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Se il lettore si interroga sul rapporto tra diritto di cronaca e rispetto delle persone…

Torno a scrivere dopo tanto tempo per una considerazione che stamattina mi è venuta spontanea. Riguarda il rapporto tra il diritto di cronaca e il rispetto delle persone. Io ne ho sempre parlato. Ne hanno sempre parlato gli addetti ai lavori. Ma, sfogliando le pagine dei social e del Corriere della Sera, stamattina ho notato che sono stati alcuni lettori a porsi domande circa il bilanciamento tra il diritto di cronaca e il rispetto delle persone. E ne sono stata felice.
Non ho letto i resoconti di cronaca a cui si fa riferimento. Ma sono contenta di leggere queste lettere.
Un lettore che pone l’interrogativo #etico e di #coscienza a un #giornalista è sempre una bella notizia, specie se le considerazioni nascono sul delicato rapporto tra diritto di cronaca e rispetto delle persone.

http://www.corriere.it/lettere-al-direttore/12-02-2018/index.shtml

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giornalismo d’altri tempi

Altro ‪giornalismo‬, altri tempi. Ma fa sempre un certo effetto rileggere certi scritti.

Porrei enfasi sulle scuse preventive al lettore: “Vi dico solo quello che ho visto io. E vi chiedo preventivamente scusa se vi parrà troppo poco“.

E se l’‪‎informazione‬ potesse ripartire seriamente da qui? Da un bagno di ‪#‎umiltà‬ e ‪#‎onestà‬ oltre che da un rispetto profondo per i ‪lettori‬?

“Questa è la storia della battaglia di Budapest e il lettore mi perdoni se la riferiamo con tanto ritardo. Mentre la combattevano, i russi ci tolsero il mezzo di raccontarla; e, in fondo, non ci resta che ringraziarli per averci tolto solo questo. È una storia parziale, naturalmente, come del resto lo sono tutte le storie. Non abbiamo che due occhi e siamo stati costretti a servircene con parsimonia, usandone uno per raccontare ciò che succedeva a Budapest e l’altro per sorvegliare che non succedesse altrettanto a noi. Tenete a mente che nessuno ha visto tutto. Vi dico solo quello che ho visto io. E vi chiedo preventivamente scusa se vi parrà troppo poco” (Indro Montanelli, Corriere della Sera, 1956)

Il valore dell’informazione, una riflessione

Quando entro nelle scuole capisco che c’è ancora speranza per il mondo del giornalismo. Lo leggo negli occhi degli alunni attenti e nelle menti di coloro che – anche se giovani – capiscono appieno l’importanza di una professione che spesso perde di vista i suoi obiettivi.
Quando con aria interrogativa chiedo loro se hanno idea delle retribuzioni dei giornalisti oggi, mi rendo conto di quanto sia bello il mondo visto con gli occhi di un adolescente e di quanto potrebbe essere bella questa professione senza i problemi con cui ci scontriamo tutti quotidianamente.
Capisco l’importanza che loro danno a questo mestiere quando con gli occhi lucidi uno di loro mi risponde: “prof., io penso che i giornali pagano mille euro per un articolo importante“. Ecco, questo è il valore che un giovane dà all’informazione. Non deludiamoli. Continuiamo a fare il nostro mestiere al meglio, nonostante le difficoltà. C’è ancora chi crede nei valori e nell’etica dell’informazione. Prima ancora che qualcuno arrivi a spiegargliela.

I comandamenti del giornalismo, non solo “slow”

Ieri ho letto con interesse, approvato e ri-pubblicato sulla mia bacheca Facebook un decalogo particolare. Lo ha scritto la redazione di Slow News, una testata giornalistica che seleziona – a pagamento – storie per i propri lettori e le invia ai “clienti” via mail.
La notizia, pubblicata da Primaonline, si chiude con una frase importante, ripresa dal sito della testata: “Si parla di tempo – si legge sul sito – che è la nostra unica ricchezza, ma anche di fiducia, di onestà, di riconoscenza, di responsabilità, di etica. Si parla di un lavoro, l’arte di fare informazione, che secondo noi è molto lontano da essere morto”.
Io dico che gran parte di questi “comandamenti” scelti da Slow News sono perfetti per tutta l’informazione: dal giornalismo tradizionale a quello web, dalla tv, alla radio e ai nuovi media. Perché in fondo ne sono convinta da tempo: il giornalismo può rinascere se ritrova la sua etica.
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Foto di Aylan, vi dico la mia…

Ho atteso volutamente a lungo prima di scrivere quattro parole sulla fotografia del piccolo siriano morto sulla spiaggia che quasi tutti i media ci hanno sbattuto in faccia nei giorni scorsi.
Ho atteso perché mi hanno insegnato che se su una cosa rifletti per bene poi riesci a scriverne meglio.
Ho atteso perché quella immagine ha colpito anche me, proprio come è successo a tutti. Ho atteso anche per una forma di rispetto verso un bambino che oggi non c’è più e che tutti abbiamo mediaticamente pianto senza neanche conoscerlo, ascoltando avidamente notizie sulla sua storia, sulla sua fuga, sulla sua famiglia e sui suoi sogni che si sono miseramente spenti sulla battigia.
Ora mi sono detta che forse vale la pena sviscerare l’argomento, porsi dei dubbi, porli pubblicamente. Anche solo per spiegare cos’è il giornalismo oggi, dove stiamo andando, cosa ci attende.
Della storia di Aylan oggi sappiamo quasi tutto: la fuga, la famiglia, i sogni. Spesso i giornali ci hanno pateticamente informato su particolari che avrebbero potuto anche omettere. Penso ai racconti suggestionanti della spiaggia della Turchia su cui i bambini hanno giocato e su cui il piccolo siriano ha trovato la morte, al racconto patetico dei sogni del piccolo che si sono infranti sulla battigia su cui forse sognava di giocare come tutti i bambini. Mi riferisco a quei particolari della storia – quelli che in Campania definiremmo “ricami”, con un solo termine che spiega per bene la situazione – che, pure se scritti benissimo, forse hanno valicato un po’ i confini della cronaca, avvicinandosi al racconto e alla trasmissione di emozioni più che alla mera informazione.
So benissimo che chi ha pubblicato quella fotografia – anche giornalisti solitamente molto attenti all’etica e alla deontologia della professione – lo ha fatto per “scuotere le coscienze”.
Ho letto con molta attenzione i vari articoli pubblicati nei giorni in cui la fotografia è stata pubblicata e quelli che sono arrivati dopo. Tra questi, anche l’editoriale di Mario Calabresi su “La Stampa”: “Nascondere questa immagine – ha scritto Calabresi – significava girare la testa dall’altra parte, far finta di niente…”.
E così la foto del piccolo Aylan morto sulla spiaggia è finita praticamente ovunque: sui nostri pc, sui giornali, sugli schermi di smartphone e tablet. È diventata la foto – immagine molto dura – simbolo di una tragedia. C’è chi dice sia servita a svegliarci dal torpore, a spiegarci che nel mondo sta accadendo anche questo, che ci sono storie che – pure se così drammatiche – meritano di essere raccontate e viste.
Difficile capire dove sia il giusto. Ancora più difficile oggi fare giornalismo nell’era dell’informazione pervasiva: la foto potrà non essere pubblicata da organi di informazione ma finirà comunque on line tramite i social o tramite blog. Risulta facile immaginare la solitudine del giornalista mentre deve decidere se mandare o meno in stampa una foto del genere; o forse risulta ancora più facile alimentare il chiacchiericcio dei giorni successivi, con commenti a destra e a manca su una scelta e su un’altra.
La foto di un bambino morto non si pubblica, questo lo sappiamo tutti. Ma quella è davvero un’immagine che fa eccezione? Davvero se sbattiamo quella immagine in faccia al mondo troviamo una soluzione a un problema serio? Siamo oramai abituati alle foto usa e getta, a selfie e alle foto da social. La foto, quella foto del piccolo Aylan, sarà riuscita a scuotere l’opinione pubblica come auspicava la maggior parte dei giornalisti che hanno deciso di pubblicarla?
Quella foto entrerà sicuro nella storia. Come immagine simbolo o come caso per gli studiosi di giornalismo.
Io resto fermamente convinta che la sensibilità del giornalista, la sua etica, il suo filtro tra il mondo e i lettori possano essere la soluzione a tutti i problemi che attraversa oggi il mondo dell’informazione. Il giornalismo che non filtra, non seleziona, non approfondisce, non indaga è nient’altro che una massa indistinta rispetto alle informazioni di social media e blog. Solo le inchieste, il filtro, la selezione, le scelte – anche con il coraggio di farne controcorrente – potranno salvare l’informazione. E forse anche farla ritornare al suo scopo primario: informare i lettori e stabilire con loro un rapporto di fiducia consolidato che va al di là dello scoop e del sensazionalismo.