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La Repubblica, il piano editoriale di Calabresi in 9 punti

Ho ascoltato molto attentamente il discorso di insediamento di Calabresi a “la Repubblica” e la conseguente presentazione del piano editoriale del giornale.
Ho seguito prima parte della diretta e poi ho preferito sedermi con calma al pc e ascoltare in differita il discorso, quasi come se fosse stata una lezione di giornalismo, prendendo finanche appunti.
Sono molte le cose che hanno colpito la mia attenzione dell’intero discorso. Proverò a riassumerle per evitare post lunghi, noiosi e illeggibili.

La crisi di fiducia
La crisi – anche quella di fiducia – c’è: è innegabile, lo sappiamo tutti. Calabresi ne ha preso atto e ne ha parlato con la sua redazione. I lettori oggi si fidano più delle notizie che vengono loro segnalate da parenti e amici. Il ruolo del giornale, quello di essere fonte autorevole di informazione per l’opinione pubblica, manca sempre più. Ci si fida dei social, del passaparola, delle notizie dei giornali che ci segnalano gli altri… Ma allora i giornalisti come possono recuperare la fiducia? Calabresi ha la sua ricetta: dichiarare le fonti, datare i luoghi da cui si corrisponde. Il valore del giornalismo è e deve restare quello di “esserci” e testimoniare. Se non si è presenti in un posto bisogna dirlo, nell’ottica del rapporto di fiducia e di trasparenza che deve esserci con i lettori.

No al giornalismo arrogante
Quella in cui viviamo – è evidente – è una società orizzontale. Il giornalista non può essere arrogante. A maggior ragione non può permettersi di esserlo se negli articoli ci sono errori, sciatteria, cattive interpretazioni. Per essere credibili occorre essere precisi, puntuali e avere la forza e la voglia di correggersi pubblicamente in caso di errori.

Linguaggio chiaro
Potrebbe essere proprio questa la sfida dell’informazione. Specie ora che le notizie viaggiano sui social e sugli smartphone. Calabresi ha espressamente chiesto un lavoro serio per trovare codici di scrittura che interpretino e rispondano ai cambiamenti e diano una uniformità di linguaggio.

La sfida della competenza
Lo scoop migliore che si può fare oggi – ha sostenuto Calabresi – è quello dell’interpretazione, del far comprendere le cose. Il mondo è una somma di notizie, come i puntini dei giochini nei cruciverba: il giornale deve avere il compito di unire i puntini e di fornire un quadro di insieme al lettore. Il giornale deve spiegare la complessità, non solo cavalcare le emozioni. Il giornale non può permettere che il lettori anneghi nel caos informativo

No al gigantismo di carta
All’indomani della strage di Charlie Hebdo, i quotidiani italiani hanno pubblicato in media 18 pagine sull’argomento. 18 pagine contro la media di 4/6 pagine degli altri Paesi. Per Calabresi la stagione del gigantismo è finita. Parliamoci chiaro: chi di voi legge 18 pagine di uno stesso argomento? Ed ecco la proposta del nuovo direttore: costruire meno pagine (magari 8/9 anziché 18) ma fornire un messaggio concreto dopo un’orgia informativa che ha letteralmente invaso le nostre case. C’è bisogno anche di articoli piccoli che, però, devono far capire. Repubblica.it e il giornale di carta sono per Calabresi un prodotto unico ma con declinazioni diverse.

La riunione che guarda al futuro
Alzi la mano chi non ha mai vissuto l’ansia del cominciare una riunione di redazione dando un’occhiata alla concorrenza. Per Calabresi, la riunione deve cominciare guardando al futuro, a quello che si vuole fare. L’analisi, lo sforzo maggiore, deve essere per il giorno dopo. Il giornalista non deve essere custode del rito e della tradizione della riunione alle 11. Il mondo sta cambiando: deve cambiare anche il rito del giornale e delle riunioni. La riflessione sulla concorrenza va alla fine della riunione, non all’inizio.

I click
Anche le cose ben raccontate camminano sul web. Calabresi ne è certo. La Repubblica non dipende solo dai milioni di click. Ha una identità da tenere alta. Ci vuole il coraggio di sperimentare, di provare e di chiudere: se una cosa non funziona bisogna anche avere il coraggio di lasciarla.
Altra convinzione importante: bisogna avere il coraggio di inserire anche i contenuti “alti” su Facebook.

Gli instant article e i “punti vendita” dei ristoranti
I lettori che arrivano sulla homepage dei giornali sono quelli tradizionali, quelli che vanno al ristorante per guardare il menù, per scegliere la costruzione. Sono i lettori che apprezzaano il fatto che il giornale abbia scelto per loro e che consigli loro cosa leggere. Ma per tante persone oggi la gerarchia delle notizie la fanno gli amici e non il giornale. Allora ci vogliono più contenuti da inserire anche sui social. Il giornale deve arrivare dai lettori e può essere un interlocutore forte di Google e di Facebook, per intenderci.
Se i grandi ristoratori hanno aperto punti vendita in cui offrono, in veri e propri “corner”, solo il loro pezzo forte, la stessa cosa deve fare il giornale per avvicinarsi ulteriormente ai lettori.

Le notizie devono salire dal territorio
Non può stare tutto nella testa del direttore. Il direttore può essere un buon coordinatore ma c’è il dovere delle proposte da chi opera sul territorio.

Ho sintetizzato i punti salienti del discorso, che ho annotato man mano e analizzato, come per una vera e propria lezione di giornalismo. Per onestà e comodità di consultazione, vi rimetto qui e qui i due video integrali.

 

 

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Buon compleanno, la Repubblica! 

Non ci sta niente da fare: sono una vecchia giornalista nostalgica. 

Per quanto mi affanni a essere tecnologica e sempre attratta dal mondo delle innovazioni, mi commuovo sempre quando comincio a sfogliare i vecchi giornali di carta che raccontano la storia del nostro Paese. Mi è successo anche stamattina, quando ho cominciato a sfogliare il primo numero de la Repubblica in allegato con il giornale di oggi. 

  Due le cose che a prima vista mi hanno colpito: le pubblicità, così diverse da quelle di oggi, che raccontano da sole la storia sociale e non del 1976 (penso al riquadro dell’interfono Philips); e quella sorta di “manuale d’uso” del giornale stipato nella pagina dei commenti. 

“Vorremmo fornirvi ogni giorno uno strumento di verità e onestà” – ho letto verso la fine del pezzo. Come non condividere l’idea?

Però io tra le righe di quel giornale sto leggendo anche l’entusiasmo e l’attesa di un progetto che inizia e che – a distanza di 40 anni possiamo dirlo – diventa grande. 

E poi stamattina mi sono sentita un po’ parte della storia nel leggere quegli articoli e nel ricordare episodi e scelte editoriale che conoscevo principalmente grazie ai manuali di giornalismo. 

E come ho scritto su Twitter, questa mattina in edicola mi sono sentita felice come ai tempi delle figurine. No, anzi, di piu. 😊

Buon compleanno, la Repubblica! 

Audipress: Gazzetta dello Sport primo quotidiano italiano

La Gazzetta dello Sport è il quotidiano più letto in Italia. Lo confermano i dati diffusi da Audipress che per la prima volta rilevano contestualmente la lettura delle copie cartacee e delle copie digitali: una vera e propria fotografia dei pubblico complessivo della stampa italiana.
Il quotidiano sportivo resta il più letto con oltre 3,6 milioni di lettori tra carta e digitale. Segue, al secondo posto, il Corriere della Sera (letto da poco più di 2,5 milioni di italiani) e, al terzo posto La Repubblica, che però continua a precedere il Corsera per quello che riguarda il cartaceo.
L’indagine dell’ente di ricerca, tramite un innovativo questionario, ha esplorato le modalità di lettura degli italiani, partendo dalla testata per poi approfondire le diverse versioni usufruite dai lettori.
Considerata la novità del conteggio delle copie digitali, l’indagine non è paragonabile a precedenti rilevazioni.
Ma dalle tabelle di reperibili sul sito Audipress si evince che è quarto quotidiano in Italia il Corriere dello Sport, seguito da La Stampa di Tornino, da Qn-Il Resto del Carlino e Il Messaggero.

 

Fonte: NativeAdvertising.it

Native Ad, la soluzione a tutti i problemi?

Native Ad. O Native Advertising, se preferite.
Fino a ieri abbiamo letto queste due paroline abbinate su qualche manuale di comunicazione o forse anche negli studi su alcune realtà abbastanza lontane da noi (e quando dico “noi” intendo il nostro Paese, l’Italia).
Da qualche tempo, però, queste due paroline tornano con insistenza nella mente, sugli schermi e davanti agli occhi di chi, in Italia, sia un minimo appassionato di comunicazione (e ora anche di informazione). Proprio ieri leggevo on line, su qualche blog, della possibilità che una buona parte dell’informazione diventasse a pagamento; a pagamento nel senso di “sponsorizzata da qualcuno”. Oggi, invece, c’è un intero approfondimento sul tema su R2 de la Repubblica.
Ma che cos’è questa “Native Advertising”? Una cosa abbastanza semplice: un contenuto sponsorizzato, promosso e offerto ai lettori. In pratica, mentre la pubblicità ha avuto sempre la caratteristica di distrarre il lettore, di farlo “staccare” dalla lettura, oggi la Native Advertising mira a far diventare anche l’annuncio pubblicitario come parte del contenuto generale. Provo a semplificare ancora di più: se prima la pubblicità rompeva il flusso delle informazioni, oggi, la Native Ad mira a inserirsi in quel flusso e a non rompere gli schemi, ma a usare una piattaforma nel modo in cui questa viene scelta dagli utenti.
Fin qui ci siamo (o dovremmo esserci). Il fatto è che la Native Advertising “rischia” (e consentitemi di usare le virgolette in questo frangente) di diventare parte della soluzione a tutti i problemi che caratterizzano oggi il mondo dell’editoria. Oramai oggi tutti i gruppi editoriali sono alla ricerca di nuovi modelli economici per affrontare un momento storico drammatico. E la Native Ad potrebbe essere proprio una soluzione a tutti questi problemi.
Ma voi ve le immaginate le inchieste sponsorizzate da un grande gruppo industriale? O articoli scritti grazie a sponsor che pagano letteralmente le spese? E soprattutto: voi lettori leggereste un giornale costruito così?
La Native Ad e varie sue derivazioni pare imperversino oramai negli Stati Uniti, come una vera e propria “pubblicità indigena”, cioè come testi che vengono concepiti e nascono nel giornale stesso, spesso scritti dalla stessa mano che realizza inchieste e articoli tradizionali.
Adesso io mi chiedo: in Italia c’è chi vedrebbe di buon occhio questa novità? Un’idea che susciterebbe non pochi problemi anche dal punto di vista della regolamentazione – e perché no? – anche per l’etica della categoria dei giornalisti. Ok la crisi, ok una situazione sempre più drammatica… Ma davvero i cronisti italiani sono disposti a scrivere dietro sovvenzionamenti degli sponsor? Non si svilirebbe così la vecchia e mitica figura del giornalista come cane da guardia?

Al gruppo l’Espresso arriva il paywall: pagate per leggere

L’Espresso attiverà un servizio paywall sul proprio sito internet a breve. In pratica, il settimanale sarà in Italia uno dei primi a testare la disponibilità dei lettori a pagare per leggere on line. La notizia, lanciata dall’Agi, ha solleticato le mie riflessioni sull’argomento, oramai pronte ad essere pubblicate su questo spazio on line.
Il settimanale – stando alle notizie trapelate – avrebbe già pronto il sistema che dovrebbe prendere il via nei primi giorni del mese di maggio. Quello de L’Espresso sarebbe solamente una prova: a seguire, poi, visti e analizzati i risultati dei paywall per il settimanale, lo stesso metodo potrebbe essere utilizzato anche per la Repubblica e per tutti i giornali locali del gruppo L’Espresso.
«Offrire contenuti a pagamento è oramai la strada che tutti gli editori concordano nel voler seguire – dicono dal gruppo l’Espresso all’Agi, nelle dichiarazioni riportate anche dal sito di Franco Abruzzo – Non si può pensare che tutta l’informazione sia gratis. Già da tempo ci prepariamo al grande passo, se finora non l’abbiamo compiuto è perché bisogna farlo bene. Il popolo della Rete ha delle sue caratteristiche molto particolari e bisogna tenerne conto».
Ma siamo davvero convinti che il pagamento dell’informazione on line sia il toccasana per un settore dell’editoria quanto mai in crisi? Forse un toccasana proprio no. Ma è giusto far pagare per l’informazione on line? Il dibattito ha da sempre – esattamente da quando esiste internet – solleticato discussioni infinite da parte degli addetti ai lavori. Siamo abituati male, questo dobbiamo dirlo: nella convinzione comune, tutto ciò che è disponibile on line deve essere gratuito, eccezion fatta per i costi di connessione.
Leggendo la notizia del paywall sul sito de l’Espresso, mi è tornata subito in mente anche una notizia di qualche giorno fa: il New York Times lancia un’offerta per abbonamento digitale che costa quasi il 50% in meno dell’offerta più bassa possibile. Perché? Semplice: per attrarre più abbonati. Il pacchetto, definito con ovvia logica pubblicitaria “Nyt Now” sarà disponibile dal prossimo due aprile. Il nuovo pacchetto garantisce accesso illimitato alle news con una nuova App studiata anche per iPhone. La nuova offerta, in pratica, «taglia l’enorme quantità di contenuti disponibili su web e social media per fornire le storie essenziali del momento» – ha detto Jill Abramson a TMNews. Al prodotto lavoreranno undici giornalisti che selezioneranno per il lettore articoli, video e infografiche che appariranno come un flusso continuo per consentire una lettura veloce.
E a questo punto la domanda popolare ci sta: vuoi vedere che la decisione del New York Times è indice del fatto che in America siano ancora poche le persone che pagano per leggere le notizie?