Selfie, sostantivo maschile o femminile?

Chi mi conosce sa che i dubbi per me sono all’ordine del giorno. Dubbi come sinonimo di chi si interroga e si informa sulla lingua italiana ma anche su tanti perché.
Per esempio, da tempo mi pongo una domanda che ronza con insistenza nel cervello: si dice il selfie o la selfie?
L’istinto mi porta a identificare “selfie” come maschile e dunque non ho e non ho avuto difficoltà nell’anteporre alla parola l’articolo “il”. Ma è corretto? E perché alcuni, invece, trattano “selfie” come una parola al femminile? Secondo me dipende da una semplice associazione mentale: selfie=autoscatto? O selfie=fotografia?
Con la speranza di trovare una risposta ai miei perché mi sono imbattuta in una serie di informazioni fornite dall’Accademia della Crusca. E ho scoperto che – riscrivo le parole usate dall’Accademia della Crusca – la parola selfie «si trova attualmente in una fase di incertezza riguardo al genere grammaticale, con una prevalenza della scelta del genere maschile: 3.900 risultati per “il selfie”, 1.400 per “la selfie”; 4.500 risultati per “un selfie”, 2.020 per “una selfie”. L’oscillazione della preferenza tra l’articolo maschile o femminile dipende dal prevalere alternato dell’idea del corrispondente italiano “autoscatto” o “fotografia”. Notiamo tuttavia che la prevalenza del determinativo maschile può essere additata all’attrazione esercitata dagli altri composti di self- presenti in italiano (self-control, self-service, serf-help, serf-government), mentre quella dell’indeterminativo femminile dal magnetismo giocato da espressioni quali “spararsi una dose”, “spararsi una posa” e simili sul contesto ricorrente “spararsi un selfie”».
Ho imparato così, sempre grazie all’Accademia della Crusca, che il termine è entrato a far parte dell’uso comune della nostra lingua come un prestito non adattato dall’inglese, parola composta dal “self” e dal suffisso “-ie”.
La parola in Inghilterra compare on line nei primi anni del 2000, mentre nel 2005 viene registrata dagli utenti di Urban Dictionary, vocabolario presente in rete e compilato dagli stessi utenti. Nel 2013, invece, sempre in Inghilterra, il riconoscimento di “parola dell’anno” da parte degli Oxford Dictionaries.
La prima apparizione della parola in Italia, su un giornale on line pare risalga – stando sempre a quanto sostenuto dall’Accademia della Crusca – a un articolo di Vanity Fair del dicembre 2012.
E allora, siamo pronti per un selfie? 🙂

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Lotta al burocratese, semplifichiamo il linguaggio?

È tanto difficile semplificare il linguaggio della pubblica amministrazione? È tanto complicato consentire al cittadino comune di comprendere tutto ciò che si scrive in un atto amministrativo, senza continui rimandi ad atti, delibere e comunicazioni precedenti?
Io ho sempre creduto di no. L’ho cominciato a credere quando all’università cominciai ad approfondire il tema della sburocratizzazione del linguaggio amministrativo. All’epoca si parlava del progetto “Chiaro!”, una attività di comunicazione realizzata nel corso del 2002 dal Ministero della Funzione Pubblica, che puntava alla semplificazione del linguaggio amministrativo. Allora, se non ricordo male, c’era la possibilità per tutte le amministrazioni di ricorrere a una sorta di consulenza on line di un gruppo di esperti (giuristi e linguisti) per rendere più efficace (allora andava tanto di moda parlare di efficacia ed efficienza della PA) la loro comunicazione con i cittadini.
Stamattina, facendo zapping in tv, mi sono imbattuta in un programma Rai che di prima mattina dava spazio a una interessante iniziativa del comune di Cremona, volta alla semplificazione del linguaggio della PA, in questo caso l’ente comunale. Mi sarebbe piaciuto approfondire ulteriormente l’idea perché – lo ammetto – l’ho trovata davvero interessante. Peccato che a un certo punto abbiano tolto l’audio alla responsabile del progetto, in collegamento video, che per un malfunzionamento non riusciva ad ascoltare le domande dallo studio. Assieme ai conduttori hanno commentato – per troppo poco tempo – l’iniziativa e i propositi di sburocratizzazione del linguaggio i conduttori e il professore Sabatini, linguista, presidente onorario dell’Accademia della Crusca.
Quel pizzico di trasmissione ha riportato in me mille dubbi e l’entusiasmo del periodo universitario.
Perché si comunica tanto male? La mia sensazione è che negli ultimi tempi tutti abbiamo tanta attenzione per la forma e poca per la sostanza. Tutti pronti a comunicare su Twitter, su Facebook, sui principali social media e tutti così poco attenti ai contenuti…
Credo che la democrazia, quella vera, e il riscatto dell’Italia passino anche da qui: dal far capire ciò che si fa e come lo si fa. Altrimenti tutto diventa un discorso tra sordi. Tra la PA che comunica a modo suo e il cittadino, che spesso e volentieri non ha modo e tempo di informarsi per bene. E la cosa più drammatica è che in questo corto circuito della comunicazione anche l’informazione ha perso parte della sua missione. Il giornalismo non spiega più ai cittadini: dà per assodate conoscenze o forse preferisce appiattirsi su forme, modi e tempi della comunicazione.
Spero di documentarmi meglio sui progetti e dedicare altri post all’argomento. Intanto mi chiedo: ma sarebbe tanto difficile bissare un progetto simile a quello del 2002 oggi? Internet è molto più diffuso e le tecnologie hanno portato – a modo loro, si intende – alla democratizzazione del sapere. Sarebbe probabilmente il momento opportuno per dare il via anche a questi progetti.