Lotta al burocratese, semplifichiamo il linguaggio?

È tanto difficile semplificare il linguaggio della pubblica amministrazione? È tanto complicato consentire al cittadino comune di comprendere tutto ciò che si scrive in un atto amministrativo, senza continui rimandi ad atti, delibere e comunicazioni precedenti?
Io ho sempre creduto di no. L’ho cominciato a credere quando all’università cominciai ad approfondire il tema della sburocratizzazione del linguaggio amministrativo. All’epoca si parlava del progetto “Chiaro!”, una attività di comunicazione realizzata nel corso del 2002 dal Ministero della Funzione Pubblica, che puntava alla semplificazione del linguaggio amministrativo. Allora, se non ricordo male, c’era la possibilità per tutte le amministrazioni di ricorrere a una sorta di consulenza on line di un gruppo di esperti (giuristi e linguisti) per rendere più efficace (allora andava tanto di moda parlare di efficacia ed efficienza della PA) la loro comunicazione con i cittadini.
Stamattina, facendo zapping in tv, mi sono imbattuta in un programma Rai che di prima mattina dava spazio a una interessante iniziativa del comune di Cremona, volta alla semplificazione del linguaggio della PA, in questo caso l’ente comunale. Mi sarebbe piaciuto approfondire ulteriormente l’idea perché – lo ammetto – l’ho trovata davvero interessante. Peccato che a un certo punto abbiano tolto l’audio alla responsabile del progetto, in collegamento video, che per un malfunzionamento non riusciva ad ascoltare le domande dallo studio. Assieme ai conduttori hanno commentato – per troppo poco tempo – l’iniziativa e i propositi di sburocratizzazione del linguaggio i conduttori e il professore Sabatini, linguista, presidente onorario dell’Accademia della Crusca.
Quel pizzico di trasmissione ha riportato in me mille dubbi e l’entusiasmo del periodo universitario.
Perché si comunica tanto male? La mia sensazione è che negli ultimi tempi tutti abbiamo tanta attenzione per la forma e poca per la sostanza. Tutti pronti a comunicare su Twitter, su Facebook, sui principali social media e tutti così poco attenti ai contenuti…
Credo che la democrazia, quella vera, e il riscatto dell’Italia passino anche da qui: dal far capire ciò che si fa e come lo si fa. Altrimenti tutto diventa un discorso tra sordi. Tra la PA che comunica a modo suo e il cittadino, che spesso e volentieri non ha modo e tempo di informarsi per bene. E la cosa più drammatica è che in questo corto circuito della comunicazione anche l’informazione ha perso parte della sua missione. Il giornalismo non spiega più ai cittadini: dà per assodate conoscenze o forse preferisce appiattirsi su forme, modi e tempi della comunicazione.
Spero di documentarmi meglio sui progetti e dedicare altri post all’argomento. Intanto mi chiedo: ma sarebbe tanto difficile bissare un progetto simile a quello del 2002 oggi? Internet è molto più diffuso e le tecnologie hanno portato – a modo loro, si intende – alla democratizzazione del sapere. Sarebbe probabilmente il momento opportuno per dare il via anche a questi progetti.

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Il boss delle cerimonie sbarca in Inghilterra

Il boss delle cerimonie è la trasmissione più vista di Real Time. Lo dice oggi, in un pezzo di apertura della pagina solitamente dedicata ai media, il quotidiano “Italia Oggi”.
La trasmissione, ambientata nel Grand Hotel La Sonrisa a Sant’Antonio Abate (Napoli) e incentrata sul cosiddetto “matrimonio napoletano” – stando ai dati forniti dal quotidiano economico –, viaggia su una media di 620mila spettatori con il 3,5% di share sul target individui e il 7,4% sul core target di Real Time, composto da donne tra i 20 e i 49 anni.
Il successo della trasmissione sarebbe tale da aver spinto la tv inglese a richiedere le puntate da mandare in onda anche in Gran Bretagna. In pratica: dall’America esportano il boss delle torte; dall’Italia si esportano i matrimoni di don Antonio Polese, il boss delle cerimonie della Sonrisa.
Pare proprio che il Boss delle cerimonie – il prodotto televisivo affidato al documentarista Raffaele Brunetti – sia stato particolarmente gradito dal pubblico del digitale terrestre. Anche se i matrimoni trash che sono al centro delle puntate hanno scatenato non poche polemiche al grido di “non tutti i matrimoni a Napoli e al Sud sono così”, con ovvio riferimento allo stile kitsch che domina la scena. E dopo le polemiche, il gruppo di “rivoltosi” ha ottenuto una vittoria: come riportava ieri “Repubblica”, la didascalia cambia da “i matrimoni di tradizione napoletana” a “i matrimoni di tradizione della famiglia Polese”
Il successo della trasmissione pare abbia sorpreso anche i vertici di Discovery Italia, società a cui fa capo Real Time, che probabilmente dal palinsesto di questa stagione si aspettavano molto di più dal debutto del day time della trasmissione Amici. Invece le sorprese non finiscono mai. E i matrimoni in tv continuano a piacere. Forse anche troppo.