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Foto:ilmattinodiparma.it

la moltiplicazione delle bufale on line

A me stasera va di chiedervi una riflessione sulle bufale on line (quelle giornalistiche o pseudotali, si intende!). Deve esserci una logica perversa per cui on line c’è sempre qualcuno pronto a sparare clamorose bufale e a pretendere di spacciarle per la notiziona dell’ultim’ora. Da qualche tempo evidentemente va di moda far morire personaggi famosi, postare la notizia sui social media e fare un vero e proprio boom di click. Stamattina pare sia toccato a Christian De Sica.
Forse è superfluo dirlo ma voglio scriverlo lo stesso: io sono assolutamente contraria a questo modo di fare (che poi informazione non è). La logica dei click distrugge tutti quelli che rincorrono lettori solo ed esclusivamente per numero. La curiosità ti frega una volta, due… Ma poi no! Mica si può sempre abusare di un lettore? A un certo punto uno dice basta. Esattamente come spunta la vocina “non mi piace più” sulle pagine di organi di informazione che sui social media non fanno proprio informazione in maniera impeccabile.
Ecco la mia breve riflessione sul tema su Facebook:

Prima o poi qualcuno mi dovrà spiegare la logica per cui pseudo siti di informazione on line spacciano quotidianamente clamorose bufale per notazione dell’ultim’ora. Oggi hanno fatto morire Christian De Sica. Ma veramente è tanto difficile capire che – sia tu quotidiano tradizionale affermato o giornale/blog on line che aspira a diventare fenomeno del web – più spari cavolate e più perdi fan e lettori?! A me una volta insegnarono un parolone: la fidelizzazione dei lettori…

Foto: lsdi.it

Mediapart: ciò che non costa non vale?

«Il web per tutti è sinonimo di gratuità«. Alzi la mano chi, in qualsiasi momento della sua vita, da quando il web 2.0 imperversa, non se lo sia sentito ripetere almeno un paio di volte. Specie quando si parla di informazione.
E invece no: non è detto che internet debba essere sinonimo di informazioni diffuse in maniera gratuita. O almeno pare che possa esserci una soluzione diversa. Quale?
L’esempio – di cui parla “La Stampa” nell’edizione di oggi on line – viene dalla Francia e si chiama Mediapart. Si tratta di un progetto di informazione a pagamento esclusivamente on line. Il giornale si legge su internet, si paga ma non ha né pubblicità né editori (nel senso peggiore del termine che intendiamo noi). In sintesi estrema: l’unico padrone del giornale è il lettore.
Detta così sembra la teorizzazione di una vecchia idea – molto idealistica e poco reale – del modo di fare informazione.
Invece il giornale – dal 2008 guidato da una vecchia volpe del giornalismo francese, Edwy Plenel, ex direttore di Le Monde – esiste davvero e qualche giorno fa ha festeggiato i centomila lettori.
La Stampa riferisce che lo slogan della serata sia stata una profezia poco profetica: «Credete nella mia esperienza: Mediapart non funzionerà mai, la stampa sulla Rete non può essere che gratuita». La frase fu pronunciata nel 2007 da Alain Minc, un esperto di editoria e finanza, alla vigilia della nascita del nuovo progetto.
In realtà il fatto che nel web tutto debba essere gratuito è una semplice constatazione che facciamo quotidianamente ed è una convinzione che sembra oramai indistruttibile. Spesso ce ne facciamo una colpa (e quando scrivo al plurale intendo tutti quelli che gravitano, in un modo o in un altro, nel mondo dell’informazione): aver “concesso” inizialmente l’informazione on line in maniera gratuita ci ha condannato. Una convinzione radicata, certo; ma potrebbe non essere così. Almeno non in parte.
Oggi Mediapart è una realtà con 52 dipendenti, con un bilancio nel 2014 di poco meno di 9 milioni di euro e con un attivo di 1,3. I numeri parlano di centomila abbonati, duecentomila visitatori al giorno: cifre da gradi giornali che però, a differenza di Mediapart, beneficiano anche di finanziamenti pubblici.
Le ragioni del successo, secondo il direttore Plenel sono molteplici: innanzitutto – dice – «abbiamo scoperto che il virtuale è reale»; poi conta molto la partecipazione dei lettori, l’interazione tanto sbandierata dal momento della nascita del web 2.0. E – dice Plenel con un concetto particolarmente innovativo rispetto ai soliti luoghi comuni – il digitale permette la valorizzazione, si conserva più della carta e non fa perdere la memoria, come invece farebbe l’informazione tradizionale ossessionata dall’attualità.
Ma che notizie riporta Mediapart? Il direttore viene considerato come un giornalista ossessionato dallo scoop. Non a caso Plenel ha dichiarato che «per noi fare giornalismo significa sempre prendere posizione, fare inchieste e dare notizie che gli altri non hanno».
La formula innovativa comporta per i lettori il pagamento di un abbonamento mensile di 9 euro oppure un annuale di 90 euro.
In conclusione? A mio avviso il caso Mediapart sembra mettere in risalto una logica mai troppo scontata: ciò che non costa non vale (e su questo si potrebbe aprire un capitolo infinito sui costi/prezzi delle collaborazioni giornalistiche. Ma sarà meglio parlarne in altra sede…).

Al gruppo l’Espresso arriva il paywall: pagate per leggere

L’Espresso attiverà un servizio paywall sul proprio sito internet a breve. In pratica, il settimanale sarà in Italia uno dei primi a testare la disponibilità dei lettori a pagare per leggere on line. La notizia, lanciata dall’Agi, ha solleticato le mie riflessioni sull’argomento, oramai pronte ad essere pubblicate su questo spazio on line.
Il settimanale – stando alle notizie trapelate – avrebbe già pronto il sistema che dovrebbe prendere il via nei primi giorni del mese di maggio. Quello de L’Espresso sarebbe solamente una prova: a seguire, poi, visti e analizzati i risultati dei paywall per il settimanale, lo stesso metodo potrebbe essere utilizzato anche per la Repubblica e per tutti i giornali locali del gruppo L’Espresso.
«Offrire contenuti a pagamento è oramai la strada che tutti gli editori concordano nel voler seguire – dicono dal gruppo l’Espresso all’Agi, nelle dichiarazioni riportate anche dal sito di Franco Abruzzo – Non si può pensare che tutta l’informazione sia gratis. Già da tempo ci prepariamo al grande passo, se finora non l’abbiamo compiuto è perché bisogna farlo bene. Il popolo della Rete ha delle sue caratteristiche molto particolari e bisogna tenerne conto».
Ma siamo davvero convinti che il pagamento dell’informazione on line sia il toccasana per un settore dell’editoria quanto mai in crisi? Forse un toccasana proprio no. Ma è giusto far pagare per l’informazione on line? Il dibattito ha da sempre – esattamente da quando esiste internet – solleticato discussioni infinite da parte degli addetti ai lavori. Siamo abituati male, questo dobbiamo dirlo: nella convinzione comune, tutto ciò che è disponibile on line deve essere gratuito, eccezion fatta per i costi di connessione.
Leggendo la notizia del paywall sul sito de l’Espresso, mi è tornata subito in mente anche una notizia di qualche giorno fa: il New York Times lancia un’offerta per abbonamento digitale che costa quasi il 50% in meno dell’offerta più bassa possibile. Perché? Semplice: per attrarre più abbonati. Il pacchetto, definito con ovvia logica pubblicitaria “Nyt Now” sarà disponibile dal prossimo due aprile. Il nuovo pacchetto garantisce accesso illimitato alle news con una nuova App studiata anche per iPhone. La nuova offerta, in pratica, «taglia l’enorme quantità di contenuti disponibili su web e social media per fornire le storie essenziali del momento» – ha detto Jill Abramson a TMNews. Al prodotto lavoreranno undici giornalisti che selezioneranno per il lettore articoli, video e infografiche che appariranno come un flusso continuo per consentire una lettura veloce.
E a questo punto la domanda popolare ci sta: vuoi vedere che la decisione del New York Times è indice del fatto che in America siano ancora poche le persone che pagano per leggere le notizie?

Twitter e palinsesti, i social media cambiano la tv?

Suvvia, ci abbiamo provato tutti almeno una volta nella nostra vita. Forse perché fa trend, fa tendenza, o forse anche per sentirci più fighi nei confronti di tutti coloro che sono meno social di noi.
Tutti, almeno una volta nella vita social, abbiamo provato a cinguettare mentre siamo comodamente stravaccati in divano a guardare una trasmissione di attualità o un film impegnato o comico che sia. Ebbene, quello che io credevo fosse solo un trend, si appresta a diventare uno strumento serio per la misurazione dell’audience. O giù di lì. In questi giorni c’è stato l’annuncio: dall’autunno 2014 sarà disponibile anche in Italia (che in determinate cose, chissà come mai, arriva sempre dopo l’America) il servizio Nielsen Twitter Tv Ratings. Nielsen, per chi non lo sapesse, è un’azienda leader nelle informazioni di marketing e nella rilevazione di dati sui consumi e sull’uso dei media. Le periodiche “misurazioni” Nielsen costituiscono da sempre un punto di riferimento per gli addetti ai lavori, oltre che un quadro completo del mercato dei media, delle telecomunicazioni o della pubblicità.
La novità annunciata sarà un vero e proprio strumento di misurazione dell’attività e della reach delle conversazioni Twitter sui programmi televisivi. In pratica, la misurazione è semplice: serve a monitorare se e quante persone del mondo Twitter cinguettano a proposito di determinati programmi tv. L’accordo tra Twitter e Nielsen – che è alla base del lancio della nuova attività – è stato siglato nel 2012 ed è già attivo da tempo negli Usa.
Io credo che la notizia sia una vera e propria diavoleria che consentirà alle aziende e ai produttori di programmi tv di orientarsi in base alle conversazioni degli utenti e ai loro pareri social, espressi tramite uno dei più popolari social media.
Insomma, leggi i trend, analizzi i tweet e di conseguenza orienti le tue strategie commerciali. Ma io vedo anche altro, che va al di là della tradizionale idea di orientare strategie commerciali e quindi oltre il business: la “misurazione” dei tweet a mio avviso è anche una forma di interazione con il medium televisione che va a integrare la vecchia cara e forse spesso abusata interazione via telefono (e dell’interazione via telefono sono pieni i manuali di storia della televisione). Insomma, credo in un mondo in cui il coinvolgimento diretto degli spettatori – specie di fronte all’accanita concorrenza dei nuovi media – diventi sempre più importante. Sarà così? Non ci resta che attendere il prossimo autunno per capire…