pagine social e organi di informazione, una riflessione

Foto: tech.fanpage.it

A proposito del rapporto tra pagine social e organi di informazione, vi propongo una mia breve riflessione (pubblicata su Facebook) come commento a una notizia pubblicata da Datamediahub.it.

Condivido la riflessione sulla pessima gestione delle pagine social. Non a caso da qualche tempo, dopo l’amara constatazione strettamente personale, ho spuntato il “non mi piace più” dalla pagina. Bisognerebbe capire che i social media oggi sono una vetrina, lo sono ancor più della prima pagina. E certe “uscite” danneggiano l’immagine di un importante quotidiano prima ancora che solo l’immagine social.

Per completezza di informazione, vi segnalo il post che ha suscitato la mia riflessione:Il Mattino ha Loro in Bocca

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Al gruppo l’Espresso arriva il paywall: pagate per leggere

L’Espresso attiverà un servizio paywall sul proprio sito internet a breve. In pratica, il settimanale sarà in Italia uno dei primi a testare la disponibilità dei lettori a pagare per leggere on line. La notizia, lanciata dall’Agi, ha solleticato le mie riflessioni sull’argomento, oramai pronte ad essere pubblicate su questo spazio on line.
Il settimanale – stando alle notizie trapelate – avrebbe già pronto il sistema che dovrebbe prendere il via nei primi giorni del mese di maggio. Quello de L’Espresso sarebbe solamente una prova: a seguire, poi, visti e analizzati i risultati dei paywall per il settimanale, lo stesso metodo potrebbe essere utilizzato anche per la Repubblica e per tutti i giornali locali del gruppo L’Espresso.
«Offrire contenuti a pagamento è oramai la strada che tutti gli editori concordano nel voler seguire – dicono dal gruppo l’Espresso all’Agi, nelle dichiarazioni riportate anche dal sito di Franco Abruzzo – Non si può pensare che tutta l’informazione sia gratis. Già da tempo ci prepariamo al grande passo, se finora non l’abbiamo compiuto è perché bisogna farlo bene. Il popolo della Rete ha delle sue caratteristiche molto particolari e bisogna tenerne conto».
Ma siamo davvero convinti che il pagamento dell’informazione on line sia il toccasana per un settore dell’editoria quanto mai in crisi? Forse un toccasana proprio no. Ma è giusto far pagare per l’informazione on line? Il dibattito ha da sempre – esattamente da quando esiste internet – solleticato discussioni infinite da parte degli addetti ai lavori. Siamo abituati male, questo dobbiamo dirlo: nella convinzione comune, tutto ciò che è disponibile on line deve essere gratuito, eccezion fatta per i costi di connessione.
Leggendo la notizia del paywall sul sito de l’Espresso, mi è tornata subito in mente anche una notizia di qualche giorno fa: il New York Times lancia un’offerta per abbonamento digitale che costa quasi il 50% in meno dell’offerta più bassa possibile. Perché? Semplice: per attrarre più abbonati. Il pacchetto, definito con ovvia logica pubblicitaria “Nyt Now” sarà disponibile dal prossimo due aprile. Il nuovo pacchetto garantisce accesso illimitato alle news con una nuova App studiata anche per iPhone. La nuova offerta, in pratica, «taglia l’enorme quantità di contenuti disponibili su web e social media per fornire le storie essenziali del momento» – ha detto Jill Abramson a TMNews. Al prodotto lavoreranno undici giornalisti che selezioneranno per il lettore articoli, video e infografiche che appariranno come un flusso continuo per consentire una lettura veloce.
E a questo punto la domanda popolare ci sta: vuoi vedere che la decisione del New York Times è indice del fatto che in America siano ancora poche le persone che pagano per leggere le notizie?

Diffamazione, Cassazione: no al carcere per i giornalisti

La Cassazione dice “no” al carcere per i cronisti colpevoli di diffamazione a mezzo stampa. I giornalisti in quanto categoria sono – scrive la Cassazione in una storica sentenza – “attualmente oggetto di gravi ed ingiustificati attacchi da parte anche di movimenti politici proprio al fine di limitare la loro insostituibile funzione informativa”. La sentenza numero 12203, della V Sezione Penale della Suprema Corte, è stata depositata nella giornata di ieri ed esorta a non infliggere la pena del carcere in caso di condanne per diffamazione ma solo multe. “La libertà di espressione – si legge in uno stralcio della sentenza pubblicata dall’Agi – costituisce un valore garantito attraverso la tutela costituzionale dei diritto/dovere di informazione” che impone “anche laddove siano valicati i limiti del diritto di cronaca e/o di critica, di tener conto, nella valutazione della condotta del giornalista, della insostituibile funzione informativa esercitata dalla categoria di appartenenza” Laddove si era fermato il legislatore ordinario, verrebbe da dire, è intervenuta la Cassazione che ha ricordato “de iure condendo” anche come il legislatore ordinario sia orientato al ridimensionamento del profilo punitivo del reato di diffamazione a mezzo stampa. Non va trascurato – si legge inoltre nella sentenza – “l’orientamento della Corte Eu che esige la ricorrenza di circostanze eccezionali per l’irrogazione, in caso di diffamazione a mezzo stampa, della più severa sanzione, sia pure condizionalmente sospesa, sul rilievo che altrimenti non sarebbe assicurato il ruolo di ‘cane da guardia’ dei giornalisti, il cui compito è di comunicare informazioni su questioni di interesse generale e conseguentemente di assicurare il diritto del pubblico a riceverle”. La sentenza in questione ha detto “no” al carcere, anche se con pena sospesa, per un giornalista e per il direttore del quotidiano “La Voce di Romagna” per un articolo che riportava imprecise informazioni di cronaca giudiziaria su un furto all’interno di una caserma. L’articolo incriminato, datato marzo 2006, attribuiva a due militari (i diffamati) il furto ai danni di un collega, contrariamente al vero. Il Tribunale di Cremona e poi la Corte di Appello di Brescia avevano condannato i due cronisti, nonostante i giudici di secondo grado avessero ridimensionato sia il periodo di reclusione sia l’entità del risarcimento del danno. La sentenza della Cassazione oggi ha annullato con rinvio la sentenza di Appello limitatamente al trattamento sanzionatorio.

Giornalisti, uno ogni 526 italiani

“Quanti giornalisti ci sono in Italia?”. A me lo chiedono spesso. Stringi la mano a una persona appena conosciuta e l’amico in comune ti dice: “Sai, Barbara è una giornalista”. Tralasciando i motivi (provocatori o semplicemente curiosi) che spingono gli interlocutori a pormi la domanda, posso dire che da oggi in poi saprò cosa rispondere con precisione. Grazie al rapporto che qualche giorno fa ha presentato Lsdi (Libertà di Stampa Diritto all’Informazione).
Siamo tanti, su questo non c’è dubbio. Siamo un giornalista ogni 526 abitanti (bambini compresi) in Italia. Il rapporto specifica che il numero di giornalisti in Italia continua a crescere, confermando il trend degli anni scorsi, ma con un ritmo più lento. In Cina – dice sempre il rapporto – la percentuale è un giornalista ogni 4.303 abitanti. Ma è ovvio che in Cina ci sono discorsi diversi, relativi anche al numero della popolazione che influenzano la percentuale che ci interessa commentare.
Lsdi presenta la situazione italiana come un paradosso: di tutti i giornalisti italiani, solo 48 mila risultano attivi. Il riferimento è a tutti coloro che hanno, per esempio, aperta anche una posizione Inpgi. Il resto della popolazione giornalistica è di fatto “invisibile”. E si tratta di una percentuale che si attesta quasi intorno al 50%.
La percentuale di giornalisti attivi – intesi come coloro che fanno del giornalismo la professione unica o prevalente, coloro che svolgono altre attività professionali e fanno anche giornalismo, e coloro che fanno giornalismo ma con retribuzioni molto basse – risulta comunque in lieve aumento rispetto agli anni passati. Con un dato abbastanza evidente: alla fine del 2012, tutti i giornalisti con una posizione Inpgi effettiva risultano così divisi: 19.319 nel campo del lavoro subordinato e 28.408 tra liberi professionisti e co.co.co. Dati che mettono in evidenza una tendenza da tempo sotto gli occhi di tutti: si riduce il numero di giornalisti con un lavoro dipendente e l’area del lavoro autonomo (pensiamo anche al popolo della partita Iva) continua ad allargarsi. In tredici anni – evidenzia il rapporto Lsdi – il rapporto lavoratori subordinati/lavoratori autonomi si è ribaltato: nel 2000 il lavoro autonomo era prerogativa di un giornalista su tre; nel 2012 i giornalisti/lavoratori autonomi sono diventati sei su dieci.
Tra le righe si legge il racconto di una professione che cambia, in un periodo di crisi, enfatizzando, oltretutto, anche la crisi del lavoro dipendente.
Il problema è un solo numero: 50.365 giornalisti che risultano iscritti all’Ordine e che non hanno alcuna posizione Inpgi. Giornalisti invisibili, coloro che teoricamente non fanno giornalismo di professione, ma che costituiscono una bella fetta della categoria professionale: il 49%.
Nota di colore: oltre a un giornalismo prevalentemente “invecchiato” (parlano questioni anagrafiche), la ricerca mette in evidenza anche le differenze di genere: i giornalisti sono 42% donne e 58% uomini. Anche se qualcuno evidenzia come sia ancora rara la presenza delle donne ai vertici degli organismi della professione.
Il testo completo della ricerca è disponibile qui.