Banner addio, verso il boom del native ad

Foto: blog.tagliaerbe.com

Native advertising al posto dei classici banner? La tendenza futura per la pubblicità on line potrebbe essere questa. Lo dimostra il fatto che oramai sono sempre più quelli che pian piano puntano sul native ad al posto della classica pubblicità invasiva on line. Lo sostiene anche un interessante articolo di Farhad Manjoo del New York Times, ripreso da L’Internazionale.
La pubblicità in versione native ad si integra appieno con il mezzo che lo veicola, con l’annesso pericolo di maggiore confusione tra messaggi sponsorizzati e non.
I banner – ricorda Manjoo nell’articolo – nacquero venti anni fa come risposta immediata alla necessità di dare spazio alla pubblicità on line. Oramai, però, sarebbero una soluzione obsoleta e abbastanza fastidiosa per gli utenti. Non a caso, i banner oggi sono venduti a poco prezzo e in grandi quantità. Un discorso, quello dei banner. che alimenterebbe il circolo vizioso della moltiplicazione esponenziale di siti alla perenne ricerca di click per scopi chiaramente pubblicitari.
La nuova frontiera della pubblicità on line, invece, pare essere diversa. Come? Pensiamo alle app di cui usufruiamo quotidianamente e ai contenuti sponsorizzati inseriti direttamente nei feed degli utenti (Instagram, Facebook…). Il futuro della pubblicità potrebbe proprio essere questo. Con non pochi pericoli in tema di differenziazione dei contenuti. Il discorso del cambiamento necessario dal punto di vista pubblicitario funziona; e per chi fa informazione, invece? Non c’è il rischio di una forte commistione di contenuti storicamente ed eticamente distinti? E se – come paventato in una tesi di laurea abbastanza recente assurta agli onori delle cronache di settore – i giornalisti finissero per piegarsi al native ad?
Sarà il tempo a dirci come andrà a finire. Intanto, prepariamoci a dire addio ai banner!

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Native Ad, la soluzione a tutti i problemi?

Fonte: NativeAdvertising.it

Native Ad. O Native Advertising, se preferite.
Fino a ieri abbiamo letto queste due paroline abbinate su qualche manuale di comunicazione o forse anche negli studi su alcune realtà abbastanza lontane da noi (e quando dico “noi” intendo il nostro Paese, l’Italia).
Da qualche tempo, però, queste due paroline tornano con insistenza nella mente, sugli schermi e davanti agli occhi di chi, in Italia, sia un minimo appassionato di comunicazione (e ora anche di informazione). Proprio ieri leggevo on line, su qualche blog, della possibilità che una buona parte dell’informazione diventasse a pagamento; a pagamento nel senso di “sponsorizzata da qualcuno”. Oggi, invece, c’è un intero approfondimento sul tema su R2 de la Repubblica.
Ma che cos’è questa “Native Advertising”? Una cosa abbastanza semplice: un contenuto sponsorizzato, promosso e offerto ai lettori. In pratica, mentre la pubblicità ha avuto sempre la caratteristica di distrarre il lettore, di farlo “staccare” dalla lettura, oggi la Native Advertising mira a far diventare anche l’annuncio pubblicitario come parte del contenuto generale. Provo a semplificare ancora di più: se prima la pubblicità rompeva il flusso delle informazioni, oggi, la Native Ad mira a inserirsi in quel flusso e a non rompere gli schemi, ma a usare una piattaforma nel modo in cui questa viene scelta dagli utenti.
Fin qui ci siamo (o dovremmo esserci). Il fatto è che la Native Advertising “rischia” (e consentitemi di usare le virgolette in questo frangente) di diventare parte della soluzione a tutti i problemi che caratterizzano oggi il mondo dell’editoria. Oramai oggi tutti i gruppi editoriali sono alla ricerca di nuovi modelli economici per affrontare un momento storico drammatico. E la Native Ad potrebbe essere proprio una soluzione a tutti questi problemi.
Ma voi ve le immaginate le inchieste sponsorizzate da un grande gruppo industriale? O articoli scritti grazie a sponsor che pagano letteralmente le spese? E soprattutto: voi lettori leggereste un giornale costruito così?
La Native Ad e varie sue derivazioni pare imperversino oramai negli Stati Uniti, come una vera e propria “pubblicità indigena”, cioè come testi che vengono concepiti e nascono nel giornale stesso, spesso scritti dalla stessa mano che realizza inchieste e articoli tradizionali.
Adesso io mi chiedo: in Italia c’è chi vedrebbe di buon occhio questa novità? Un’idea che susciterebbe non pochi problemi anche dal punto di vista della regolamentazione – e perché no? – anche per l’etica della categoria dei giornalisti. Ok la crisi, ok una situazione sempre più drammatica… Ma davvero i cronisti italiani sono disposti a scrivere dietro sovvenzionamenti degli sponsor? Non si svilirebbe così la vecchia e mitica figura del giornalista come cane da guardia?

Paid post e native advertising, se la pubblicità sostituisce l’informazione

Ho appena letto una di quelle notizie che fanno male. Tormentano l’animo di chi ha sempre amato una professione e di chi continua a credere in uno dei mestieri più affascinanti di tutti; una notizia che fa a pezzi quel briciolo di orgoglio che resta a tutti quelli che, nonostante le mille difficoltà del momento, continuano a svolgere il proprio lavoro nella maniera più onesta possibile.
Qual è la notizia? La leggo dall’agenzia TMNews: “i quotidiani potrebbero presto chiedere agli inserzionisti di scrivere direttamente notizie per loro”.
Perché? Semplice. Le notizie scritte dagli inserzionisti pubblicitari – si spiega nel lancio di agenzia che riprende delle dichiarazioni di Meredith Levien, vicepresidente esecutivo della divisione pubblicità del New York Times – sono una fonte di ricavi destinata a crescere. Pare, infatti, che i lettori dedichino agli articoli sponsorizzati lo stesso tempo che dedicano a leggere le notizie tradizionali.
Vi dico la verità: sarò pure un po’ di parte ma io non ci credo. Posso anche credere che i lettori dedichino più tempo ad articoli sponsorizzati ma non credo proprio che i quotidiani possano abbandonare la loro funzione originaria per diventare veri e propri bollettini pubblicitari.
Capisco che il mondo della comunicazione e dell’informazione cambi e si modifichi – guai se non fosse così – ma il troppo è troppo.
La notizia di agenzia spiega anche che il New York Times ha cominciato a pubblicare dallo scorso gennaio alcuni cosiddetti “paid post”, imitando il successo di siti tipo BuzzFeed. La strategia, che tutti in gergo tecnico definiscono “native advertising” pare abbia funzionato. Gli inserzionisti lavorano in maniera integrata con la redazione, a patto che gli articoli pubblicitari siano segnalati e ben distinguibili dai lettori. Ma le dichiarazioni di Levien contraddicono – ricorda TMNews – le condizioni del Wall Street Journal che poco tempo fa aveva ricordato al mondo intero che i lettori non sono disposti a dedicare più di quindici secondi ai contenuti sponsorizzati.
Non so chi dei due giornali abbia obiettivamente ragione. Sarà solo il tempo a dirlo. Sarebbe forse il caso di cominciare ad indagare a fondo sul perché spesso anche gli articoli pubblicitari vengono preferiti dai lettori a un certo tipo di informazione. Ma istintivamente, per difesa, dignità e orgoglio di una professione spesso troppo bistrattata, io mi schiero dalla parte di quelli che continuano a credere nel giornalismo.
Credo in chi svolge questa professione con tutte le difficoltà del mondo, in chi va ancora a consumarsi la suola delle scarpe alla ricerca di una notizia, in chi passa notti insonni perché sente il peso della responsabilità sulle sue spalle; credo in chi al mattino si alza con il sorriso sulle labbra perché è orgoglioso del suo lavoro, in chi fa i sacrifici per affermare i propri sogni.
Credo in chi ama questa professione e in chi ricorda le poche, semplici, elementari regole di un mestiere. Raccontare i fatti, quello che la gente vuole sapere, senza dimenticarsi della propria morale umana e professionale: è questa la vera essenza del giornalismo. Il resto, beh, il resto è tutta un’altra cosa. Il futuro è del giornalista che non insegue i pubblicitari né i politicanti; il futuro è nelle mani di chi continua modestamente a informare l’opinione pubblica. Quella – penso – è l’informazione allo stato puro, l’essenza del giornalismo, che difficilmente potrà scomparire.

Torna il Winner Taco: vittoria dei social network?

winner_tacoIl possibile ritorno del Winner Taco nei freezer di bar e supermercati è stato accolto da tutti come la vittoria del popolo dei social media.
Il popolo di Facebook e Twitter ha da tempo invocato il ritorno di uno dei gelati più amati degli anni Novanta a suon di gruppi Facebook, pagine “Mi piace” e petizioni popolari rigorosamente on line.
Da qualche giorno la notizia del possibile ritorno del gelato amato da una generazione è apparsa su tutti i giornali. “Vincono i social”, “La vittoria dei social” – ho letto sui principali siti di informazione on line, mentre entusiasticamente si annunciava la presenza di un gigante Winner Taco a Ponte Milvio.
Non voglio entrare nella vicenda ma una riflessione proprio non riesco a trattenerla.
Ma avete idea di quanto ha guadagnato l’Algida con questa faccenda?
Oggi le aziende assumono persone solo ed esclusivamente per condurre le indagini di mercato; l’Algida, invece, per decidere di reimmettere il Winner Taco sul mercato non ha speso un euro. Inoltre, vi siete resi conto di quanta pubblicità gratuita si sta facendo in questi giorni a un’azienda e a un prodotto? Una vera e propria campagna virale “aggratis”.