Le notizie ai tempi di Instagram

E se le notizie arrivassero anche su Instagram?
Su questa nuova moda social ho sempre scommesso nel mio piccolo: è accattivante, sfrutta a pieno la forza delle immagini e dà la possibilità a tutti di diventare a loro modo fotografi. Eh sì, perché in fondo Instagram fa leva sulle manie di protagonismo fotografico che, più o meno consciamente, esistono in noi. Ci dà la sensazione di diventare bravi premendo questo o quell’altro tasto e ci consente di fare scatti che ci illudiamo siano unici: i filtri sono sempre gli stessi; cambia l’inquadratura e il soggetto, questo sì; ma di professionale c’è veramente poco.
Ebbene, stamattina apro il giornale e scopro che le notizie approdano su Instagram. Come? Con dei video flash, avete capito bene.
Se i ritmi sono sempre più frenetici e se oramai determinati contenuti vengono fruiti in mobilità (non più sempre da pc ma sempre più da smartphone e tablet), la Bbc ha pensato bene di adeguarsi al mondo di Instagram. Come? Cominciando a inserire sul social network brevi filmati che sintetizzano le principali notizie della giornata.
In pratica su Instagram sbarca una sorta di sommario, simile a quelli che noi chiamiamo comunemente “i titoli dei telegiornali”. Mi sembra una genialata: così la tv inglese raggiunge tutti coloro che guardano poco la tv e – perché no? – anche le nuove generazioni, sempre più disaffezionate alla cara vecchia televisione. Un’ottima via per raggiungere coloro che si sono allontanati dalla tv e per incrementare il traffico web sul proprio sito internet!
Lo spazio social della Bbc – informa Italia Oggi – si chiama Instafax, raccoglie tre lanci al giorno e ha già raggiunto oltre 13 mila follower.

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Giornalismo e social media: fonti e tools

Sul rapporto tra giornalismo e social media ci sarebbe bisogno di una approfondita riflessione. Penso a quelli che, in determinati fatti di cronaca, si mettono a scavare sui social media delle vittime, degli assassini o di semplici incriminati, per scriverci pagine di giornale oppure per riempire ore di trasmissione… È un trend – una persona tempo fa, mentre ne parlavamo, lo ha definito così – che io non ho mai condiviso. È come se il cronista si mettesse a rovistare nella vita privata delle persone senza averne il permesso. Approfittando, certo, di un pizzico di ingenuità o di incoscienza di coloro che hanno profili pubblici. Questi gesti restano sempre una intrusione – e come tale non autorizzata – nella vita delle persone (vittime o carnefici che siano).
Ma questa è un’altra storia, che con calma sicuramente cercherò di approfondire in futuro.
La notizia che mi ha spinto a riflettere questa mattina, invece, è un’altra. Primaonline – sito della rivista Prima Comunicazione, punto di riferimento per gli addetti al settore – ha pubblicato una notizia che ha suscitato in me delle riflessioni: quali sono i tools più utilizzati per le ricerche da parte dei giornalisti? Il pezzo di Primaonline riprende una notizia pubblicata da IJNet (network internazionale di giornalisti) che ha stilato una vera e propria classifica dei tools più usati. Quali sono? RebelMouse, Storyful Multisearch, Geofeedia e Topsy.
Ora, io sfido chiunque a dirmi se conoscesse o meno questi siti prima di aver letto la notizia.
Io vi dico cosa ho fatto: la curiosità per l’ennesima volta mi ha fregata e mi sono divertita a provare questi siti.

Cosa ho scoperto?
Partiamo da quello più immediato e sorprendente: Topsy. Contiene i tweet – dicono tutti – della storia di Twitter. Basta inserire la parola twittata (la cara vecchia parola chiave) che si vuol ricercare e… et voilà… i tweet son serviti. Ammetto di aver avuto quasi paura di questa diavoleria: ho trovato dei miei tweet vecchissimi, che neanche io ricordavo! Tra l’altro Topsy indica anche quante volte e da chi il contenuto del tweet è stato citato da altri.
Per Storyful Multisearch è necessario avere come browser Google Chrome ed è una sorta di motore di ricerca sui social media. Facebook, però, pare non sia ancora supportato.
Sto cercando di comprendere ancora per bene l’uso di Geofeedia (che monitora i messaggi che provengono dai vari social media su un luogo predefinito) e di Rebel Mouse (che appare come una vera e propria piattaforma che aggrega i contenuti di tutti i social media).
Poi, però, mi sono fermata a riflettere. Non sono vecchia decrepita ma ricordo benissimo quando si cercavano le informazioni su personaggi della cronaca senza i social network. Si chiedeva per strada, a vicini, amici e parenti. E forse il lavoro era molto più difficile. Da vecchi cronisti che si consumano le suole delle scarpe. Nessun giudizio: né positivo, né negativo. Faccio parte della schiera di coloro che accolgono le nuove tecnologie e i nuovi media come importanti innovazioni che si “integrano” con il nostro lavoro e la nostra visione del mondo. Però la riflessione mi è venuta uguale. Sarebbe forse il caso di fare, sull’argomento, una bella e lunga chiacchierata con qualche vecchio – non in senso anagrafico – cronista per capire cosa ne pensa…

Social media in classe: possibile?

E se i social media sbarcassero a scuola? Qualcuno – lo so – starà storcendo già il naso. I social media oramai sono “pervasivi”, hanno cambiato il nostro modo di essere e di comportarci; sono una rivoluzione mediale epocale. E allora, perché non introdurli come materia a scuola? Devono averci pensato negli Stati Uniti: il Senato del New Jersey sta per approvare una legge secondo la quale nelle scuole pubbliche dovranno essere fornite indicazioni per un “uso responsabile” dei social media.
L’idea potrebbe essere utile anche nel nostro Paese, dove spesso la conoscenza tecnica dell’uso dei mezzi di comunicazione non è associata a una conoscenza delle regole – morali e non – che ne sono alla base.
Insomma, i corsi di formazione all’uso responsabile dei social media sarebbero un modo per formare i giovani e meno giovani alla conoscenza del mezzo e alle conseguenze – positive o negative – che derivano da un uso corretto o scorretto.
Il programma che quasi sicuramente sbarcherà l’anno prossimo nelle scuole del New Jersey – come riporta oggi l’Ansa – prevede che agli studenti (fascia d’età 11/14) vengano illustrate le principali piattaforme di social media, come usarle in modo sicuro, le conseguenze di un uso scorretto ma anche le innumerevoli opportunità che possono servire.
I casi sempre più frequenti di cyberbullismo e l’uso spesso forse troppo disinvolto dei social media da parte dei più giovani sono solo alcuni dei motivi che indurrebbero a propendere per una vera e propria educazione all’uso di queste nuove forme di comunicazione.
La vita pratica mi ha spesso messo in contatto direttamente con persone che usano con disinvoltura ogni tipo di social media, avendo spesso una buona pratica, buone competenze tecnologiche, ma poco polso della situazione. Pochi, cioè, si pongono il problema di quanto postano online, di come determinate cose possano influenzare la propria reputazione – reale e virtuale – o semplicemente in pochi connettono ciò che si posta a svariate conseguenze che ne possono derivare.
Varie campagne mediali sono state ideate nel corso degli anni per invitare i giovani a “connettere la testa” quando si ha a che fare con i social media. La memoria va direttamente a una campagna di comunicazione ideata dal Garante della Privacy, con tutorial, video, e svariate brochure. Ma quanto potrebbe essere importante introdurre una disciplina – poche ore nel monte complessivo – che formi i giovani all’uso di questi nuovi strumenti di comunicazione? Io dico parecchio. E, dopo qualche piccola esperienza personale, posso dire che piacerebbe molto agli alunni, ai docenti e ai genitori – che spesso ignorano tutto quanto si cela dietro il nome “social media”.