La comunicazione non è affare per tutti

Foto: agendabda.unict

La comunicazione non è affare di tutti. E soprattutto non è competenza di chiunque. Vorrei farlo capire in qualche modo. Sono anni che ci provo, che cerco di sensibilizzare la mia ristretta cerchia di amici, conoscenti e parenti. Ogni volta che nel discorso entrano gli studi universitari, noto negli occhi e nel tono di voce di chi mi sta di fronte l’aria di compatimento. Quasi a dire “poverina, oramai l’errore lo ha fatto”. Ebbene, vorrei fosse possibile spiegare al mondo intero che iscriversi a Scienze della Comunicazione non è, non è stato e non sarà un errore. Ma restano fondamentali dei chiarimenti prima di fare un discorso del genere. Quale? Proprio quella che richiamavo in apertura: la comunicazione non è affare di tutti. Non ci si improvvisa comunicatori e non si sceglie questo percorso di studio perché “tanto non so cosa fare e almeno faccio una cosa divertente”. Questo no. Scienze della comunicazione non è assistere a uno spettacolo teatrale o cinematografico e tornare a casa. È una facoltà che può diventare divertente se segui i corsi con amore, interesse e passione; divertente proprio come chi è a Medicina perché vuole diventare medico o chi è a Giurisprudenza perché sogna di fare il notaio. Altrimenti per divertirsi si va al circo, al massimo al cinema a guardare una commedia all’italiana.
Non starò qui a tediarvi sugli sfottò che da sempre hanno accompagnato noi aspiranti comunicatori nel periodo universitario (a questo proposito ho trovato divertenti post datati ma sempre attuali e vari articoli su una serie di polemiche), ma il chiarimento è d’obbligo per il futuro dei comunicatori e per chi si appresta a entrare nel mondo del lavoro. Fino a quando non si darà pari dignità al comunicatore e all’avvocato o al medico o all’ingegnere, non andremo mai da nessuna parte. In anni e anni di lettura di bandi di concorso e selezioni varie, le ho scovate di tutte: dalla ricerca di un comunicatore laureato in Lettere a quella del giornalista che ha studiato Psicologia, finanche al comunicatore laureato, però, in Sociologia. Mi mancherebbe, come scrivevo proprio stamattina su Facebook, un giornalista laureato in Matematica: i numeri, si sa, possono sempre tornare utili!
E forse è il caso anche di dirlo una volta per tutte: giornalista non è uguale comunicatore. Il giornalista e il comunicatore lavorano entrambi nel mondo della comunicazione; ma sono figure diverse!
Spesso mi chiedo: ma se tutti fanno i comunicatori – e tutti legittimano tutti a fare i comunicatori – perché non la chiudiamo Scienze della Comunicazione?
Non è mai troppo tardi: diamo la dignità che spetta anche ai comunicatori, ai giornalisti. Sono – siamo, scusate la falsa modestia – i professionisti di un settore molto importante e delicato. È vero: i medici giocano con le vite umane; anche chi opera nel campo della comunicazione. Perché? Avete mai riflettuto sul valore delle parole? Anche le parole possono “uccidere” le persone e la loro dignità. E c’è bisogno di professionalità che hanno studiato proprio per comunicare, non del primo laureato che passa.

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Giornalisti, uno ogni 526 italiani

“Quanti giornalisti ci sono in Italia?”. A me lo chiedono spesso. Stringi la mano a una persona appena conosciuta e l’amico in comune ti dice: “Sai, Barbara è una giornalista”. Tralasciando i motivi (provocatori o semplicemente curiosi) che spingono gli interlocutori a pormi la domanda, posso dire che da oggi in poi saprò cosa rispondere con precisione. Grazie al rapporto che qualche giorno fa ha presentato Lsdi (Libertà di Stampa Diritto all’Informazione).
Siamo tanti, su questo non c’è dubbio. Siamo un giornalista ogni 526 abitanti (bambini compresi) in Italia. Il rapporto specifica che il numero di giornalisti in Italia continua a crescere, confermando il trend degli anni scorsi, ma con un ritmo più lento. In Cina – dice sempre il rapporto – la percentuale è un giornalista ogni 4.303 abitanti. Ma è ovvio che in Cina ci sono discorsi diversi, relativi anche al numero della popolazione che influenzano la percentuale che ci interessa commentare.
Lsdi presenta la situazione italiana come un paradosso: di tutti i giornalisti italiani, solo 48 mila risultano attivi. Il riferimento è a tutti coloro che hanno, per esempio, aperta anche una posizione Inpgi. Il resto della popolazione giornalistica è di fatto “invisibile”. E si tratta di una percentuale che si attesta quasi intorno al 50%.
La percentuale di giornalisti attivi – intesi come coloro che fanno del giornalismo la professione unica o prevalente, coloro che svolgono altre attività professionali e fanno anche giornalismo, e coloro che fanno giornalismo ma con retribuzioni molto basse – risulta comunque in lieve aumento rispetto agli anni passati. Con un dato abbastanza evidente: alla fine del 2012, tutti i giornalisti con una posizione Inpgi effettiva risultano così divisi: 19.319 nel campo del lavoro subordinato e 28.408 tra liberi professionisti e co.co.co. Dati che mettono in evidenza una tendenza da tempo sotto gli occhi di tutti: si riduce il numero di giornalisti con un lavoro dipendente e l’area del lavoro autonomo (pensiamo anche al popolo della partita Iva) continua ad allargarsi. In tredici anni – evidenzia il rapporto Lsdi – il rapporto lavoratori subordinati/lavoratori autonomi si è ribaltato: nel 2000 il lavoro autonomo era prerogativa di un giornalista su tre; nel 2012 i giornalisti/lavoratori autonomi sono diventati sei su dieci.
Tra le righe si legge il racconto di una professione che cambia, in un periodo di crisi, enfatizzando, oltretutto, anche la crisi del lavoro dipendente.
Il problema è un solo numero: 50.365 giornalisti che risultano iscritti all’Ordine e che non hanno alcuna posizione Inpgi. Giornalisti invisibili, coloro che teoricamente non fanno giornalismo di professione, ma che costituiscono una bella fetta della categoria professionale: il 49%.
Nota di colore: oltre a un giornalismo prevalentemente “invecchiato” (parlano questioni anagrafiche), la ricerca mette in evidenza anche le differenze di genere: i giornalisti sono 42% donne e 58% uomini. Anche se qualcuno evidenzia come sia ancora rara la presenza delle donne ai vertici degli organismi della professione.
Il testo completo della ricerca è disponibile qui.