e-government: siamo nella top 25

Mi sveglio e leggo con piacere una notizia Ansa: l’Italia è nella top 25 dei Paesi con il più alto sviluppo per l’e-government.
Per tutto il post farò finta di non sapere quante e quali difficoltà il cittadino comune incontra nell’interfacciarsi con la pubblica amministrazione. Per il momento fingerò di non ricordare quanto sia difficile, spesso, dialogare con chi ci governa anche in maniera tradizionale. No, questa volta non voglio che ci piangiamo addosso: vorrei semplicemente dare la notizia.
Il nostro Paese è uno dei migliori – rientra nei primi venticinque – tra quelli che offrono servizi per la partecipazione on line, aumentando l’uso di strumenti multimediali e dei social media. I dati interessanti, a mio avviso, sono proprio quelli relativi ai social media, con l’utilizzo che è aumentato del 50% in soli due anni (dal 2012 al 2014). Il balzo in classifica dell’Italia è importante: 9 posizioni scalate in un anno. Adesso siamo al ventitreesimo posto. Il sondaggio – va detto per dovere di cronaca – riassume i dati relativi a tutti gli Stati membri dell’ONU.

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Libertà di stampa in Italia, l’allarme dell’ONU

Foto: iltaccoditalia.info

Che non fosse un periodo buono per il giornalismo in Italia lo abbiamo capito da tempo. C’è di mezzo la crisi generale, quella economica, quella del mondo dell’informazione…. e chi più ne ha più ne metta!
A volte, ve lo confesso, mi interrogo da sola sullo stato dei lavori per la riforma della legge sulla diffamazione oppure quelli sulla determinazione dell’equo compenso. A volte ho come la sensazione di aver perso il filo del discorso. Poi esamino la situazione, mi fermo a leggere quei pochi siti, blog e post che aggiornano sulla questione, e mi rendo conto semplicemente che, spesso, dopo vari polveroni mediatici è sempre tutto fermo al palo.
Stamattina, grazie a un post su Facebook del presidente dell’Ordine Nazionale dei giornalisti, sono arrivata al blog di Marina Castellaneta e alla notizia dell’allarme dell’Onu sulla questione della libertà di stampa in Italia. Ho sentito immediatamente di dover condividere la notizia sui social network, con i miei amici e colleghi, per informarli.
Ma ora mi è venuta la voglia di fare una riflessione assieme ai tre/quattro lettori assidui di questo blog.
Nel nostro Paese – è convinta l’Onu – diventa necessario mettere mano all’intero settore della libertà di stampa per adeguarsi a tutti gli effetti a standard internazionali, che tuttora non sono rispettati.
Il relatore speciale sulla promozione del diritto alla libertà di opinione Frank La Rue è stato in Italia nel 2013 e ha presentato un rapporto – che verrà discusso il prossimo mese di giugno a Ginevra – in cui, tra le altre cose, evidenzia alcuni punti critici del mondo dell’informazione nostrano.
Il primo nodo è quello relativo alla depenalizzazione della diffamazione: anche il nuovo disegno di legge – che di fatto abolirebbe il carcere per i giornalisti – non sarebbe in linea con gli standard internazionali prima di tutto per via delle sanzioni pecuniarie particolarmente elevate e per via dell’obbligo di rettifica automatico che potrebbe entrare in contrasto con la libertà di stampa. In sintesi, anche con il nuovo disegno di legge, e pur in assenza della pena carceraria, le elevate sanzioni pecuniarie potrebbero costituire comunque una minaccia per chi intende fare informazione liberamente.
Sull’equo compenso, altri rilievi: il relatore sottolinea le gravi condizioni di sfruttamento e il proliferare di contratti e contrattini che sicuramente non consentono al giornalista buone condizioni di lavoro.
Insomma, la situazione della libertà di stampa in Italia – anche a detta dell’Onu – non è delle migliori. Noi che facciamo (o proviamo a fare questo mestiere lo sappiamo, no?). E perché, nonostante andiamo ripetendo sempre le stesse cose da tempo, gli amici, i politici e chi ci governa non lo capisce?
Tempo fa, parlando con una cara amica, e muovendo gran parte dei rilievi contenuti in questo post, mi sono sentita rispondere: “Eh, ma con la situazione che c’è adesso, chi vuoi che pensi a queste cose?”. Sono rimasta senza parole. Ma ora mi chiedo: se chi ci governa, la politica e gli editori non cominciano a pensare seriamente anche a queste cose, come si fa?