Agcom: al via l’Osservatorio sul giornalismo

Osservatorio sul giornalismo. Quando ho letto quasi non ci ho visto più. Prima ancora di capire cosa fosse, mi sono tornate in mente, come in un flashback, tutte le mie idee/progetti/sogni di quando – appena laureata – speravo di portare avanti un percorso universitario per la costituzione di un osservatorio sulla qualità dell’informazione. E sì, io in certi sogni ci ho sempre creduto! Vabbè, ma questa è un’altra storia. Torniamo a noi, alla notizia.
L’Osservatorio sul giornalismo di cui oggi si parla su buona parte dei giornali specializzati è un’idea dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni: servirà ad analizzare le prospettive della professione giornalistica e il futuro del sistema dei media e – dicono – per sapere queste cose sarà fondamentale sentire il parere di chi produce quotidianamente l’informazione. E per questo motivo da oggi – e fino al prossimo 30 novembre – è disponibile sul sito dell’Agcom un questionario con il quale tutti i professionisti dell’informazione – badate bene: professionisti, pubblicisti, praticanti e non – possono dare un contributo all’Osservatorio.
In realtà, l’Osservatorio – specificano dall’Agcom – è parte integrante dell’indagine conoscitiva sul tema “Informazione e internet in Italia. Modelli di business, consumi, professioni”, con cui l’Autorità sta analizzando l’impatto del processo di digitalizzazione sul sistema dell’informazione, che si inserisce nell’ampio dibattito sullo stato dei media e sulle relative forme di finanziamento al tempo della Rete.
L’obiettivo dell’indagine – è meglio chiarirlo a scanso di equivoci – è fotografare i cambiamenti che internet e la tecnologia hanno apportato nel mondo dell’informazione.
L’Osservatorio – si precisa – nasce come strumento di confronto privilegiato e diretto con i giornalisti italiani, nel tentativo di offrire un’analisi censuaria e una piattaforma di condivisione del quadro che verrà a delinearsi.
Io non ho resistito alla tentazione e sono scappata subito a rispondere alle domande. Se volete provarci pure voi, questo è il link: http://www.agcom.it/osservatorio-giornalismo

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Internet slowdown in difesa della net neutrality

Per qualche secondo internet oggi all’ignaro navigatore degli Stati Uniti deve essere sembrato un viaggio indietro nel tempo. A quando internet era a rilento, a quando l’Adsl neanche esisteva e l’idea di guardare un film in streaming era lontana anni luce.
Oggi è il giorno della protesta della Rete in favore della Net Neutrality, la cosiddetta giornata di “Internet Slowdown”
Ed è proprio per intraprendere una lotta comune in favore della “neutralità del web” che alcuni siti in America oggi hanno indetto una vera e propria giornata della lentezza.
Il web va a passo di lumaca oggi in segno di protesta: alcuni colossi come Netflix, FourSquare, Vimeo, Mozilla, hanno deciso di protestare contro l’eventualità di internet a due velocità.
In pratica si rallenta per evitare che, in futuro, qualsiasi accordo commerciale possa in qualche modo aumentare o diminuire on line la velocità di trasmissione dei contenuti. Insomma, un mondo web in cui chi ha soldi da sganciare viaggia veloce mentre i poveri vanno a rilento. Un pericolo non da poco, che andrebbe a riversarsi sui cosiddetti utenti finali, con grandi difficoltà per i singoli, ma anche per quelle piccole aziende che intendono affermarsi o anche per le startup.
La protesta giunge pochi giorni prima della chiusura delle discussioni sulla net neutrality in America.
Lo sviluppo e la diffusione capillare del mobile hanno messo in difficoltà gli internet service provider che sono alla ricerca di nuove fonti di ricavi. Ma è giusto trovarli violando la cosiddetta neutralità della Rete? Le domande sono tante ma risulta difficile immaginare che la soluzione possa essere semplice semplice: far andare veloce chi ha soldi e tagliare le gambe alle piccole startup. Anche perché poi le conseguenze per gli utenti sarebbero di non poco conto.
Ma il discorso è molto più vasto ed esteso e si intreccia con quelle mai placate esigenze di regolamentare la Rete che sono un po’ come pretendere di portare a mare i pesci a spasso con il guinzaglio… Ma come si fa?
Il problema per ora interessa gli Usa ma – c’è da scommetterlo – prima o poi giungerà seriamente anche da noi. E per allora saremo pronti ad affrontarlo?

Al gruppo l’Espresso arriva il paywall: pagate per leggere

L’Espresso attiverà un servizio paywall sul proprio sito internet a breve. In pratica, il settimanale sarà in Italia uno dei primi a testare la disponibilità dei lettori a pagare per leggere on line. La notizia, lanciata dall’Agi, ha solleticato le mie riflessioni sull’argomento, oramai pronte ad essere pubblicate su questo spazio on line.
Il settimanale – stando alle notizie trapelate – avrebbe già pronto il sistema che dovrebbe prendere il via nei primi giorni del mese di maggio. Quello de L’Espresso sarebbe solamente una prova: a seguire, poi, visti e analizzati i risultati dei paywall per il settimanale, lo stesso metodo potrebbe essere utilizzato anche per la Repubblica e per tutti i giornali locali del gruppo L’Espresso.
«Offrire contenuti a pagamento è oramai la strada che tutti gli editori concordano nel voler seguire – dicono dal gruppo l’Espresso all’Agi, nelle dichiarazioni riportate anche dal sito di Franco Abruzzo – Non si può pensare che tutta l’informazione sia gratis. Già da tempo ci prepariamo al grande passo, se finora non l’abbiamo compiuto è perché bisogna farlo bene. Il popolo della Rete ha delle sue caratteristiche molto particolari e bisogna tenerne conto».
Ma siamo davvero convinti che il pagamento dell’informazione on line sia il toccasana per un settore dell’editoria quanto mai in crisi? Forse un toccasana proprio no. Ma è giusto far pagare per l’informazione on line? Il dibattito ha da sempre – esattamente da quando esiste internet – solleticato discussioni infinite da parte degli addetti ai lavori. Siamo abituati male, questo dobbiamo dirlo: nella convinzione comune, tutto ciò che è disponibile on line deve essere gratuito, eccezion fatta per i costi di connessione.
Leggendo la notizia del paywall sul sito de l’Espresso, mi è tornata subito in mente anche una notizia di qualche giorno fa: il New York Times lancia un’offerta per abbonamento digitale che costa quasi il 50% in meno dell’offerta più bassa possibile. Perché? Semplice: per attrarre più abbonati. Il pacchetto, definito con ovvia logica pubblicitaria “Nyt Now” sarà disponibile dal prossimo due aprile. Il nuovo pacchetto garantisce accesso illimitato alle news con una nuova App studiata anche per iPhone. La nuova offerta, in pratica, «taglia l’enorme quantità di contenuti disponibili su web e social media per fornire le storie essenziali del momento» – ha detto Jill Abramson a TMNews. Al prodotto lavoreranno undici giornalisti che selezioneranno per il lettore articoli, video e infografiche che appariranno come un flusso continuo per consentire una lettura veloce.
E a questo punto la domanda popolare ci sta: vuoi vedere che la decisione del New York Times è indice del fatto che in America siano ancora poche le persone che pagano per leggere le notizie?