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Il “valore” della comunicazione

Forse è il caso di cominciare a parlare seriamente delle difficoltà lavorative di giornalisti, comunicatori e aspiranti tali. Ieri mi sono imbattuta in vari articoli che denunciavano la misera paga con cui un’azienda avrebbe inteso pagare un ingegnere civile plurititolato: 600 euro netti. Bene, oltre a mostrare sdegno per la notizia, ho tenuto a precisare che – purtroppo – a chi si occupa di comunicazione viene spesso proposta una paga ancora più misera. Io le definisco proposte indecenti. Ragazzi, non smetterò mai di ricordarlo: la comunicazione non è un regalo; si paga, esattamente come tutte le altre professioni!

Buon primo maggio!

Oggi ci vogliono gli auguri per quelli che un lavoro se lo sognano, per quelli che un lavoro lo hanno perso e per i tanti giovani che hanno una sola colpa: arrivano sul mercato del lavoro in uno dei momenti peggiori. A tutti va l’invito a non perdere la speranza e a continuare a inseguire con determinazione sogni e aspirazioni. Rimbocchiamoci le maniche: un futuro migliore deve essere possibile!

Il Viminale cerca giornalista con esperienza. La paga? Gratis

Quando anche la pubblica amministrazione – e che pubblica amministrazione! – decide di assumere professionisti del giornalismo senza pagarli bisogna cominciare seriamente a preoccuparsi.
Il Ministero dell’Interno, Dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione, ha indetto lo scorso 9 marzo una “procedura comparativa per il conferimento a titolo gratuito di incarico di prestazione di lavoro autonomo occasionale per lo svolgimento delle attività di Comunicazione per le esigenze della Direzione Centrale dei servizi civili per l’immigrazione e l’asilo…“.
Il Ministero cerca un “supporto tecnico di alto contenuto specialistico nelle attività e nei processi finalizzati alla comunicazione e all’informazione pubblica istituzionale relative alle attività che si svolgono nei centri di prima accoglienz, in stretto raccordo con l’Ufficio Stampa del Sig. Ministro…“.
Un tirocinio formativo, direte voi.
E no, tutt’altro: si chiedono requisiti specifici. Il candidato dovrà essere iscritto all’elenco dei giornalisti professionisti, dovrà avere esperienza lavorativa documentabile di almeno 3 anni nel settore della comunicazione e dell’informazione, maturata nell’ambito della comunicazione istituzionale presso pubbliche amministrazioni, e un’ottima conoscenza della lingua inglese…
Ovviamente, è prevista una procedura comparativa: decido di far lavorare un professionista gratis, mi pare opportuno che selezioni anche il meglio!
A questo punto, alzo le mani! Questa storia mi avvilisce e credo mortifichi le professionalità e la dignità professionale di chi in questo lavoro ci crede.
Cosa e chi ci sia dietro questo bando (che trovate qui) non mi interessa neanche saperlo.
Il bando andrebbe ritirato perché vergognoso, è vero. So che si sono scatenati tutti e spero che si alzerà un polverone di polemiche che costringerà chi di competenza a ritirarlo.
Ma io ho un sogno: vorrei che il bando fosse ritirato per mancanza di domande di partecipazione. Come può oggi un professionista con questa esperienza continuare a pensare di lavorare gratis e per un Ministero?
Ieri – ve lo confesso – quando ho letto la nota sulla pagina “Refusi” su Facebook non ci volevo credere. Ero da cellulare e speravo vivamente che mi fosse sfuggito qualcosa. Mi aspettavo di leggere da un momento all’altro la scritta “sei su scherzi a parte”. E invece no: mi sono fermata a leggere più approfonditamente e ho dovuto constatare che quella che speravo fosse una bufala è una triste realtà.
Tra l’altro, mi pare di capire che la tendenza del Ministero dell’Interno non sia isolata: mi è stato segnalato anche un altro bando con cui il Ministero dei Beni Culturali seleziona personale “per lo svolgimento, a titolo gratuito, di collaborazione all’attività istituzionale di educazione al patrimonio storico-artistico della città di Salerno“. Non siamo nel campo del giornalismo, è vero. Ma vuoi vedere che questa è la tendenza del momento e non ce ne siamo accorti?
Riflessione a margine: la pubblica amministrazione – diciamocelo fin dall’inizio – è stato sempre il sogno di noi giornalisti e comunicatori, delusi profondamente dal mondo dell’editoria. Appariva come un porto sicuro. Una volta sperimentate le difficili dinamiche del giornalismo di strada, c’era sempre una certezza: tentare la strada della comunicazione nel settore pubblico. Una garanzia, se riuscivi a farne parte. Una garanzia ben pagata, a differenza del giornalismo. Evidentemente i tempi d’oro sono finiti anche per questo. Cosa resta? L’amarezza per un settore sempre più saturo e sottovalutato da tutti, pubblico e privato!

 

Lettera aperta al ministro Poletti

Egregio Ministro Poletti,
sento il dovere di scriverLe una lettera aperta dopo le Sue esternazioni che ieri ho avuto modo di leggere sui principali quotidiani italiani.
Le scrivo credo esternando tutti i sentimenti di quei giovani e meno giovani che, come me, si sono laureati con un tempismo perfetto e con il massimo dei voti. Mi creda: 110 e lode con menzione accademica in questa Italia non serve neanche a 23 anni (5 anni tondi tondi di università e vecchio ordinamento). Non servono ora, credo. Ma non servivano neanche dodici anni fa, quando mi affannai a chiudere per tempo il percorso di studi universitari con la fretta e l’entusiasmo di voler trovare un posto di lavoro in un mercato comunque oramai saturo.
Dalla mia parte forse avevo – e ho – un handicap: aver scelto una professione difficile (quella del giornalismo e della comunicazione) e spesso anche troppo bistrattata.
Prima di Lei, illustri suoi predecessori hanno trovato molte parole per definire noi giovani disoccupati/inoccupati e precari: ci hanno detto che siamo choosy, bamboccioni, che non abbiamo il coraggio di scegliere e forse neanche quello di prendere a morsi la vita e riprenderci i nostri sogni.
Guardando al mio caso specifico, aggiungo anche che c’è sempre perfino qualcuno pronto a precisare che quelli di Scienze della Comunicazione sono un po’ dei laureati di serie B, quasi come se si volesse indicare una facoltà come un parcheggio in attesa di altro. Ci siamo rassegnati probabilmente anche a questo. Così come ci siamo rassegnati a leggi che esistono e non si rispettano, ai diritti quotidianamente calpestati e alle belle parole che esistono solo sulla carta. Una su tutte, pensiamo alla legge 150/2000. Una grande invenzione. Una gran bella idea. Un sogno. La legge che disciplina le attività di comunicazione nelle Pubbliche Amministrazioni. Sono passati oramai quasi sedici anni dall’approvazione della legge. Ma quanti laureati in Scienze della Comunicazione ci sono nelle pubbliche amministrazioni? Quanti Urp di piccoli e medi enti pubblici funzionano come dovrebbero? Interroghiamoci.
Prima di parlare, io vorrei che Lei si mettesse anche solo per un mese nei panni dei giovani – laureati e non – che quotidianamente si barcamenano nel mondo del precariato lavorativo. Quei giovani, quelli che i suoi predecessori hanno definito bamboccioni, sarebbero sotto i ponti se non avessero una famiglia alle spalle, pronti a sostenerli sempre e comunque contro tutte le difficoltà. Sono i giovani che qualcuno ha chiamato anche “choosy”, quelli che dopo anni di studio, specializzazioni, master e dottorati, si vedono proporre sempre contratti di stage retribuiti poco e niente. Sono proprio gli stessi giovani che, entrando a fatica nel mercato del lavoro con contratti di sostituzione, tirocinio, stage o praticantato, si sentono ripetere che “ah, peccato che sei arrivato nel momento sbagliato. In altri tempi ti avremmo rinnovato subito”. Sono quelli che spesso si sentono dire “sei troppo qualificato, stiamo cercando qualcuno alla prima esperienza”. Sono i giovani delle partite Iva “perché se non fatturi non ti faccio lavorare”. Parliamo di quelli che mandano cv a destra e a manca sperando di essere almeno convocati per un colloquio, con il sogno della meritocrazia che oramai ha scalzato perfino quello del posto fisso. Ecco, la meritocrazia nel mondo di oggi meriterebbe un capitolo a parte, forse un libro. Ma siamo troppo affannati nella nostra quotidiana lotta per conquistare anche solo un contratto a progetto per fermarci a riflettere sugli aspetti etici di una società che calpesta i sogni e offende la dignità di chi ci crede.
Per concludere: questa non è una polemica, non vuole esserlo e non potrebbe esserlo. È la modesta opinione di chi certe difficoltà le vive sulla propria pelle: Ministro, i giovani di oggi non sono attaccati al voto e spesso arrivano alla laurea giovanissimi. Il problema – le dico il mio modesto parere – sta nel mercato del lavoro, non nei giovani. Per una volta, ammettiamolo: non scarichiamo le colpe addosso agli altri. Ammettiamo il fallimento di una certa politica e ripartiamo: solo così potremmo salvare i sogni, le ambizioni e le speranze delle prossime generazioni.

Lavoro in comunicazione? Sì, per 5 euro all’ora

Siamo alla perenne ricerca di annunci di lavoro, perché negarlo. A me era capitato nei giorni scorsi di imbattermi in un post che annunciava la selezione di laureati in comunicazione con esperienza. Ho letto il post e mi sono detta con tanta amarezza: ecco qualcun altro che cerca un comunicatore esperto e vuole pagarlo meno di un collaboratore domestico (senza togliere niente a loro, sia chiaro: la guerra dei poveri non porta mai a nulla di costruttivo).
Poi, tramite Datamediahub, mi sono imbattuta in questo post. E ho capito una cosa fondamentale: non dobbiamo mai smettere di denunciare pubblicamente queste situazioni.
Io, purtroppo o per fortuna – proprio come la ragazza che ha inviato la segnalazione alla prof.ssa Cosenza – non smetto di indignarmi di fronte a queste “proposte” di lavoro. Non smetterò fino a quando non sarà chiaro a tutti che la comunicazione si paga, che – proprio perché oggi comunicare è fondamentale – non si può chiedere esperienza in comunicazione e iscrizione all’Ordine con una paga netta che supera di poco i cinque euro all’ora. E poi, scusate, si pagano meglio i volontari del servizio civile che i laureati e giornalisti con esperienza in comunicazione?
Deve essere chiaro a tutti che la comunicazione è un lavoro, una professione, non un hobby. Ecco perché mi arrabbio quando qualcuno mi dice: io scrivo e comunico per hobby. Ma quale hobby? Vai in palestra, piuttosto! Però faccio anche una considerazione amara: quando saremo in grado – noi comunicatori – di metterci insieme e portare avanti una battaglia per la tutela dei nostri diritti perennemente calpestati?