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Twitter con oltre 140 caratteri non sarà più Twitter

Twitter potrebbe consentire la pubblicazione di tweet con più di 140 caratteri. Me lo hanno detto stamattina e ho creduto nella solita bufala per creduloni. Ora, invece, al di là del clamore mediatico e di tweet scatenato dalla notizia, leggo che l’indiscrezione – come riporta anche Wired – sarebbe stata in un certo anche confermata da un tweet del cofondatore e ceo della società del cinguettio. 

Sarò forse anche drastica nell’esprimere opinioni di cui forse – e magari spero sia così – un domani potrei pentirmi. Ma io una idea chiara ce l’ho. È semplice semplice: Twitter se consentirà  tweet con più di 140 caratteri sicuramente non sarà più Twitter. Perderà parte della sua identità; anzi io direi che perderà proprio la sua identità. 

Ricordate? Tempo fa vi avevo detto la mia idea a proposito di eventuali possibili cambiamenti di Twitter (sparando anche a zero sulla “invenzione” dei cuoricini). La mia opinione vecchia la trovate qui

E ora? Confermo la mia tesi: Twitter è una piacevole oasi di pace e di riposo dall’affollato e spesso isterico mondo di Facebook. È semplice, immediato e – consentitemelo – simpatico. Possiamo evitare di “facebookizzarlo”?

Un blocco per chi blocca gli Ad?

ad-blockingSe utilizzi servizi di ad blocking non ti faccio leggere la posta.
Detta così, pare quasi un capriccio da ragazzini, una marachella di chi per dispetto reagisce in maniera spropositata alla decisione di qualcuno. Però è una cosa successa realmente: oggi è finita su quasi tutti i giornali e ieri anche Wired ha riportato la notizia, spiegando cos’è accaduto a un utente che ha letto uno strano messaggio quando ha tentato di accedere alla propria Yahoo mail.
La notizia è sinteticamente questa: Yahoo non fa leggere la posta a coloro che hanno attivi dei servizi di Ad blocking che, tradotto in soldoni, sono quelle app che bloccano le pubblicità (spesso odiose) che ingolfano la nostra navigazione on line. Ma Yahoo non è certo il solo a dichiarare guerra ai “bloccatori di pubblicità”. Pare ci abbia pensato anche il Washington Post.
Vuoi leggere la posta e informarti gratis? E allora beccati la pubblicità! Il messaggio sembra grosso modo questo.
Ma il problema – fatemelo dire – non è certo solo quello della posta elettronica.
La decisione di alcune aziende di bloccare la navigazione per coloro che usano Ad block evidenzia un grosso problema quanto mai attuale: se i contenuti on line sono gratis, chi paga? Dove sta il business? E, più che altro, come si sopravvive?
Parliamoci chiaro: secondo alcuni, i servizi di Ad blocking stanno minando una delle poche certezze della stampa on line oggi. Tutto gratis, tutto veloce, tutto sempre a portata di mano. Ma chi paga? La pubblicità. O almeno dovrebbe. Potrebbe pagare tramite gli spot e i banner maledetti da tutti i navigatori. Sì, proprio quegli odiosi banner che si sovrappongono alla schermata del pc appena cominci a leggere qualcosa. Potrebbero, dicevo. Parecchi usano sistemi per bloccare questo tipo di pubblicità. E allora? Ecco che si corre ai ripari: si bloccano i contenuti per chi blocca la pubblicità. Come in una sorta di ricatto (mi si passerà il parolone): se non sei disposto a vedere lo spot, io non ti faccio usufruire di determinati servizi. Una sorta di do ut des del web 3.0.
Ma una riflessione più seria ancora, io la farei sulla qualità della pubblicità che si blocca. Siamo sicuri che gli utenti blocchino la pubblicità perché la odiano? Se blocco gli spot è perché voglio leggere direttamente la posta o le notizie, certo. Ma siamo certi che la pubblicità abbia fatto tutto – e sottolineo tutto – per attrarre l’attenzione dei potenziali clienti? La sensazione comune – spero che qualcuno possa smentire ciò che scrivo – è che i cosiddetti Ad siano più invadenti che efficaci. E se la pubblicità cambiasse l’approccio con i clienti? Saremmo tutti in corsa per bloccare gli Ad? Ecco, porrei questa domanda con una certa insistenza. Non per trovare una risposta certa a tutti i problemi; ma quantomeno per una riflessione seria e concreta sul tema.
La questione è abbastanza controversa. Non si potrà certo risolvere con un post. In gioco ci sono gli editori, i clienti, i potenziali clienti, l’advertising e le esigenze di business. Perché, gira e gira, la questione è sempre la stessa, quella che i saggi campani sintetizzano egregiamente nel motto “senza rnar nun s cantn mess” (senza soldi non si cantano messe).

Cuoricini e mi piace: Twitter cambia davvero?

È lecito dire che il cuoricino su Twitter mi intristisce?

Per una volta, mi autocito. Stamattina ho twittato così e vorrei condividere anche in questo post la mia opinione.
Il cuoricino inserito su Twitter al posto della famosa stellina dei preferiti rende il social del cinguettio sempre più simile a Facebook. Lo facebookizza, avrei detto prima di storcere il naso per un neologismo che dà un vago senso di nausea.
Proprio ieri un’amica sempre particolarmente attenta alle dinamiche del mondo della comunicazione e dei nuovi media mi aveva segnalato uno degli ultimi post di Rudy Bandiera (che trovate qui). Si discuteva – assieme a lei – delle dinamiche della comunicazione che regolano i social e dell’uso di Twitter, spesso dato in punto di morte ma sempre pronto a risuscitare. Perché in fondo – diciamocelo, svestendo anche solo per un attimo i panni di chi ha la passione della comunicazione – Twitter è un po’ la salvezza dei social media. È il rifugio social atipico in cui trovi pace, resti informato, leggi qualche battuta e dici la tua. Volete mettere la soddisfazione di twittare live guardando un programma tv? O quella di poter cinguettare direttamente qualcosa al proprio idolo?
Ieri dicevo proprio questo: Twitter per me spesso è il rifugio dalla socialità spesso sciatta e superficiale di Facebook. E, allo stesso tempo, dalle facce degli interlocutori quando chiedo loro se sono su Twitter, mi rendo conto che spesso, per chi è lontano dalle logiche della comunicazione, questo social assomiglia quasi a un mostro. 🙂
Tornando alla decisione di inserire il cuoricino come “mi piace”, Twitter ha spiegato così la sua scelta: la nuova icona è considerata “più espressiva e in grado di trasmettere una gamma di emozioni”.

selfie o non selfie, Aspirational: un video che fa riflettere

Ho visto un video stamattina. Un video che secondo me è illuminante e geniale per come racconta certe tendenze dei nostri tempi. L’ho trovato sulla pagina Facebook di Wired e non ho potuto fare a meno di guardarlo per due volte di fila.
Se impostiamo il discorso sul piano sociologico, il video racconta quello che in soldoni ci diciamo spesso: per molti oggi ciò che non fotografi è come se non fosse accaduto. Photo or didn’t happen, recita lo slogan del cortometraggio, che analizza la reazione dei vip alla richiesta di foto/selfie da parte dei fan.
Il video si chiama Aspirational, è stato realizzato da Vs Magazine e vede come protagonista Kirsten Dunst. L’attrice viene fermata per strada da due fan che sono solo interessate a farsi un selfie con la star. Quando la vip della situazione chiede alle due fan se sono interessate a chiederle curiosità o altro riceve una risposta disarmante: “Mi puoi taggare?”.
Spunto di riflessione: oggi siamo tutti molto social; non esserlo sarebbe come essere tagliati fuori dal mondo. Ma non si starà troppo esagerando?
Ecco il link al video:
http://fashiontube.com//videos/pwxp5e/aspirational–kirsten-dunst-by-matthew-frost-for-vs-magazine/