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Titoli, giornali e tv: sessismo è solo “cicciottelle”?

Abbiamo fatto la battaglia per il #cicciottelle del titolo di Qs e mi sta pure bene: chi fa #giornalismo dovrebbe sapere che l’equilibrio sta soprattutto nelle #parole. Certo, potremmo discutere all’infinito della decisione di allontanare il direttore per quel #titolo. Ne potremmo parlare a lungo, specie con chi sostiene che il mondo dell’#informazione sia spesso colpevole di “crimini” ben più gravi.
Ma la mia attenzione oggi si concentra su un altro argomento: la storia del “cicciottelle” è stata etichettata da parecchi come #sessismo. Scusate, è bene chiarire: non mi va bene il cicciottelle; ma non mi sta bene neanche che alcuni giornali si concentrino sul #latob di alcune atlete, giusto per restare in tema di #Olimpiadi (sarà forse il segnale che l’informazione è sempre più vuota e vicina al #gossip?). E non mi sta bene neanche che ogni donna associata allo #sport, al #calcio in particolare, assomigli sempre più a una bambola parlante (nel migliore dei casi) addobbata a festa o come per partecipare a un concorso di bellezza. E no, non voglio difendere la Bignardi quando parla di #dresscode per le giornaliste. Preferirei, però, un mondo in cui la #telecamera non indugi su gambe e scollatura di conduttrici o presunte tali. Perché? Semplicemente perché con i maschi non accade. E allora forse diremo addio al sessismo quando, anche nel mondo dei media (dove l’apparire conta sempre più dell’essere) conterà più la sostanza che la forma (pardon, le forme).
Ok, mo basta: fine dello sfogo
#Buonferragosto!

Diario di un laboratorio di giornalismo alle superiori

Sezione: diario di una cronista precaria, per qualche giorno catapultata a scuola per un velocissimo laboratorio di giornalismo.
C’è ancora speranza per questa professione. Esco dal Liceo in cui sono stata tre giorni con questa convinzione: ce la possiamo fare.
Per la prima volta quest’anno ero entrata in aula la scorsa settimana. Come sempre mi erano un po’ cadute le braccia: tanti giovani, tantissimi, pronti ad ascoltare una sommaria lezione sul giornalismo e sulle dinamiche che regolano il mondo dell’informazione. Come al solito, però, io voglio capire: non posso parlare da sola. Odio le lezioni frontali. Credo annoino alla lunga. Preferisco capire cosa pensa chi mi sta di fronte. E allora voglio capire se questi giovani leggono i giornali, come si informano e perché. E allora via con le domande. Emerge un quadro a tinte fosche. Ma niente di terribilmente diverso da quello che immaginiamo.
I giovani di oggi – rendiamocene conto una volta per tutte – leggono quasi mai un quotidiano: lo ritengono vecchio, con un linguaggio poco adeguato e qualcuno addirittura mi confessa di trovarsi in difficoltà nel momento in cui si trova faccia a faccia con un quotidiano di carta: troppo grande anche il formato tabloid e – a loro dire – poco maneggevole. E diciamocela tutta: oramai anche i genitori di oggi difficilmente acquistano un quotidiano: si informano principalmente on line. Viene meno, dunque, anche quel primo e sommario contatto con la carta stampata che hanno avuto tutti quelli della mia generazione. Ricordate i quotidiani sparsi per casa e la curiosità di cominciare a leggere qualcosa fin da piccoli? Ecco, quella curiosità oggi non esiste più per il cartaceo: è oramai tutto in digitale. Ma se non trovo un giornale su un divano dove magari trovo l’iPad, arriverò lo stesso tramite tablet a leggere qualche informazione? Difficile! Più semplice che possa perdermi nel magico mondo di internet o che, pure andando alla ricerca di notizie, vada a sbattere in qualche sito di informazione poco serio che ama attrarre click e dà informazioni palesemente manipolate.
Ma torniamo ai giovani alunni. Perché i quotidiani per i giovani di oggi sono vecchi? Forse perché di carta? No, per il linguaggio, mi dice una vocina dall’ultimo banco. Troppo spesso – mi confessano – non si capisce niente. Troppa politica e spiegata male. Forse perché – mi confessa un altro – il vero fine dell’informazione è quello di manipolarla, non quella di informare la gente come voi dite.
Una ragazza dal secondo banco mi chiede con aria interrogativa: ma voi veramente siete obiettivi? Mi dilungo a parlare di onestà, soggettività, tendenza all’obiettività per convincerli del fatto che un giornalista non saprà mai la verità, ma solo una parte della verità. Incrocio occhi curiosi, a tratti stanchi ma anche desiderosi di capire i meccanismi che regolano una delle professioni più maledettamente ambite.
I dubbi ci sono e sono tanti. Inutile negarlo. I tre giorni volano via in un battibaleno. Poi, nell’ultima lezione, prima di andare via la scrivania e la mail si riempiono di articoli. Sono gli articoli che i giovani di oggi vorrebbero leggere sui quotidiani e sugli organi di informazione. Il primo giorno mi avevano confessato una sorta di paura per le brutte notizie e per i telegiornali, sempre più infarciti di cronaca nera, che alimentano sempre più allarmismi. Oggi sulla scrivania ritrovo articoli positivi, resoconti di attività culturali e sportive. Ma su quella scrivania ritrovo la speranza. Avvicinare i giovani alla lettura non è difficile. Basta cogliere i loro interessi e renderli partecipi. Lo deve capire anche l’attuale mondo dell’informazione. Altrimenti tra venti anni chi leggerà i quotidiani?