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Il valore dell’informazione, una riflessione

Quando entro nelle scuole capisco che c’è ancora speranza per il mondo del giornalismo. Lo leggo negli occhi degli alunni attenti e nelle menti di coloro che – anche se giovani – capiscono appieno l’importanza di una professione che spesso perde di vista i suoi obiettivi.
Quando con aria interrogativa chiedo loro se hanno idea delle retribuzioni dei giornalisti oggi, mi rendo conto di quanto sia bello il mondo visto con gli occhi di un adolescente e di quanto potrebbe essere bella questa professione senza i problemi con cui ci scontriamo tutti quotidianamente.
Capisco l’importanza che loro danno a questo mestiere quando con gli occhi lucidi uno di loro mi risponde: “prof., io penso che i giornali pagano mille euro per un articolo importante“. Ecco, questo è il valore che un giovane dà all’informazione. Non deludiamoli. Continuiamo a fare il nostro mestiere al meglio, nonostante le difficoltà. C’è ancora chi crede nei valori e nell’etica dell’informazione. Prima ancora che qualcuno arrivi a spiegargliela.

Boston Globe, i giornalisti distribuiscono il quotidiano ai lettori

(L’Internazionale) I giornalisti del Boston Globe distribuiscono personalmente il quotidiano ai lettori. Dopo una settimana di problemi e ritardi nella distribuzione del quotidiano di Boston che hanno lasciato il 5 per cento dei lettori senza giornale, un centinaio di dipendenti ha deciso di distribuire personalmente l’edizione domenicale del quotidiano.

http://www.theguardian.com/media/2016/jan/03/boston-globe-reporters-forced-to-deliver-papers-by-hand-amid-distribution-crisis?CMP=share_btn_fb

Discover di Snapchat, la notizia diventa evanescente

SnapchatLe notizie diventano evanescenti. E non solo per colpa di come alcuni media le trattano.
L’informazione diventa evanescente perché sbarca su Snapchat, una delle applicazioni simbolo della comunicazione immediata. L’app da tempo spopola tra i giovanissimi in quanto consente di inviare foto e messaggi che si autodistruggono nel giro di poco tempo. Viene utilizzato per comunicazioni molto più intime rispetto a quelle di Facebook e Instagram e pare aver attecchito soprattutto tra le giovani generazioni per una serie di motivi tra cui proprio l’immediatezza e l’evanescenza. La società californiana – e ci riferiamo a Snapchat – aveva provato già nello scorso autunno a inserire alcuni trailer di film tra i messaggi allo scopo di “testare” l’interesse degli utenti. Il video del film “Ouija”, per esempio, fu cliccato e visualizzato da milioni di persone.
Oggi arriva la conferma di un’indiscrezione che circolava da tempo: Snapchat diventerà “Discover” e fornirà anche notizie in pillole che, dopo un certo periodo, scompariranno. Tra un messaggio e l’altro, ci spiegano praticamente, ci saranno notizie in pillole che verranno diffuse grazie alla collaborazione con testate giornalistiche (si parla di Cnn, Cosmopolitan, tanto per fare due esempi).
Ma in che modo Snapchat guadagnerà con le notizie? Inserendo mini-spot prima della diffusione dei contenuti – spiegano.
Tra l’altro, onde evitare che qualcuno veda nella diffusione di news via Snapchat un déjà-vu, dal blog precisano che il servizio sarà completamente diverso rispetto a quello offerto dai social media. Discover sarà per Snapchat una vera e propria piattaforma, «un nuovo modo di narrare le storie». Ogni edizione sarà rinnovata ogni 24 ore «perché quello che è notizia oggi, diventa storia domani».
Fondata tre anni fa, Snapchat ha riscosso grande interesse tra i giovani utenti; nel 2013 Facebook offrì 3 miliardi di dollari – una cifra enorme per una startup – per rilevarla; l’offerta fu rifiutata. Il valore sul mercato della società pare si aggiri oggi intorno ai 10 miliardi di dollari.
Alla luce di questa notizia sarebbe forse il caso, per chi fa informazione, di fermarsi a riflettere sulla notizia, sui suoi valori e sulla reale fruizione delle notizie da parte degli utenti – giovani e meno giovani. Parliamoci chiaro: ci hanno sempre insegnato – ma magari noi siamo solo della vecchia scuola – che le notizie restano. L’informazione della carta stampata, con la sua presenza fisica, è stata da sempre destinata a durare nel tempo. Poi le notizie sono diventate volatili con l’avvento del web e del digitale. Ora la nuova sfida: le informazioni diventano evanescenti. Un vantaggio? Prendiamola alla leggera: spariranno anche gli errori!

Foto: lettera43.it

19 citizen journalist tra le vittime stimate da Rsf nel 2014

66 giornalisti uccisi nell’esercizio della propria professione nell’anno 2014. I dati sono dell’organizzazione Reporters sans frontières nel bilancio annuale delle violenze sugli operatori dell’informazione. Ai 66 giornalisti vanno, inoltre, aggiunti 11 collaboratori non giornalisti e 19 citizen journalist. I numeri sarebbero in calo rispetto alle statistiche diffuse negli anni passati. Resta allarmante, però, il numero dei sequestri.
Tra i 66 giornalisti morti nel 2014 ci sono anche due italiani: il fotoreporter Andrea Rocchelli, ucciso in Ucraina, e il giornalista italiano Simone Camilli, ucciso dall’esplosione di un ordigno a Gaza.
Il Paese che detiene il triste record di un maggior numero di giornalisti uccisi è la Siria, con 15 morti, seguita da territori palestinesi (7 morti), Ucraina, Iraq e Libia. Tutt’altro che semplice, dunque, fare informazione per chi svolge l’attività giornalistica in luoghi di guerra.
In aumento – come dicevamo – anche i sequestri: 119 casi nel 2014 a cui si aggiungono 8 citizen journalis; 40 reporter sono tutt’oggi ostaggio in varie parti del mondo.
Due riflessioni brevi brevi a margine:
1. Giornalisti (66) uccisi mentre fanno il proprio mestiere. Da brividi solo a pensarci, vero? Questo dovrebbe aiutarci a fare meglio il nostro lavoro e a capire quanto sia importante il mestiere dell’informazione. Anche in Italia, in un momento così particolarmente delicato.
2. Tra le vittime troviamo anche i citizen journalist. Segno dei tempi che cambiano, di una professione che evolve e che non smette mai di affascinare anche i comuni cittadini.

Fonte: NativeAdvertising.it

Native Ad, la soluzione a tutti i problemi?

Native Ad. O Native Advertising, se preferite.
Fino a ieri abbiamo letto queste due paroline abbinate su qualche manuale di comunicazione o forse anche negli studi su alcune realtà abbastanza lontane da noi (e quando dico “noi” intendo il nostro Paese, l’Italia).
Da qualche tempo, però, queste due paroline tornano con insistenza nella mente, sugli schermi e davanti agli occhi di chi, in Italia, sia un minimo appassionato di comunicazione (e ora anche di informazione). Proprio ieri leggevo on line, su qualche blog, della possibilità che una buona parte dell’informazione diventasse a pagamento; a pagamento nel senso di “sponsorizzata da qualcuno”. Oggi, invece, c’è un intero approfondimento sul tema su R2 de la Repubblica.
Ma che cos’è questa “Native Advertising”? Una cosa abbastanza semplice: un contenuto sponsorizzato, promosso e offerto ai lettori. In pratica, mentre la pubblicità ha avuto sempre la caratteristica di distrarre il lettore, di farlo “staccare” dalla lettura, oggi la Native Advertising mira a far diventare anche l’annuncio pubblicitario come parte del contenuto generale. Provo a semplificare ancora di più: se prima la pubblicità rompeva il flusso delle informazioni, oggi, la Native Ad mira a inserirsi in quel flusso e a non rompere gli schemi, ma a usare una piattaforma nel modo in cui questa viene scelta dagli utenti.
Fin qui ci siamo (o dovremmo esserci). Il fatto è che la Native Advertising “rischia” (e consentitemi di usare le virgolette in questo frangente) di diventare parte della soluzione a tutti i problemi che caratterizzano oggi il mondo dell’editoria. Oramai oggi tutti i gruppi editoriali sono alla ricerca di nuovi modelli economici per affrontare un momento storico drammatico. E la Native Ad potrebbe essere proprio una soluzione a tutti questi problemi.
Ma voi ve le immaginate le inchieste sponsorizzate da un grande gruppo industriale? O articoli scritti grazie a sponsor che pagano letteralmente le spese? E soprattutto: voi lettori leggereste un giornale costruito così?
La Native Ad e varie sue derivazioni pare imperversino oramai negli Stati Uniti, come una vera e propria “pubblicità indigena”, cioè come testi che vengono concepiti e nascono nel giornale stesso, spesso scritti dalla stessa mano che realizza inchieste e articoli tradizionali.
Adesso io mi chiedo: in Italia c’è chi vedrebbe di buon occhio questa novità? Un’idea che susciterebbe non pochi problemi anche dal punto di vista della regolamentazione – e perché no? – anche per l’etica della categoria dei giornalisti. Ok la crisi, ok una situazione sempre più drammatica… Ma davvero i cronisti italiani sono disposti a scrivere dietro sovvenzionamenti degli sponsor? Non si svilirebbe così la vecchia e mitica figura del giornalista come cane da guardia?