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Foto di Aylan, vi dico la mia…

Ho atteso volutamente a lungo prima di scrivere quattro parole sulla fotografia del piccolo siriano morto sulla spiaggia che quasi tutti i media ci hanno sbattuto in faccia nei giorni scorsi.
Ho atteso perché mi hanno insegnato che se su una cosa rifletti per bene poi riesci a scriverne meglio.
Ho atteso perché quella immagine ha colpito anche me, proprio come è successo a tutti. Ho atteso anche per una forma di rispetto verso un bambino che oggi non c’è più e che tutti abbiamo mediaticamente pianto senza neanche conoscerlo, ascoltando avidamente notizie sulla sua storia, sulla sua fuga, sulla sua famiglia e sui suoi sogni che si sono miseramente spenti sulla battigia.
Ora mi sono detta che forse vale la pena sviscerare l’argomento, porsi dei dubbi, porli pubblicamente. Anche solo per spiegare cos’è il giornalismo oggi, dove stiamo andando, cosa ci attende.
Della storia di Aylan oggi sappiamo quasi tutto: la fuga, la famiglia, i sogni. Spesso i giornali ci hanno pateticamente informato su particolari che avrebbero potuto anche omettere. Penso ai racconti suggestionanti della spiaggia della Turchia su cui i bambini hanno giocato e su cui il piccolo siriano ha trovato la morte, al racconto patetico dei sogni del piccolo che si sono infranti sulla battigia su cui forse sognava di giocare come tutti i bambini. Mi riferisco a quei particolari della storia – quelli che in Campania definiremmo “ricami”, con un solo termine che spiega per bene la situazione – che, pure se scritti benissimo, forse hanno valicato un po’ i confini della cronaca, avvicinandosi al racconto e alla trasmissione di emozioni più che alla mera informazione.
So benissimo che chi ha pubblicato quella fotografia – anche giornalisti solitamente molto attenti all’etica e alla deontologia della professione – lo ha fatto per “scuotere le coscienze”.
Ho letto con molta attenzione i vari articoli pubblicati nei giorni in cui la fotografia è stata pubblicata e quelli che sono arrivati dopo. Tra questi, anche l’editoriale di Mario Calabresi su “La Stampa”: “Nascondere questa immagine – ha scritto Calabresi – significava girare la testa dall’altra parte, far finta di niente…”.
E così la foto del piccolo Aylan morto sulla spiaggia è finita praticamente ovunque: sui nostri pc, sui giornali, sugli schermi di smartphone e tablet. È diventata la foto – immagine molto dura – simbolo di una tragedia. C’è chi dice sia servita a svegliarci dal torpore, a spiegarci che nel mondo sta accadendo anche questo, che ci sono storie che – pure se così drammatiche – meritano di essere raccontate e viste.
Difficile capire dove sia il giusto. Ancora più difficile oggi fare giornalismo nell’era dell’informazione pervasiva: la foto potrà non essere pubblicata da organi di informazione ma finirà comunque on line tramite i social o tramite blog. Risulta facile immaginare la solitudine del giornalista mentre deve decidere se mandare o meno in stampa una foto del genere; o forse risulta ancora più facile alimentare il chiacchiericcio dei giorni successivi, con commenti a destra e a manca su una scelta e su un’altra.
La foto di un bambino morto non si pubblica, questo lo sappiamo tutti. Ma quella è davvero un’immagine che fa eccezione? Davvero se sbattiamo quella immagine in faccia al mondo troviamo una soluzione a un problema serio? Siamo oramai abituati alle foto usa e getta, a selfie e alle foto da social. La foto, quella foto del piccolo Aylan, sarà riuscita a scuotere l’opinione pubblica come auspicava la maggior parte dei giornalisti che hanno deciso di pubblicarla?
Quella foto entrerà sicuro nella storia. Come immagine simbolo o come caso per gli studiosi di giornalismo.
Io resto fermamente convinta che la sensibilità del giornalista, la sua etica, il suo filtro tra il mondo e i lettori possano essere la soluzione a tutti i problemi che attraversa oggi il mondo dell’informazione. Il giornalismo che non filtra, non seleziona, non approfondisce, non indaga è nient’altro che una massa indistinta rispetto alle informazioni di social media e blog. Solo le inchieste, il filtro, la selezione, le scelte – anche con il coraggio di farne controcorrente – potranno salvare l’informazione. E forse anche farla ritornare al suo scopo primario: informare i lettori e stabilire con loro un rapporto di fiducia consolidato che va al di là dello scoop e del sensazionalismo.

Selfie, sostantivo maschile o femminile?

Chi mi conosce sa che i dubbi per me sono all’ordine del giorno. Dubbi come sinonimo di chi si interroga e si informa sulla lingua italiana ma anche su tanti perché.
Per esempio, da tempo mi pongo una domanda che ronza con insistenza nel cervello: si dice il selfie o la selfie?
L’istinto mi porta a identificare “selfie” come maschile e dunque non ho e non ho avuto difficoltà nell’anteporre alla parola l’articolo “il”. Ma è corretto? E perché alcuni, invece, trattano “selfie” come una parola al femminile? Secondo me dipende da una semplice associazione mentale: selfie=autoscatto? O selfie=fotografia?
Con la speranza di trovare una risposta ai miei perché mi sono imbattuta in una serie di informazioni fornite dall’Accademia della Crusca. E ho scoperto che – riscrivo le parole usate dall’Accademia della Crusca – la parola selfie «si trova attualmente in una fase di incertezza riguardo al genere grammaticale, con una prevalenza della scelta del genere maschile: 3.900 risultati per “il selfie”, 1.400 per “la selfie”; 4.500 risultati per “un selfie”, 2.020 per “una selfie”. L’oscillazione della preferenza tra l’articolo maschile o femminile dipende dal prevalere alternato dell’idea del corrispondente italiano “autoscatto” o “fotografia”. Notiamo tuttavia che la prevalenza del determinativo maschile può essere additata all’attrazione esercitata dagli altri composti di self- presenti in italiano (self-control, self-service, serf-help, serf-government), mentre quella dell’indeterminativo femminile dal magnetismo giocato da espressioni quali “spararsi una dose”, “spararsi una posa” e simili sul contesto ricorrente “spararsi un selfie”».
Ho imparato così, sempre grazie all’Accademia della Crusca, che il termine è entrato a far parte dell’uso comune della nostra lingua come un prestito non adattato dall’inglese, parola composta dal “self” e dal suffisso “-ie”.
La parola in Inghilterra compare on line nei primi anni del 2000, mentre nel 2005 viene registrata dagli utenti di Urban Dictionary, vocabolario presente in rete e compilato dagli stessi utenti. Nel 2013, invece, sempre in Inghilterra, il riconoscimento di “parola dell’anno” da parte degli Oxford Dictionaries.
La prima apparizione della parola in Italia, su un giornale on line pare risalga – stando sempre a quanto sostenuto dall’Accademia della Crusca – a un articolo di Vanity Fair del dicembre 2012.
E allora, siamo pronti per un selfie? 🙂