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La comunicazione non è di tutti

Lo devo dire, anche a costo di sembrare spocchiosa: la comunicazione professionale non è di tutti.
Ne parlavo l’altro giorno con una cara amica: oggi tutto è comunicazione, ma questo non significa che tutti possano improvvisarsi esperti. L’immersione pressoché totale nel mondo della comunicazione non significa che se sei su Facebook, Twitter e Linkedin puoi professarti un ottimo gestore di social media. Essere presenti on line è la base; ma ci sei a titolo personale e non professionale. E che dire di chi confonde come se niente fosse un blog con uno spazio su un social media? Credo sia quantomai necessario chiarire un concetto: così come non ti puoi improvvisare medico, allo stesso modo non puoi improvvisarti comunicatore. Certo, pare una cosa da poco: ma dietro scelte strategiche e studiate di comunicazione ci sono anni e anni di studio che non sono solo legate a come taggare le persone sui social. La prima cosa, lasciatemelo dire, è l’italiano: quanti post sgrammaticati state leggendo? Vi posso garantire che in tempi di campagna elettorale è ancora peggio. E, badate bene, anche per le campagne elettorali esistono i professionisti della comunicazione. Le pagine gestite artigianalmente dai giovani del partito sono artigianali per l’appunto, lontane anni luce da quelle gestite da chi fa comunicazione per mestiere. Ma poi qui entriamo nel mondo (ancora più difficile per quelli duri di comprendonio) dei pagamenti. Dirò una cosa che forse sconvolgerà qualcuno: la comunicazione si paga, ha un costo, esattamente come qualsiasi altro settore strategico di un’impresa. Non avete voglia di investire in comunicazione? Il risultato sarà sotto gli occhi di tutti. A me hanno sempre detto una cosa, a cui ora credo fermamente: tutto ciò che non costa non vale.

Foto: mistermedia.it

Comunicazione, politica e talk show

«La comunicazione non può sostituire la politica». Io lo sostengo da tempo. Ma dopo che Stefano Rodotà lo ha pubblicamente dichiarato in trasmissione da Floris posso scriverlo qui anche a caratteri cubitali. E – consentitemi un pizzico di vanità – posso anche vantarmi di averlo sempre sostenuto.
Ci sono momenti televisivi che ti riconciliano con la politica, con il diritto e con la democrazia. Ospitate – non nel senso negativo del termine – che ti danno fiducia perché ti mostrano che c’è ancora qualcuno che la pensa come te e che forse il tuo dissenso quotidiano verso la politica in generale e verso alcuni modi di comunicare non è solo il frutto di una demenza senile molto anticipata.
Devo dire che l’intervista di ieri sera a Rodotà mi ha in un certo qual senso riconciliata con la televisione e con i talk show. Dopo un inizio di stagione abbastanza sonnolento (ammetto di aver profondamente dormito nel corso delle prime trasmissioni, facendo zapping da “Ballarò” a “Di Martedì”), il finale di trasmissione di Floris mi ha ridato speranza: anche nei talk show serali c’è spazio e tempo per approfondire tematiche principali e per sentire parlare qualcuno che ha a cuore i diritti e non solo i voti dei telespettatori.
Tanti i temi dell’intervista che andrebbero ripresi, trattati approfonditamente, sviscerati per gli addetti ai lavori. Uno su tutti: l’esordio sui social media e i vecchi media tradizionali e il commento della scelta di Renzi di riappropiarsi degli spazi tv che qualcuno crede oramai morti…
Vi confesso che una strana sensazione, però, si è impossessata di me quando Maria De Filippi è stata presentata come un’esperta di comunicazione ed è stata intervistata a proposito delle strategie di comunicazione di Matteo Renzi. Ma come? Esperti esperti in senso tradizionale non ce ne sono? Con tutto il rispetto per la De Filippi, sia chiaro, ma non c’è qualcuno che possa parlare della comunicazione di Renzi senza necessariamente condurre programmi tipo “Uomini e donne”? L’ho pensato, ve lo confesso; e lo scrivo anche, proprio perché certe sensazioni vanno condivise (almeno con quei tre lettori che solitamente mi seguono). Ma forse la mia considerazione è “antica” e legata alla vecchia concezione dell’”intellighenzia” di cui si parla anche nel corso dello spezzone di trasmissione che linko di seguito e che invito tutti a vedere.
Mi sono svegliata con un pizzico di speranza in più stamattina. Per i contenuti trattati ieri sera, per la signorilità, l’eleganza e la preparazione di Rodotà. Ma anche perché l’intervista si è conclusa nella maniera tradizionale, con una stretta di mano e un “buonasera”. Niente selfie, niente carmelitasmack. Scusatemi, ma io – anche se non tanto anziana – continuo a credere che la politica e la comunicazione siano una cosa seria.

Qui trovate la prima parte dell’intervista e qui la seconda.
Buona visione!

 

Foto: ict-pro.it

La “delicatezza” comunicativa della politica 2.0

Bocca mia, taci! Penna mia, stai ferma!
Me lo sono ripetuta cinquantamila volte prima di cominciare a scrivere. Ma – ammetto la mia debolezza – non ce l’ho fatta. Rischio di comunicare solo antipatia, forse. Io che dovrei comunicare il meglio, avendo studiato per questo. Ok, passi anche per la mia antipatia. Una cosa, però, vorrei che fosse chiara a tutti. Periodo elettorale o no.
I tag a raffica sono scostumati. Non parliamo delle foto, no, non solo. Anzi, precisiamo che i tag nelle foto andrebbero autorizzati per legge dai diretti interessati. Nella storia recente, ogni persona che conosco è stata taggata almeno una volta in una foto sconvolgente, scandalosa, pessima, orribile… E chi più ne ha più ne metta.
Accertato il fastidio del tag generico, resta da approfondire quello del tag politico/elettorale. Mi sono decisa a scriverne perché fino a oggi sono stata taggata da tutte le coalizioni e da svariati candidati. Quindi, nessuno si senta offeso: auguro a tutti, di cuore, un in bocca al lupo. Auguro loro l’elezione e i successi che maggiormente desiderano, augurando a noi comuni mortali risultati concreti per la vivibilità delle nostre città e del nostro Paese (ce n’è bisogno).
Da oggi fino al 25 maggio – facciamocene una ragione – nelle nostre bacheche Facebook imperverseranno solo foto di faccioni sorridenti e in bella mostra che vogliono il nostro voto, ma che vogliono arrivare tramite noi e le nostre bacheche a tutti gli amici nostri e agli amici degli amici.
La campagna elettorale – facciamocene una ragione anche in questo caso – si è inevitabilmente spostata sul web. È diventata 2.0 direbbe qualcuno che vede ancora nel 2.0 la novità tralasciando le importanti frontiere della Rete e delle nuove tecnologie (mai un punto di arrivo ma sempre uno di partenza). Ma perché la campagna elettorale oggi si fa on line? Semplice: dalle mie parti si dice “sparagn e cumparisc”. Vuoi mettere il fascino di una foto postata a più riprese su Facebook paragonata a un manifesto che vai (o mandi) ad attaccare ogni ora negli angoli più disparati della città? E soprattutto, volete mettere l’economicità dei mezzi 2.0? Con i manifesti spendi un botto di soldi… Con internet al massimo ci paghi la connessione.
Però, ora vi confesso una cosa: con i nuovi media il rischio di antipatia (sì, proprio come l’antipatia che potrei suscitare io con questo post) è imminente e a portata di mano. Il tag indiscriminato, quello a raffica, quello sulle bacheche di tutti, rischia solo di farvi perdere qualche voto.
Stamattina ho spiegato a una persona che non ha dimestichezza con il web cosa accade con i nuovi media.
Vi ripropongo la spiegazione:
i “santini” di partiti e candidati che infestano la bacheca generale di Facebook li ho paragonati ai classici manifesti elettorali. Passi per un luogo frequentato da tutti e ne vedi una marea. Per fortuna – e qui il candidato ha solo da guadagnare con i nuovi media – non c’è il rischio che qualcuno ti affigga sul faccione stampato un bel “pubblicità abusiva” per ricordare che non è stata pagata la tassa di affissione. E, altra cosa positiva, c’è meno spreco di carta e meno carta straccia in giro per le strade (magari si mantengono più pulite).
Le immagini di candidati, coalizioni, partiti, manifesti elettorali in cui ti taggano sono poco delicati: è come se su un manifesto cartaceo utilizzassero la tua immagine senza annunciarlo. Ok, direte voi, il tag serve a farti vedere che mi sono candidato. Ma non sarebbe meglio farlo vedere in piazza anziché con la mia faccia? O non sarebbe più corretto usare un messaggio privato? Al problema esiste una soluzione: il controllo dei tag. Permette di augurare in bocca al lupo a tutti, amici e nemici, e di evitare che i faccioni compaiano tra le vostre foto.
i “santini” di partiti e candidati che miracolosamente appaiono sulla tua bacheca di Facebook sono una vera e propria invasione della sfera personale. È come se venissero ad attaccarti un manifesto sotto casa o, peggio ancora, addosso. A voi non sembrerebbe quantomeno poco delicato? Anche per questo esiste il controllo preventivo.
Peccato dover ricorrere alla censura in tempi di web 2.0 ma solo questi mezzi abbiamo a disposizione.
Ah, preferisco stendere un velo pietoso su partiti, partitini, candidati nazionali ed europei, che il giorno prima cominciano a seguirti su Twitter nella speranza che tu ricambi, il giorno dopo – visto che non li hai calcolati – non ti seguono più e quello successivo riprendono a seguirti nella speranza di farsi notare.
Il web 2.0, cari miei candidati/portavoce/addetti stampa, è qualcosa di ben diverso.
Peccato aver perso un treno, come si dice sempre dalle mie parti: Facebook e Twitter sono strumenti per l’esercizio di forme di democrazia diretta, lontani dagli ideali di Grillo, ma lontanissimi anni luce dall’idea di chi ripropone manifesti in formato elettronico sic et simpliciter.
Il web serve a dialogare: quanti di voi hanno interpellato i cittadini nello stilare i programmi elettorali o anche solo per sapere cosa pensano di questa o quell’altra idea? La politica non si cambia solo con l’appellativo di 2.0; servono i fatti!