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Foto: vip.it

Giornalisti, tessera e tesserino. Con il “patentino” si guida!

“Ciao, lo sai? A breve prendo il patentino. Così sarò anche io giornalista”.
Io il “patentino” – come lo chiama lui – a questo simpatico giovane lo avrei tolto prima della consegna.
Facciamo chiarezza una volta per tutte: la tessera di giornalista si chiama tessera, appunto. Al massimo tesserino. Non chiamatela “patente” né “patentino”: vi fa perdere punti. Fosse per me, vi farebbe perdere anche il diritto di iscrizione. Sì, è solo una questione linguistica e – come tale – alla fine si tratta di una convenzione con cui definiamo un oggetto con un determinato nome. Ma per essere giornalisti è importante essere attenti e accurati anche nel linguaggio. E, vi prego, cominciamo a chiamare le cose che abbiamo con il loro nome corretto. Come potremmo scrivere bene di ciò che conosciamo meno, sennò?

La Cec-Pac ci saluta ufficialmente

Lo avevamo già annunciato (i principali organi di informazione e io qualche post fa): chiude la Cec-Pac. Per chi ancora non lo sapesse, la Cec-Pac era quel sistema di posta elettronica certificato creato ad hoc per consentire ai cittadini di dialogare con la pubblica amministrazione. Con la Cec-Pac, varata nel 2009, teoricamente sarebbe stato possibile far compiere un salto alle modalità di comunicazione tra cittadino e pubblica amministrazione: un salto dai manuali e libri che teorizzano tante belle cose  alla realtà che avrebbe dovuto cancellare muri spesso invalicabili perché troppo burocratizzati. Quella idea, presentata oramai cinque anni fa come il progetto del secolo, si è sgonfiata. La Cec-Pac ci lascia. E lo fa anche con un messaggio che tutti noi – forse idealisti e sognatori – che avevamo immediatamente attivato la casella troviamo stiamo ricevendo via mail. Ci dicono che il sistema “migrerà” piano piano verso le “normali” caselle Pec. Quasi per dire: finora abbiamo scherzato, adesso attivate la Pec. Per chi non avesse ancora una casella Pec, sarà possibile crearne una nuova gratis per un anno; un piccolo sconto con cui – forse – vogliono scusarsi per un progetto conclusosi malamente e per i tanti soldi sprecati.

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Lotta al burocratese, semplifichiamo il linguaggio?

È tanto difficile semplificare il linguaggio della pubblica amministrazione? È tanto complicato consentire al cittadino comune di comprendere tutto ciò che si scrive in un atto amministrativo, senza continui rimandi ad atti, delibere e comunicazioni precedenti?
Io ho sempre creduto di no. L’ho cominciato a credere quando all’università cominciai ad approfondire il tema della sburocratizzazione del linguaggio amministrativo. All’epoca si parlava del progetto “Chiaro!”, una attività di comunicazione realizzata nel corso del 2002 dal Ministero della Funzione Pubblica, che puntava alla semplificazione del linguaggio amministrativo. Allora, se non ricordo male, c’era la possibilità per tutte le amministrazioni di ricorrere a una sorta di consulenza on line di un gruppo di esperti (giuristi e linguisti) per rendere più efficace (allora andava tanto di moda parlare di efficacia ed efficienza della PA) la loro comunicazione con i cittadini.
Stamattina, facendo zapping in tv, mi sono imbattuta in un programma Rai che di prima mattina dava spazio a una interessante iniziativa del comune di Cremona, volta alla semplificazione del linguaggio della PA, in questo caso l’ente comunale. Mi sarebbe piaciuto approfondire ulteriormente l’idea perché – lo ammetto – l’ho trovata davvero interessante. Peccato che a un certo punto abbiano tolto l’audio alla responsabile del progetto, in collegamento video, che per un malfunzionamento non riusciva ad ascoltare le domande dallo studio. Assieme ai conduttori hanno commentato – per troppo poco tempo – l’iniziativa e i propositi di sburocratizzazione del linguaggio i conduttori e il professore Sabatini, linguista, presidente onorario dell’Accademia della Crusca.
Quel pizzico di trasmissione ha riportato in me mille dubbi e l’entusiasmo del periodo universitario.
Perché si comunica tanto male? La mia sensazione è che negli ultimi tempi tutti abbiamo tanta attenzione per la forma e poca per la sostanza. Tutti pronti a comunicare su Twitter, su Facebook, sui principali social media e tutti così poco attenti ai contenuti…
Credo che la democrazia, quella vera, e il riscatto dell’Italia passino anche da qui: dal far capire ciò che si fa e come lo si fa. Altrimenti tutto diventa un discorso tra sordi. Tra la PA che comunica a modo suo e il cittadino, che spesso e volentieri non ha modo e tempo di informarsi per bene. E la cosa più drammatica è che in questo corto circuito della comunicazione anche l’informazione ha perso parte della sua missione. Il giornalismo non spiega più ai cittadini: dà per assodate conoscenze o forse preferisce appiattirsi su forme, modi e tempi della comunicazione.
Spero di documentarmi meglio sui progetti e dedicare altri post all’argomento. Intanto mi chiedo: ma sarebbe tanto difficile bissare un progetto simile a quello del 2002 oggi? Internet è molto più diffuso e le tecnologie hanno portato – a modo loro, si intende – alla democratizzazione del sapere. Sarebbe probabilmente il momento opportuno per dare il via anche a questi progetti.