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Diario di un laboratorio di giornalismo alle superiori

Sezione: diario di una cronista precaria, per qualche giorno catapultata a scuola per un velocissimo laboratorio di giornalismo.
C’è ancora speranza per questa professione. Esco dal Liceo in cui sono stata tre giorni con questa convinzione: ce la possiamo fare.
Per la prima volta quest’anno ero entrata in aula la scorsa settimana. Come sempre mi erano un po’ cadute le braccia: tanti giovani, tantissimi, pronti ad ascoltare una sommaria lezione sul giornalismo e sulle dinamiche che regolano il mondo dell’informazione. Come al solito, però, io voglio capire: non posso parlare da sola. Odio le lezioni frontali. Credo annoino alla lunga. Preferisco capire cosa pensa chi mi sta di fronte. E allora voglio capire se questi giovani leggono i giornali, come si informano e perché. E allora via con le domande. Emerge un quadro a tinte fosche. Ma niente di terribilmente diverso da quello che immaginiamo.
I giovani di oggi – rendiamocene conto una volta per tutte – leggono quasi mai un quotidiano: lo ritengono vecchio, con un linguaggio poco adeguato e qualcuno addirittura mi confessa di trovarsi in difficoltà nel momento in cui si trova faccia a faccia con un quotidiano di carta: troppo grande anche il formato tabloid e – a loro dire – poco maneggevole. E diciamocela tutta: oramai anche i genitori di oggi difficilmente acquistano un quotidiano: si informano principalmente on line. Viene meno, dunque, anche quel primo e sommario contatto con la carta stampata che hanno avuto tutti quelli della mia generazione. Ricordate i quotidiani sparsi per casa e la curiosità di cominciare a leggere qualcosa fin da piccoli? Ecco, quella curiosità oggi non esiste più per il cartaceo: è oramai tutto in digitale. Ma se non trovo un giornale su un divano dove magari trovo l’iPad, arriverò lo stesso tramite tablet a leggere qualche informazione? Difficile! Più semplice che possa perdermi nel magico mondo di internet o che, pure andando alla ricerca di notizie, vada a sbattere in qualche sito di informazione poco serio che ama attrarre click e dà informazioni palesemente manipolate.
Ma torniamo ai giovani alunni. Perché i quotidiani per i giovani di oggi sono vecchi? Forse perché di carta? No, per il linguaggio, mi dice una vocina dall’ultimo banco. Troppo spesso – mi confessano – non si capisce niente. Troppa politica e spiegata male. Forse perché – mi confessa un altro – il vero fine dell’informazione è quello di manipolarla, non quella di informare la gente come voi dite.
Una ragazza dal secondo banco mi chiede con aria interrogativa: ma voi veramente siete obiettivi? Mi dilungo a parlare di onestà, soggettività, tendenza all’obiettività per convincerli del fatto che un giornalista non saprà mai la verità, ma solo una parte della verità. Incrocio occhi curiosi, a tratti stanchi ma anche desiderosi di capire i meccanismi che regolano una delle professioni più maledettamente ambite.
I dubbi ci sono e sono tanti. Inutile negarlo. I tre giorni volano via in un battibaleno. Poi, nell’ultima lezione, prima di andare via la scrivania e la mail si riempiono di articoli. Sono gli articoli che i giovani di oggi vorrebbero leggere sui quotidiani e sugli organi di informazione. Il primo giorno mi avevano confessato una sorta di paura per le brutte notizie e per i telegiornali, sempre più infarciti di cronaca nera, che alimentano sempre più allarmismi. Oggi sulla scrivania ritrovo articoli positivi, resoconti di attività culturali e sportive. Ma su quella scrivania ritrovo la speranza. Avvicinare i giovani alla lettura non è difficile. Basta cogliere i loro interessi e renderli partecipi. Lo deve capire anche l’attuale mondo dell’informazione. Altrimenti tra venti anni chi leggerà i quotidiani?

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edicole, giornali, carta e digitale

Stamattina sono passata in edicola. Non ci andavo da giorni. Non perché io non legga, anzi. Ultimamente mi sono convertita in maniera definitiva al digitale. La versatilità del digitale ha avuto la meglio sul piacere di sfogliare il quotidiano di carta e sul profumo inebriante della carta stampata che da sempre mi affascina. Non essendo spesso a casa, infatti, riesco molto più facilmente a portare con me i quotidiani in digitale – che leggo tranquillamente su ogni dispositivo senza portare pesi.
Oggi però sono passata in edicola per ritirare un libro e un po’ anche perché spesso mi manca il profumo dei giornali. Una sommaria chiacchierata con l’edicolante – partita dall’oramai vecchia notizia dell’addio di Wired alla carta stampata – mi ha messo un po’ di tristezza.
Ho pensato a lungo alla mia storia con Wired, all’incontro fortuito dei primi anni e a una fedeltà incrollabile che mi ha portato a comprare e a tenere da parte anche l’ultima copia cartacea. E poi mi sono soffermata anche a riflettere sulla crisi dell’editoria che oramai non lascia scampo a nessuno.
Dalla chiacchierata – semmai ci fosse stato bisogno di conferme – è emerso che il numero di copie vendute, anche per quotidiani locali e nazionali, è sempre più basso. Colpa di un giornalismo che non cambia? O della crisi strutturale, non solo economica, di cui oramai sappiamo tutti?

Foto: vip.it

Giornalisti, tessera e tesserino. Con il “patentino” si guida!

“Ciao, lo sai? A breve prendo il patentino. Così sarò anche io giornalista”.
Io il “patentino” – come lo chiama lui – a questo simpatico giovane lo avrei tolto prima della consegna.
Facciamo chiarezza una volta per tutte: la tessera di giornalista si chiama tessera, appunto. Al massimo tesserino. Non chiamatela “patente” né “patentino”: vi fa perdere punti. Fosse per me, vi farebbe perdere anche il diritto di iscrizione. Sì, è solo una questione linguistica e – come tale – alla fine si tratta di una convenzione con cui definiamo un oggetto con un determinato nome. Ma per essere giornalisti è importante essere attenti e accurati anche nel linguaggio. E, vi prego, cominciamo a chiamare le cose che abbiamo con il loro nome corretto. Come potremmo scrivere bene di ciò che conosciamo meno, sennò?

Giornalisti, uno ogni 526 italiani

“Quanti giornalisti ci sono in Italia?”. A me lo chiedono spesso. Stringi la mano a una persona appena conosciuta e l’amico in comune ti dice: “Sai, Barbara è una giornalista”. Tralasciando i motivi (provocatori o semplicemente curiosi) che spingono gli interlocutori a pormi la domanda, posso dire che da oggi in poi saprò cosa rispondere con precisione. Grazie al rapporto che qualche giorno fa ha presentato Lsdi (Libertà di Stampa Diritto all’Informazione).
Siamo tanti, su questo non c’è dubbio. Siamo un giornalista ogni 526 abitanti (bambini compresi) in Italia. Il rapporto specifica che il numero di giornalisti in Italia continua a crescere, confermando il trend degli anni scorsi, ma con un ritmo più lento. In Cina – dice sempre il rapporto – la percentuale è un giornalista ogni 4.303 abitanti. Ma è ovvio che in Cina ci sono discorsi diversi, relativi anche al numero della popolazione che influenzano la percentuale che ci interessa commentare.
Lsdi presenta la situazione italiana come un paradosso: di tutti i giornalisti italiani, solo 48 mila risultano attivi. Il riferimento è a tutti coloro che hanno, per esempio, aperta anche una posizione Inpgi. Il resto della popolazione giornalistica è di fatto “invisibile”. E si tratta di una percentuale che si attesta quasi intorno al 50%.
La percentuale di giornalisti attivi – intesi come coloro che fanno del giornalismo la professione unica o prevalente, coloro che svolgono altre attività professionali e fanno anche giornalismo, e coloro che fanno giornalismo ma con retribuzioni molto basse – risulta comunque in lieve aumento rispetto agli anni passati. Con un dato abbastanza evidente: alla fine del 2012, tutti i giornalisti con una posizione Inpgi effettiva risultano così divisi: 19.319 nel campo del lavoro subordinato e 28.408 tra liberi professionisti e co.co.co. Dati che mettono in evidenza una tendenza da tempo sotto gli occhi di tutti: si riduce il numero di giornalisti con un lavoro dipendente e l’area del lavoro autonomo (pensiamo anche al popolo della partita Iva) continua ad allargarsi. In tredici anni – evidenzia il rapporto Lsdi – il rapporto lavoratori subordinati/lavoratori autonomi si è ribaltato: nel 2000 il lavoro autonomo era prerogativa di un giornalista su tre; nel 2012 i giornalisti/lavoratori autonomi sono diventati sei su dieci.
Tra le righe si legge il racconto di una professione che cambia, in un periodo di crisi, enfatizzando, oltretutto, anche la crisi del lavoro dipendente.
Il problema è un solo numero: 50.365 giornalisti che risultano iscritti all’Ordine e che non hanno alcuna posizione Inpgi. Giornalisti invisibili, coloro che teoricamente non fanno giornalismo di professione, ma che costituiscono una bella fetta della categoria professionale: il 49%.
Nota di colore: oltre a un giornalismo prevalentemente “invecchiato” (parlano questioni anagrafiche), la ricerca mette in evidenza anche le differenze di genere: i giornalisti sono 42% donne e 58% uomini. Anche se qualcuno evidenzia come sia ancora rara la presenza delle donne ai vertici degli organismi della professione.
Il testo completo della ricerca è disponibile qui.