Archivi tag: progetto

Il valore dell’informazione, una riflessione

Quando entro nelle scuole capisco che c’è ancora speranza per il mondo del giornalismo. Lo leggo negli occhi degli alunni attenti e nelle menti di coloro che – anche se giovani – capiscono appieno l’importanza di una professione che spesso perde di vista i suoi obiettivi.
Quando con aria interrogativa chiedo loro se hanno idea delle retribuzioni dei giornalisti oggi, mi rendo conto di quanto sia bello il mondo visto con gli occhi di un adolescente e di quanto potrebbe essere bella questa professione senza i problemi con cui ci scontriamo tutti quotidianamente.
Capisco l’importanza che loro danno a questo mestiere quando con gli occhi lucidi uno di loro mi risponde: “prof., io penso che i giornali pagano mille euro per un articolo importante“. Ecco, questo è il valore che un giovane dà all’informazione. Non deludiamoli. Continuiamo a fare il nostro mestiere al meglio, nonostante le difficoltà. C’è ancora chi crede nei valori e nell’etica dell’informazione. Prima ancora che qualcuno arrivi a spiegargliela.

Annunci
Foto: lsdi.it

Mediapart: ciò che non costa non vale?

«Il web per tutti è sinonimo di gratuità«. Alzi la mano chi, in qualsiasi momento della sua vita, da quando il web 2.0 imperversa, non se lo sia sentito ripetere almeno un paio di volte. Specie quando si parla di informazione.
E invece no: non è detto che internet debba essere sinonimo di informazioni diffuse in maniera gratuita. O almeno pare che possa esserci una soluzione diversa. Quale?
L’esempio – di cui parla “La Stampa” nell’edizione di oggi on line – viene dalla Francia e si chiama Mediapart. Si tratta di un progetto di informazione a pagamento esclusivamente on line. Il giornale si legge su internet, si paga ma non ha né pubblicità né editori (nel senso peggiore del termine che intendiamo noi). In sintesi estrema: l’unico padrone del giornale è il lettore.
Detta così sembra la teorizzazione di una vecchia idea – molto idealistica e poco reale – del modo di fare informazione.
Invece il giornale – dal 2008 guidato da una vecchia volpe del giornalismo francese, Edwy Plenel, ex direttore di Le Monde – esiste davvero e qualche giorno fa ha festeggiato i centomila lettori.
La Stampa riferisce che lo slogan della serata sia stata una profezia poco profetica: «Credete nella mia esperienza: Mediapart non funzionerà mai, la stampa sulla Rete non può essere che gratuita». La frase fu pronunciata nel 2007 da Alain Minc, un esperto di editoria e finanza, alla vigilia della nascita del nuovo progetto.
In realtà il fatto che nel web tutto debba essere gratuito è una semplice constatazione che facciamo quotidianamente ed è una convinzione che sembra oramai indistruttibile. Spesso ce ne facciamo una colpa (e quando scrivo al plurale intendo tutti quelli che gravitano, in un modo o in un altro, nel mondo dell’informazione): aver “concesso” inizialmente l’informazione on line in maniera gratuita ci ha condannato. Una convinzione radicata, certo; ma potrebbe non essere così. Almeno non in parte.
Oggi Mediapart è una realtà con 52 dipendenti, con un bilancio nel 2014 di poco meno di 9 milioni di euro e con un attivo di 1,3. I numeri parlano di centomila abbonati, duecentomila visitatori al giorno: cifre da gradi giornali che però, a differenza di Mediapart, beneficiano anche di finanziamenti pubblici.
Le ragioni del successo, secondo il direttore Plenel sono molteplici: innanzitutto – dice – «abbiamo scoperto che il virtuale è reale»; poi conta molto la partecipazione dei lettori, l’interazione tanto sbandierata dal momento della nascita del web 2.0. E – dice Plenel con un concetto particolarmente innovativo rispetto ai soliti luoghi comuni – il digitale permette la valorizzazione, si conserva più della carta e non fa perdere la memoria, come invece farebbe l’informazione tradizionale ossessionata dall’attualità.
Ma che notizie riporta Mediapart? Il direttore viene considerato come un giornalista ossessionato dallo scoop. Non a caso Plenel ha dichiarato che «per noi fare giornalismo significa sempre prendere posizione, fare inchieste e dare notizie che gli altri non hanno».
La formula innovativa comporta per i lettori il pagamento di un abbonamento mensile di 9 euro oppure un annuale di 90 euro.
In conclusione? A mio avviso il caso Mediapart sembra mettere in risalto una logica mai troppo scontata: ciò che non costa non vale (e su questo si potrebbe aprire un capitolo infinito sui costi/prezzi delle collaborazioni giornalistiche. Ma sarà meglio parlarne in altra sede…).

Lotta al burocratese, semplifichiamo il linguaggio?

È tanto difficile semplificare il linguaggio della pubblica amministrazione? È tanto complicato consentire al cittadino comune di comprendere tutto ciò che si scrive in un atto amministrativo, senza continui rimandi ad atti, delibere e comunicazioni precedenti?
Io ho sempre creduto di no. L’ho cominciato a credere quando all’università cominciai ad approfondire il tema della sburocratizzazione del linguaggio amministrativo. All’epoca si parlava del progetto “Chiaro!”, una attività di comunicazione realizzata nel corso del 2002 dal Ministero della Funzione Pubblica, che puntava alla semplificazione del linguaggio amministrativo. Allora, se non ricordo male, c’era la possibilità per tutte le amministrazioni di ricorrere a una sorta di consulenza on line di un gruppo di esperti (giuristi e linguisti) per rendere più efficace (allora andava tanto di moda parlare di efficacia ed efficienza della PA) la loro comunicazione con i cittadini.
Stamattina, facendo zapping in tv, mi sono imbattuta in un programma Rai che di prima mattina dava spazio a una interessante iniziativa del comune di Cremona, volta alla semplificazione del linguaggio della PA, in questo caso l’ente comunale. Mi sarebbe piaciuto approfondire ulteriormente l’idea perché – lo ammetto – l’ho trovata davvero interessante. Peccato che a un certo punto abbiano tolto l’audio alla responsabile del progetto, in collegamento video, che per un malfunzionamento non riusciva ad ascoltare le domande dallo studio. Assieme ai conduttori hanno commentato – per troppo poco tempo – l’iniziativa e i propositi di sburocratizzazione del linguaggio i conduttori e il professore Sabatini, linguista, presidente onorario dell’Accademia della Crusca.
Quel pizzico di trasmissione ha riportato in me mille dubbi e l’entusiasmo del periodo universitario.
Perché si comunica tanto male? La mia sensazione è che negli ultimi tempi tutti abbiamo tanta attenzione per la forma e poca per la sostanza. Tutti pronti a comunicare su Twitter, su Facebook, sui principali social media e tutti così poco attenti ai contenuti…
Credo che la democrazia, quella vera, e il riscatto dell’Italia passino anche da qui: dal far capire ciò che si fa e come lo si fa. Altrimenti tutto diventa un discorso tra sordi. Tra la PA che comunica a modo suo e il cittadino, che spesso e volentieri non ha modo e tempo di informarsi per bene. E la cosa più drammatica è che in questo corto circuito della comunicazione anche l’informazione ha perso parte della sua missione. Il giornalismo non spiega più ai cittadini: dà per assodate conoscenze o forse preferisce appiattirsi su forme, modi e tempi della comunicazione.
Spero di documentarmi meglio sui progetti e dedicare altri post all’argomento. Intanto mi chiedo: ma sarebbe tanto difficile bissare un progetto simile a quello del 2002 oggi? Internet è molto più diffuso e le tecnologie hanno portato – a modo loro, si intende – alla democratizzazione del sapere. Sarebbe probabilmente il momento opportuno per dare il via anche a questi progetti.