La Carfagna, il Pd e la confusione per qualche click in più

Cosa non si fa per qualche click in più? E, soprattutto, cosa fanno i quotidiani italiani on line per catturare lettori? Il fenomeno non è più circoscritto solo a una ristretta cerchia di blog/siti a caccia di qualche click per guadagnare lettori.
Oramai nel circolo vizioso della caccia al click stanno finendo proprio tutti.
Stavo facendo tutt’altro stasera. Ma poi mi hanno segnalato questo post di Libero su Facebook: Schermata 2015-09-29 alle 21.53.46Bene, questo che avete appena visto è lo specchietto delle allodole per gli utenti di Facebook. Poi clicco sulla notizia, mi collego al sito di Libero e, come per magia, leggo questo: Schermata 2015-09-29 alle 21.54.13

Ricapitoliamo: sull’anteprima su Facebook, la Carfagna che passa al Pd è Mara, ex ministro. Sul sito del quotidiano, invece, risulta evidente fin dal titolo che Maria Rosaria Carfagna, cugina omonima dell’ex ministro, passa al Pd. Schermata 2015-09-29 alle 21.54.06

Ovviamente l’articolo in questione precisa che la notizia ha dato luogo a molti fraintendimenti perché la Carfagna che passa al Pd è omonima dell’ex ministro. Certo, i fraintendimenti ci sono. A partire proprio dall’articolo che stiamo leggendo. A questo punto, la mia domanda è ancora più insistente rispetto al passato: ma questo giornalismo dove sta andando a finire?

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Thinkup, un servizio per evitare gaffe social

Foto: psycheatwork.com
Foto: psycheatwork.com

Diciamoci la verità: i social network ci sono sembrati almeno una volta nella vita uno sfogatoio collettivo. Tra chi non rispetta le elementari regole della comunicazione on line e chi, invece, si diletta a scrivere post aggressivi o fuori luogo, tutti prima o poi – io in primis – abbiamo pensato: “Ma questo sta diventando proprio un mondo di matti”.
Un mondo strano, tanto da spingermi a pensare sempre più spesso alla necessità di un corso di formazione per i tanti sprovveduti che si avvicinano al mondo di internet per la prima volta, forse scambiandolo per un confessionale pubblico (ossimoro già nei termini, una vera e propria contraddizione). On line si ha spesso la sensazione, acuita evidentemente dal falso clima confidenziale, che molti postino stati senza filtri, senza avere alcuna idea di quello che stanno facendo. Sui social agiamo sempre più spesso senza pensare, con un’avventatezza oramai automatica, favorita dal fatto che non ci troviamo nessuno di fronte (nessuno in carne e ossa, ovviamente).
Poi stamattina sfoglio “l’Internazionale” e rispolvero una notizia che qualche tempo fa avevo letto anche su “Wired”: esiste un servizio (a pagamento) per aiutare gli utenti a evitare le gaffe digitali. Si chiama Thinkup ed analizza il comportamento delle persone su Twitter e su Facebook cercando di far diventare l’utente più professionale, riflessivo e maggiormente adeguato al contesto. E dovrebbe essere una vera e propria manna dal cielo per quanti sono abituati a postare on line senza alcun tipo di freno inibitorio.
Farhad Manjoo del “The New York Times” ha usato il servizio per sei mesi e lo definisce “una guida indispensabile per capire il modo in cui usiamo i social network”.
“Una specie di promemoria costante del fatto che gli altri ci guardano e ci giudicano” – scrive il giornalista nell’articolo pubblicato da “L’Internazionale”.
Il servizio Thinkup – ideato dall’imprenditore e blogger Anil Dash e da Gina Trapani – nasce proprio perché Dash, trovatosi davanti all lista di parole usate nei suoi tweet, ha pensato di essere stato troppo aggressivo in passato e allora ha ideato un sistema che dovrebbe consentirci di diventare più riflessivi ed empatici sui social network.
Thinkup – scrive il giornalista su “The New York Times” – nonostante tutto non sta avendo un gran successo. Una delle difficoltà principali, manco a dirlo, è far capire agli utenti che questo servizio è importante per la propria immagine/reputazione on line.

Campania maglia nera per l’uso del pc

Foto: corrierecomunicazioni.it

Non amo particolarmente commentare fredde statistiche. Ma a volte delle considerazioni vanno necessariamente fatte. Stamattina ho letto al volo su un quotidiano un dato particolare: la mia regione, la Campania, è maglia nera per quanto riguarda l’uso del pc. Lo dice una recente indagine del Censis (48° Rapporto annuale sulla situazione sociale del Paese), secondo la quale in Campania il 48% della popolazione tra i 16 e i 74 anni non ha mai utilizzato il computer.
La situazione, però, se vogliamo dirla tutta, non è più semplice nel resto d’Italia: in Piemonte la percentuale si aggira intorno al 35%, così come in Umbria. Percentuale elevata anche nel Lazio (30%). La media europea è del 19%, valore a cui si avvicina solo la Provincia autonoma di Bolzano (23%).
Dati che – scusate la franchezza – si commentano da soli. Ancora di più se pensiamo che uno degli obiettivi di Agenda Digitale è quello di ridurre la percentuale al 15% per il prossimo anno. Secondo l’indagine, i ritardi del nostro Paese riguardano anche altri aspetti: tra i progetti dell’Italia c’è quello di implementare la copertura a 100Mbps entro il 2020; intanto, però, solo il 21% della popolazione nel corso dell’ultimo anno ha potuto godere di una copertura ultratecnologica (Nga).
Note positive, manco a dirlo per i social network, sempre più frequentati oltre che “densamente abitati”.
Unica riflessione a margine: diciamo spesso che la carenza di mezzi di comunicazione o lo scarso utilizzo dei media sia una nuova forma di povertà. Oggi, dopo la diffusione di questi dati, non dovremmo sentirci tutti un po’ più poveri?

Comunicazione, politica e talk show

Foto: mistermedia.it

«La comunicazione non può sostituire la politica». Io lo sostengo da tempo. Ma dopo che Stefano Rodotà lo ha pubblicamente dichiarato in trasmissione da Floris posso scriverlo qui anche a caratteri cubitali. E – consentitemi un pizzico di vanità – posso anche vantarmi di averlo sempre sostenuto.
Ci sono momenti televisivi che ti riconciliano con la politica, con il diritto e con la democrazia. Ospitate – non nel senso negativo del termine – che ti danno fiducia perché ti mostrano che c’è ancora qualcuno che la pensa come te e che forse il tuo dissenso quotidiano verso la politica in generale e verso alcuni modi di comunicare non è solo il frutto di una demenza senile molto anticipata.
Devo dire che l’intervista di ieri sera a Rodotà mi ha in un certo qual senso riconciliata con la televisione e con i talk show. Dopo un inizio di stagione abbastanza sonnolento (ammetto di aver profondamente dormito nel corso delle prime trasmissioni, facendo zapping da “Ballarò” a “Di Martedì”), il finale di trasmissione di Floris mi ha ridato speranza: anche nei talk show serali c’è spazio e tempo per approfondire tematiche principali e per sentire parlare qualcuno che ha a cuore i diritti e non solo i voti dei telespettatori.
Tanti i temi dell’intervista che andrebbero ripresi, trattati approfonditamente, sviscerati per gli addetti ai lavori. Uno su tutti: l’esordio sui social media e i vecchi media tradizionali e il commento della scelta di Renzi di riappropiarsi degli spazi tv che qualcuno crede oramai morti…
Vi confesso che una strana sensazione, però, si è impossessata di me quando Maria De Filippi è stata presentata come un’esperta di comunicazione ed è stata intervistata a proposito delle strategie di comunicazione di Matteo Renzi. Ma come? Esperti esperti in senso tradizionale non ce ne sono? Con tutto il rispetto per la De Filippi, sia chiaro, ma non c’è qualcuno che possa parlare della comunicazione di Renzi senza necessariamente condurre programmi tipo “Uomini e donne”? L’ho pensato, ve lo confesso; e lo scrivo anche, proprio perché certe sensazioni vanno condivise (almeno con quei tre lettori che solitamente mi seguono). Ma forse la mia considerazione è “antica” e legata alla vecchia concezione dell’”intellighenzia” di cui si parla anche nel corso dello spezzone di trasmissione che linko di seguito e che invito tutti a vedere.
Mi sono svegliata con un pizzico di speranza in più stamattina. Per i contenuti trattati ieri sera, per la signorilità, l’eleganza e la preparazione di Rodotà. Ma anche perché l’intervista si è conclusa nella maniera tradizionale, con una stretta di mano e un “buonasera”. Niente selfie, niente carmelitasmack. Scusatemi, ma io – anche se non tanto anziana – continuo a credere che la politica e la comunicazione siano una cosa seria.

Qui trovate la prima parte dell’intervista e qui la seconda.
Buona visione!

 

selfie cancellati, errori 2.0

A volte, credetemi, cresce in me la sensazione di essere diventata insopportabile.
Stamattina ho sfogliato i giornali (a dire il vero li ho sfogliati ora dopo una giornata intensa) perché immaginavo di trovare da qualche parte un commento sul selfie di Renzi prima lanciato su Twitter e poi cancellato immediatamente.
Ho fatto una sommaria ricerca sulle principali testate giornalistiche italiane grazie alle comodità che offrono i file in pdf  e ho trovato ben poco.
Sia chiaro: il fatto in sé non è una notizia bomba che genera il buco qualora si decidesse di ignorarla. Però io un’analisi sulla questione – per quanto molto sintetica – l’avrei fatta.
Perché fa scalpore un tweet con un selfie di brutta fattura prima lanciato in Rete e poi cancellato? Io dico perché dimostra che sul web la comunicazione sembra facile ma non lo è.
Perché? Per una serie di motivi…
Perché il web ti dà l’impressione di essere figo in un determinato momento tanto da spingerti a fare qualcosa che – tolto il fascino dell’immediatezza – spesso non faresti.
Perché se commetti un errore (tipo lanciare un messaggio per sbaglio on line) sei fregato a vita, specie se la cosa è compromettente.
Perché se metti una cosa e poi la cancelli, quella cosa resta più in vista che se l’avessi mantenuta pubblicata.
Perché se sei un personaggio pubblico e sei popolare sui social network, devi mettere in conto che buona parte dei tuoi follower è pronta a distruggerti in poco meno di 160 battute.
La lista potrebbe continuare a lungo. Ma forse è meglio finirla qui. L’argomento è troppo vasto per poter essere approfondito in poco tempo e spazio. Ci tornerò più in là. Forse. Per ora, mi basta condividere queste poche considerazioni che – ok, anche io di getto – sto facendo tra me e me da qualche minuto.