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Il valore dell’informazione, una riflessione

Quando entro nelle scuole capisco che c’è ancora speranza per il mondo del giornalismo. Lo leggo negli occhi degli alunni attenti e nelle menti di coloro che – anche se giovani – capiscono appieno l’importanza di una professione che spesso perde di vista i suoi obiettivi.
Quando con aria interrogativa chiedo loro se hanno idea delle retribuzioni dei giornalisti oggi, mi rendo conto di quanto sia bello il mondo visto con gli occhi di un adolescente e di quanto potrebbe essere bella questa professione senza i problemi con cui ci scontriamo tutti quotidianamente.
Capisco l’importanza che loro danno a questo mestiere quando con gli occhi lucidi uno di loro mi risponde: “prof., io penso che i giornali pagano mille euro per un articolo importante“. Ecco, questo è il valore che un giovane dà all’informazione. Non deludiamoli. Continuiamo a fare il nostro mestiere al meglio, nonostante le difficoltà. C’è ancora chi crede nei valori e nell’etica dell’informazione. Prima ancora che qualcuno arrivi a spiegargliela.

Giovani e informazione, una breve riflessione

Basta una mattinata in classe, alle superiori, per avere più chiare le idee sul presente e sul futuro dell’informazione in Italia.
Una chiacchierata semplice semplice, elementare, con i giovani alunni, serve più di mille manuali teorici a capire perché oggi i quotidiani vendano sempre meno e ci si informi così poco.
Forse sarebbe il caso che i “grandi” del mondo editoriale facessero una chiacchierata illuminante con gli adulti del domani per capire cosa si è sbagliato e cosa si fa ancora in tempo a recuperare. Secondo me c’è ancora tempo per recuperare pubblico e credibilità.

Lettera aperta al ministro Poletti

Egregio Ministro Poletti,
sento il dovere di scriverLe una lettera aperta dopo le Sue esternazioni che ieri ho avuto modo di leggere sui principali quotidiani italiani.
Le scrivo credo esternando tutti i sentimenti di quei giovani e meno giovani che, come me, si sono laureati con un tempismo perfetto e con il massimo dei voti. Mi creda: 110 e lode con menzione accademica in questa Italia non serve neanche a 23 anni (5 anni tondi tondi di università e vecchio ordinamento). Non servono ora, credo. Ma non servivano neanche dodici anni fa, quando mi affannai a chiudere per tempo il percorso di studi universitari con la fretta e l’entusiasmo di voler trovare un posto di lavoro in un mercato comunque oramai saturo.
Dalla mia parte forse avevo – e ho – un handicap: aver scelto una professione difficile (quella del giornalismo e della comunicazione) e spesso anche troppo bistrattata.
Prima di Lei, illustri suoi predecessori hanno trovato molte parole per definire noi giovani disoccupati/inoccupati e precari: ci hanno detto che siamo choosy, bamboccioni, che non abbiamo il coraggio di scegliere e forse neanche quello di prendere a morsi la vita e riprenderci i nostri sogni.
Guardando al mio caso specifico, aggiungo anche che c’è sempre perfino qualcuno pronto a precisare che quelli di Scienze della Comunicazione sono un po’ dei laureati di serie B, quasi come se si volesse indicare una facoltà come un parcheggio in attesa di altro. Ci siamo rassegnati probabilmente anche a questo. Così come ci siamo rassegnati a leggi che esistono e non si rispettano, ai diritti quotidianamente calpestati e alle belle parole che esistono solo sulla carta. Una su tutte, pensiamo alla legge 150/2000. Una grande invenzione. Una gran bella idea. Un sogno. La legge che disciplina le attività di comunicazione nelle Pubbliche Amministrazioni. Sono passati oramai quasi sedici anni dall’approvazione della legge. Ma quanti laureati in Scienze della Comunicazione ci sono nelle pubbliche amministrazioni? Quanti Urp di piccoli e medi enti pubblici funzionano come dovrebbero? Interroghiamoci.
Prima di parlare, io vorrei che Lei si mettesse anche solo per un mese nei panni dei giovani – laureati e non – che quotidianamente si barcamenano nel mondo del precariato lavorativo. Quei giovani, quelli che i suoi predecessori hanno definito bamboccioni, sarebbero sotto i ponti se non avessero una famiglia alle spalle, pronti a sostenerli sempre e comunque contro tutte le difficoltà. Sono i giovani che qualcuno ha chiamato anche “choosy”, quelli che dopo anni di studio, specializzazioni, master e dottorati, si vedono proporre sempre contratti di stage retribuiti poco e niente. Sono proprio gli stessi giovani che, entrando a fatica nel mercato del lavoro con contratti di sostituzione, tirocinio, stage o praticantato, si sentono ripetere che “ah, peccato che sei arrivato nel momento sbagliato. In altri tempi ti avremmo rinnovato subito”. Sono quelli che spesso si sentono dire “sei troppo qualificato, stiamo cercando qualcuno alla prima esperienza”. Sono i giovani delle partite Iva “perché se non fatturi non ti faccio lavorare”. Parliamo di quelli che mandano cv a destra e a manca sperando di essere almeno convocati per un colloquio, con il sogno della meritocrazia che oramai ha scalzato perfino quello del posto fisso. Ecco, la meritocrazia nel mondo di oggi meriterebbe un capitolo a parte, forse un libro. Ma siamo troppo affannati nella nostra quotidiana lotta per conquistare anche solo un contratto a progetto per fermarci a riflettere sugli aspetti etici di una società che calpesta i sogni e offende la dignità di chi ci crede.
Per concludere: questa non è una polemica, non vuole esserlo e non potrebbe esserlo. È la modesta opinione di chi certe difficoltà le vive sulla propria pelle: Ministro, i giovani di oggi non sono attaccati al voto e spesso arrivano alla laurea giovanissimi. Il problema – le dico il mio modesto parere – sta nel mercato del lavoro, non nei giovani. Per una volta, ammettiamolo: non scarichiamo le colpe addosso agli altri. Ammettiamo il fallimento di una certa politica e ripartiamo: solo così potremmo salvare i sogni, le ambizioni e le speranze delle prossime generazioni.

Foto: vip.it

Giornalisti, tessera e tesserino. Con il “patentino” si guida!

“Ciao, lo sai? A breve prendo il patentino. Così sarò anche io giornalista”.
Io il “patentino” – come lo chiama lui – a questo simpatico giovane lo avrei tolto prima della consegna.
Facciamo chiarezza una volta per tutte: la tessera di giornalista si chiama tessera, appunto. Al massimo tesserino. Non chiamatela “patente” né “patentino”: vi fa perdere punti. Fosse per me, vi farebbe perdere anche il diritto di iscrizione. Sì, è solo una questione linguistica e – come tale – alla fine si tratta di una convenzione con cui definiamo un oggetto con un determinato nome. Ma per essere giornalisti è importante essere attenti e accurati anche nel linguaggio. E, vi prego, cominciamo a chiamare le cose che abbiamo con il loro nome corretto. Come potremmo scrivere bene di ciò che conosciamo meno, sennò?

Giornalismo, giovani e speranze

giornalistaIn un mestiere fatto oramai quasi esclusivamente dalle parole “crisi” e “non c’è spazio per nessuno” capisci che c’è speranza quando, in uno dei tanti incontri nelle scuole, una ragazzina ti dice: “Io voglio fare la giornalista per essere libera e dire la verità“.
E allora d’un tratto torni bambina anche tu. E si mette in moto un replay in cui tiri fuori tutti i sogni che avevi chiuso in un cassetto, qualche volta per disperazione, spesso perché pensavi di essere l’unica a combattere contro i mulini al vento. Li tiri fuori, i sogni, e li riattualizzi. Fermandoti a pensare che non tutto è perduto. Perché – è vero – magari i giovani di oggi i giornali non li leggono; ma i ragazzi di oggi hanno ancora ben presente il senso di una professione da troppi bistrattata. E se i giornali non li leggono (perché spesso dichiarano di trovarli vecchi) magari non è solo per colpa loro. C’è ancora speranza nel futuro di questa professione. La speranza degli ideali, la speranza di chi crede ancora nel futuro. Nel giornalismo come nella vita!