Ieri – ve lo confesso – quando ho letto la nota sulla pagina “Refusi” su Facebook non ci volevo credere. Ero da cellulare e speravo vivamente che mi fosse sfuggito qualcosa. Mi aspettavo di leggere da un momento all’altro la scritta “sei su scherzi a parte”. E invece no: mi sono fermata a leggere più approfonditamente e ho dovuto constatare che quella che speravo fosse una bufala è una triste realtà.
Tra l’altro, mi pare di capire che la tendenza del Ministero dell’Interno non sia isolata: mi è stato segnalato anche un altro bando con cui il Ministero dei Beni Culturali seleziona personale “per lo svolgimento, a titolo gratuito, di collaborazione all’attività istituzionale di educazione al patrimonio storico-artistico della città di Salerno“. Non siamo nel campo del giornalismo, è vero. Ma vuoi vedere che questa è la tendenza del momento e non ce ne siamo accorti?
Riflessione a margine: la pubblica amministrazione – diciamocelo fin dall’inizio – è stato sempre il sogno di noi giornalisti e comunicatori, delusi profondamente dal mondo dell’editoria. Appariva come un porto sicuro. Una volta sperimentate le difficili dinamiche del giornalismo di strada, c’era sempre una certezza: tentare la strada della comunicazione nel settore pubblico. Una garanzia, se riuscivi a farne parte. Una garanzia ben pagata, a differenza del giornalismo. Evidentemente i tempi d’oro sono finiti anche per questo. Cosa resta? L’amarezza per un settore sempre più saturo e sottovalutato da tutti, pubblico e privato!

 

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Foto: agendabda.unict

La comunicazione non è affare per tutti

La comunicazione non è affare di tutti. E soprattutto non è competenza di chiunque. Vorrei farlo capire in qualche modo. Sono anni che ci provo, che cerco di sensibilizzare la mia ristretta cerchia di amici, conoscenti e parenti. Ogni volta che nel discorso entrano gli studi universitari, noto negli occhi e nel tono di voce di chi mi sta di fronte l’aria di compatimento. Quasi a dire “poverina, oramai l’errore lo ha fatto”. Ebbene, vorrei fosse possibile spiegare al mondo intero che iscriversi a Scienze della Comunicazione non è, non è stato e non sarà un errore. Ma restano fondamentali dei chiarimenti prima di fare un discorso del genere. Quale? Proprio quella che richiamavo in apertura: la comunicazione non è affare di tutti. Non ci si improvvisa comunicatori e non si sceglie questo percorso di studio perché “tanto non so cosa fare e almeno faccio una cosa divertente”. Questo no. Scienze della comunicazione non è assistere a uno spettacolo teatrale o cinematografico e tornare a casa. È una facoltà che può diventare divertente se segui i corsi con amore, interesse e passione; divertente proprio come chi è a Medicina perché vuole diventare medico o chi è a Giurisprudenza perché sogna di fare il notaio. Altrimenti per divertirsi si va al circo, al massimo al cinema a guardare una commedia all’italiana.
Non starò qui a tediarvi sugli sfottò che da sempre hanno accompagnato noi aspiranti comunicatori nel periodo universitario (a questo proposito ho trovato divertenti post datati ma sempre attuali e vari articoli su una serie di polemiche), ma il chiarimento è d’obbligo per il futuro dei comunicatori e per chi si appresta a entrare nel mondo del lavoro. Fino a quando non si darà pari dignità al comunicatore e all’avvocato o al medico o all’ingegnere, non andremo mai da nessuna parte. In anni e anni di lettura di bandi di concorso e selezioni varie, le ho scovate di tutte: dalla ricerca di un comunicatore laureato in Lettere a quella del giornalista che ha studiato Psicologia, finanche al comunicatore laureato, però, in Sociologia. Mi mancherebbe, come scrivevo proprio stamattina su Facebook, un giornalista laureato in Matematica: i numeri, si sa, possono sempre tornare utili!
E forse è il caso anche di dirlo una volta per tutte: giornalista non è uguale comunicatore. Il giornalista e il comunicatore lavorano entrambi nel mondo della comunicazione; ma sono figure diverse!
Spesso mi chiedo: ma se tutti fanno i comunicatori – e tutti legittimano tutti a fare i comunicatori – perché non la chiudiamo Scienze della Comunicazione?
Non è mai troppo tardi: diamo la dignità che spetta anche ai comunicatori, ai giornalisti. Sono – siamo, scusate la falsa modestia – i professionisti di un settore molto importante e delicato. È vero: i medici giocano con le vite umane; anche chi opera nel campo della comunicazione. Perché? Avete mai riflettuto sul valore delle parole? Anche le parole possono “uccidere” le persone e la loro dignità. E c’è bisogno di professionalità che hanno studiato proprio per comunicare, non del primo laureato che passa.

#500schiavi al Mibac, la rivolta corre sul filo del web

Io dico che ci stanno mettendo alla prova: dobbiamo dimostrare di non essere choosy. Magari – provo a fantasticare – c’è un accordo sottobanco tra il ministro Bray e Letta con la Fornero che poco meno di un anno fa ci etichettò come schizzinosi. Prima ci dicono che non troviamo lavoro perché siamo choosy; poi, però, un’opportunità arriva: si chiama programma formativo ed è indetto dal Ministero dei Beni Culturali (pardon, dei Beni, delle Attività culturali e del Turismo). Si tratta di dodici mesi di “lavoro” formativo senza ferie, fatta ovviamente eccezione per i giorni rossi in calendario, pagati poco più di 400 euro, buoni pasto esclusi. Ovviamente noi laureati senza lavoro e alla disperata ricerca di metodi per sbarcare il lunario e per non gravare sulle spalle delle nostre famiglie (è sempre in agguato il rischio di essere chiamati bamboccioni) siamo tanti. E allora come selezionare ulteriormente la massa di giovani under 35 che presenterà domanda? Semplice: si richiedono i migliori laureati. Se non hai 110 e lode e una certificazione di conoscenza avanzata della lingua inglese non puoi neanche presentare domanda. Fortunatamente, poi, dopo le molteplici polemiche che si sono scatenate all’indomani della pubblicazione del bando, è stata pubblicata una sorta di rettifica: possono partecipare tutti i laureati dal 100 in poi e non è più necessaria la certificazione inglese.
Vi confesso che, appena aperta la selezione, pure io non ho battuto ciglio e mi sono subito registrata al sito in attesa di presentare domanda.
Poi mi sono fermata a riflettere.
Ho letto un bellissimo pezzo di Massimo Gramellini sull’argomento e pagine e pagine di giornali che non hanno mancato di sottolineare la notizia. Insomma, gente che ha tradotto il bando in soldoni: caro Mibac, vuoi il meglio e vuoi pagarlo di tre euro ogni ora, più o meno quanto costa un parcheggio orario nel centro di una grande città. Ma quale professione – mi domando – costa tre euro l’ora?
E allora è partito il mio spirito critico.
A quel bando di concorso ognuno di noi parteciperà per una lunga serie di motivi che non potrei mai elencare ma tra cui rientra sicuramente qualcuno di questi:
– dimostrare al mondo che non siamo choosy. Che schizzinosa forse è una classe politica e dirigente che – immersa com’è nel benessere, nel proprio mondo e nei propri problemi – nel migliore dei casi fatica a comprendere le difficoltà dei giovani laureati italiani (con o senza 110 e lode)
– formarsi ulteriormente: siamo nella società in cui una laurea e un master non bastano più. Ci vogliono qualifiche, percorsi formativi ed esperienza. Siamo nel paradosso per cui per lavorare si cercano giovani brillanti laureati con esperienza per inserirli nel mondo del lavoro. E allora mi torna in mente il discorso di un mio conoscente: mi chiedono l’esperienza anche per un tirocinio; ma se non me la fa fare nessuno questa esperienza, io come faccio a inserirmi?
– cercare di essere un minimo indipendenti dalle proprie famiglie di appartenenza: se non lo fai c’è sempre chi è pronto a definirti bamboccione. Ma poi devono ancora spiegare uno con meno di 400 euro al mese come fa a non essere bamboccione e come si mantiene fuori casa. Forse i figli dei ministri possono farlo. Ma noi comuni mortali?
– vedere proprio questi dove vogliono arrivare. C’è uno sketch forse poco conosciuto di Totò in cui l’indimenticato comico esclama: “voglio vedere proprio dove vuole arrivare”. Ebbene, vediamo dove arriviamo. Se questo bando di concorso è stato annunciato in tv come una soluzione a tutti i mali per 500 giovani italiani (ribattezzati subito dalla rete #500schiavi), forse è il caso di vedere come andrà a finire dopo quest’anno che io definire di training on the job. Difficile pensare ad assunzioni o altro: il bando dice chiaramente che “Al termine del programma formativo, è rilasciato a coloro che lo abbiano portato a termine un apposito attestato di partecipazione, valutabile ai fini di eventuali successive procedure selettive del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo e degli Istituti da esso vigilati. Il rilascio dell’attestato di partecipazione non comporta alcun obbligo di assunzione da parte del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo”.
Al di là di ogni amara considerazione, ciò che emerge è un pericoloso e pauroso scollamento tra l’idea che la politica e le istituzioni hanno della realtà e la realtà stessa.
Ho letto di una petizione lanciata in Rete che sarà poi indirizzata al ministro Bray. Qui, se vi interessa, potete leggere la risposta del ministro.
Io mi permetto di aggiungere una sola cosa: visto che la realtà – triste, lo sottolineo – è questa, forse sarebbe stato meglio evitare di presentare questo bando di concorso in grande stile, come se fosse la soluzione di tutti i mali? Qui trovate un articolo di agosto, quello con cui fu annunciato il bando.
La considerazione è amara, dettata dalla constatazione dei fatti: prima il governo non “cura” i brillanti laureati italiani, consentendo la cosiddetta fuga dei cervelli. Poi ritorna sui propri passi e propone loro un percorso formativo da poco più di 400 euro al mese. Ma non stiamo deprezzando, in tutti i sensi, la nostra cultura?