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Riflessioni sul futuro dei giornali, video di DataMediaHub

Oggi vi propongo un video di riflessione, a tratti illuminante, sul tema “business model e vita semiseria di redazione”, pubblicato dall’account Youtube DataMediaHub.
Uno spunto per una riflessione futura.

I comandamenti del giornalismo, non solo “slow”

Ieri ho letto con interesse, approvato e ri-pubblicato sulla mia bacheca Facebook un decalogo particolare. Lo ha scritto la redazione di Slow News, una testata giornalistica che seleziona – a pagamento – storie per i propri lettori e le invia ai “clienti” via mail.
La notizia, pubblicata da Primaonline, si chiude con una frase importante, ripresa dal sito della testata: “Si parla di tempo – si legge sul sito – che è la nostra unica ricchezza, ma anche di fiducia, di onestà, di riconoscenza, di responsabilità, di etica. Si parla di un lavoro, l’arte di fare informazione, che secondo noi è molto lontano da essere morto”.
Io dico che gran parte di questi “comandamenti” scelti da Slow News sono perfetti per tutta l’informazione: dal giornalismo tradizionale a quello web, dalla tv, alla radio e ai nuovi media. Perché in fondo ne sono convinta da tempo: il giornalismo può rinascere se ritrova la sua etica.
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Giornalismo, giovani e speranze

giornalistaIn un mestiere fatto oramai quasi esclusivamente dalle parole “crisi” e “non c’è spazio per nessuno” capisci che c’è speranza quando, in uno dei tanti incontri nelle scuole, una ragazzina ti dice: “Io voglio fare la giornalista per essere libera e dire la verità“.
E allora d’un tratto torni bambina anche tu. E si mette in moto un replay in cui tiri fuori tutti i sogni che avevi chiuso in un cassetto, qualche volta per disperazione, spesso perché pensavi di essere l’unica a combattere contro i mulini al vento. Li tiri fuori, i sogni, e li riattualizzi. Fermandoti a pensare che non tutto è perduto. Perché – è vero – magari i giovani di oggi i giornali non li leggono; ma i ragazzi di oggi hanno ancora ben presente il senso di una professione da troppi bistrattata. E se i giornali non li leggono (perché spesso dichiarano di trovarli vecchi) magari non è solo per colpa loro. C’è ancora speranza nel futuro di questa professione. La speranza degli ideali, la speranza di chi crede ancora nel futuro. Nel giornalismo come nella vita!

Foto: lsdi.it

Mediapart: ciò che non costa non vale?

«Il web per tutti è sinonimo di gratuità«. Alzi la mano chi, in qualsiasi momento della sua vita, da quando il web 2.0 imperversa, non se lo sia sentito ripetere almeno un paio di volte. Specie quando si parla di informazione.
E invece no: non è detto che internet debba essere sinonimo di informazioni diffuse in maniera gratuita. O almeno pare che possa esserci una soluzione diversa. Quale?
L’esempio – di cui parla “La Stampa” nell’edizione di oggi on line – viene dalla Francia e si chiama Mediapart. Si tratta di un progetto di informazione a pagamento esclusivamente on line. Il giornale si legge su internet, si paga ma non ha né pubblicità né editori (nel senso peggiore del termine che intendiamo noi). In sintesi estrema: l’unico padrone del giornale è il lettore.
Detta così sembra la teorizzazione di una vecchia idea – molto idealistica e poco reale – del modo di fare informazione.
Invece il giornale – dal 2008 guidato da una vecchia volpe del giornalismo francese, Edwy Plenel, ex direttore di Le Monde – esiste davvero e qualche giorno fa ha festeggiato i centomila lettori.
La Stampa riferisce che lo slogan della serata sia stata una profezia poco profetica: «Credete nella mia esperienza: Mediapart non funzionerà mai, la stampa sulla Rete non può essere che gratuita». La frase fu pronunciata nel 2007 da Alain Minc, un esperto di editoria e finanza, alla vigilia della nascita del nuovo progetto.
In realtà il fatto che nel web tutto debba essere gratuito è una semplice constatazione che facciamo quotidianamente ed è una convinzione che sembra oramai indistruttibile. Spesso ce ne facciamo una colpa (e quando scrivo al plurale intendo tutti quelli che gravitano, in un modo o in un altro, nel mondo dell’informazione): aver “concesso” inizialmente l’informazione on line in maniera gratuita ci ha condannato. Una convinzione radicata, certo; ma potrebbe non essere così. Almeno non in parte.
Oggi Mediapart è una realtà con 52 dipendenti, con un bilancio nel 2014 di poco meno di 9 milioni di euro e con un attivo di 1,3. I numeri parlano di centomila abbonati, duecentomila visitatori al giorno: cifre da gradi giornali che però, a differenza di Mediapart, beneficiano anche di finanziamenti pubblici.
Le ragioni del successo, secondo il direttore Plenel sono molteplici: innanzitutto – dice – «abbiamo scoperto che il virtuale è reale»; poi conta molto la partecipazione dei lettori, l’interazione tanto sbandierata dal momento della nascita del web 2.0. E – dice Plenel con un concetto particolarmente innovativo rispetto ai soliti luoghi comuni – il digitale permette la valorizzazione, si conserva più della carta e non fa perdere la memoria, come invece farebbe l’informazione tradizionale ossessionata dall’attualità.
Ma che notizie riporta Mediapart? Il direttore viene considerato come un giornalista ossessionato dallo scoop. Non a caso Plenel ha dichiarato che «per noi fare giornalismo significa sempre prendere posizione, fare inchieste e dare notizie che gli altri non hanno».
La formula innovativa comporta per i lettori il pagamento di un abbonamento mensile di 9 euro oppure un annuale di 90 euro.
In conclusione? A mio avviso il caso Mediapart sembra mettere in risalto una logica mai troppo scontata: ciò che non costa non vale (e su questo si potrebbe aprire un capitolo infinito sui costi/prezzi delle collaborazioni giornalistiche. Ma sarà meglio parlarne in altra sede…).

Paid post e native advertising, se la pubblicità sostituisce l’informazione

Ho appena letto una di quelle notizie che fanno male. Tormentano l’animo di chi ha sempre amato una professione e di chi continua a credere in uno dei mestieri più affascinanti di tutti; una notizia che fa a pezzi quel briciolo di orgoglio che resta a tutti quelli che, nonostante le mille difficoltà del momento, continuano a svolgere il proprio lavoro nella maniera più onesta possibile.
Qual è la notizia? La leggo dall’agenzia TMNews: “i quotidiani potrebbero presto chiedere agli inserzionisti di scrivere direttamente notizie per loro”.
Perché? Semplice. Le notizie scritte dagli inserzionisti pubblicitari – si spiega nel lancio di agenzia che riprende delle dichiarazioni di Meredith Levien, vicepresidente esecutivo della divisione pubblicità del New York Times – sono una fonte di ricavi destinata a crescere. Pare, infatti, che i lettori dedichino agli articoli sponsorizzati lo stesso tempo che dedicano a leggere le notizie tradizionali.
Vi dico la verità: sarò pure un po’ di parte ma io non ci credo. Posso anche credere che i lettori dedichino più tempo ad articoli sponsorizzati ma non credo proprio che i quotidiani possano abbandonare la loro funzione originaria per diventare veri e propri bollettini pubblicitari.
Capisco che il mondo della comunicazione e dell’informazione cambi e si modifichi – guai se non fosse così – ma il troppo è troppo.
La notizia di agenzia spiega anche che il New York Times ha cominciato a pubblicare dallo scorso gennaio alcuni cosiddetti “paid post”, imitando il successo di siti tipo BuzzFeed. La strategia, che tutti in gergo tecnico definiscono “native advertising” pare abbia funzionato. Gli inserzionisti lavorano in maniera integrata con la redazione, a patto che gli articoli pubblicitari siano segnalati e ben distinguibili dai lettori. Ma le dichiarazioni di Levien contraddicono – ricorda TMNews – le condizioni del Wall Street Journal che poco tempo fa aveva ricordato al mondo intero che i lettori non sono disposti a dedicare più di quindici secondi ai contenuti sponsorizzati.
Non so chi dei due giornali abbia obiettivamente ragione. Sarà solo il tempo a dirlo. Sarebbe forse il caso di cominciare ad indagare a fondo sul perché spesso anche gli articoli pubblicitari vengono preferiti dai lettori a un certo tipo di informazione. Ma istintivamente, per difesa, dignità e orgoglio di una professione spesso troppo bistrattata, io mi schiero dalla parte di quelli che continuano a credere nel giornalismo.
Credo in chi svolge questa professione con tutte le difficoltà del mondo, in chi va ancora a consumarsi la suola delle scarpe alla ricerca di una notizia, in chi passa notti insonni perché sente il peso della responsabilità sulle sue spalle; credo in chi al mattino si alza con il sorriso sulle labbra perché è orgoglioso del suo lavoro, in chi fa i sacrifici per affermare i propri sogni.
Credo in chi ama questa professione e in chi ricorda le poche, semplici, elementari regole di un mestiere. Raccontare i fatti, quello che la gente vuole sapere, senza dimenticarsi della propria morale umana e professionale: è questa la vera essenza del giornalismo. Il resto, beh, il resto è tutta un’altra cosa. Il futuro è del giornalista che non insegue i pubblicitari né i politicanti; il futuro è nelle mani di chi continua modestamente a informare l’opinione pubblica. Quella – penso – è l’informazione allo stato puro, l’essenza del giornalismo, che difficilmente potrà scomparire.