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Twitter con oltre 140 caratteri non sarà più Twitter

Twitter potrebbe consentire la pubblicazione di tweet con più di 140 caratteri. Me lo hanno detto stamattina e ho creduto nella solita bufala per creduloni. Ora, invece, al di là del clamore mediatico e di tweet scatenato dalla notizia, leggo che l’indiscrezione – come riporta anche Wired – sarebbe stata in un certo anche confermata da un tweet del cofondatore e ceo della società del cinguettio. 

Sarò forse anche drastica nell’esprimere opinioni di cui forse – e magari spero sia così – un domani potrei pentirmi. Ma io una idea chiara ce l’ho. È semplice semplice: Twitter se consentirà  tweet con più di 140 caratteri sicuramente non sarà più Twitter. Perderà parte della sua identità; anzi io direi che perderà proprio la sua identità. 

Ricordate? Tempo fa vi avevo detto la mia idea a proposito di eventuali possibili cambiamenti di Twitter (sparando anche a zero sulla “invenzione” dei cuoricini). La mia opinione vecchia la trovate qui

E ora? Confermo la mia tesi: Twitter è una piacevole oasi di pace e di riposo dall’affollato e spesso isterico mondo di Facebook. È semplice, immediato e – consentitemelo – simpatico. Possiamo evitare di “facebookizzarlo”?

Cuoricini e mi piace: Twitter cambia davvero?

È lecito dire che il cuoricino su Twitter mi intristisce?

Per una volta, mi autocito. Stamattina ho twittato così e vorrei condividere anche in questo post la mia opinione.
Il cuoricino inserito su Twitter al posto della famosa stellina dei preferiti rende il social del cinguettio sempre più simile a Facebook. Lo facebookizza, avrei detto prima di storcere il naso per un neologismo che dà un vago senso di nausea.
Proprio ieri un’amica sempre particolarmente attenta alle dinamiche del mondo della comunicazione e dei nuovi media mi aveva segnalato uno degli ultimi post di Rudy Bandiera (che trovate qui). Si discuteva – assieme a lei – delle dinamiche della comunicazione che regolano i social e dell’uso di Twitter, spesso dato in punto di morte ma sempre pronto a risuscitare. Perché in fondo – diciamocelo, svestendo anche solo per un attimo i panni di chi ha la passione della comunicazione – Twitter è un po’ la salvezza dei social media. È il rifugio social atipico in cui trovi pace, resti informato, leggi qualche battuta e dici la tua. Volete mettere la soddisfazione di twittare live guardando un programma tv? O quella di poter cinguettare direttamente qualcosa al proprio idolo?
Ieri dicevo proprio questo: Twitter per me spesso è il rifugio dalla socialità spesso sciatta e superficiale di Facebook. E, allo stesso tempo, dalle facce degli interlocutori quando chiedo loro se sono su Twitter, mi rendo conto che spesso, per chi è lontano dalle logiche della comunicazione, questo social assomiglia quasi a un mostro. 🙂
Tornando alla decisione di inserire il cuoricino come “mi piace”, Twitter ha spiegato così la sua scelta: la nuova icona è considerata “più espressiva e in grado di trasmettere una gamma di emozioni”.

Volkswagen, fake e auto in regalo sul web: siamo tutti creduloni?

Ma veramente con i social media siamo diventati tutti creduloni?
Ieri imperversava su Facebook la strana condivisione di un post – pubblicato per la prima volta da una sedicente pagina Volkswagen Italia: se condividi e metti il colore della macchina che vorresti, potrebbero regalarti una delle automobili “difettate” del cosiddetto dieselgate.
Ovviamente ho letto il post e mi sono fatta una risata. Poi ne ho visti altri. Anche pubblicati da gente che normalmente non cede alle lusinghe di concorsi farsa e bufale che oramai imperversano nel web. E allora sono andata ad “affacciarmi” sulla pagina della sedicente Volkswagen Italia. Tutto nella norma, o quasi, con un punto nel nome che lasciava spazio a qualche dubbio. Ma i milioni di follower gridavano comunque “fidati” a uno sprovveduto visitatore.
Il messaggio apparso su Facebook recitava più o meno così: «Abbiamo 800.000 Volkswagen che non possono essere vendute per problemi di certificazione dei consumi. Dunque le offriremo solamente per i nostri fan gratuitamente». E allora per partecipare al concorso, bastava cliccare “Mi piace”, condividere il post e – facciamocela una risata – anche specificare il colore dell’auto desiderato.
Ci sono cascati in tanti, lo sappiamo. Ma addirittura la vera pagina di Volkswagen Italia è stata costretta ad avvisare con un post su Facebook che quel post – quello della pagina Volkswagen con il punto – era una bufala. La pagina  “Volkswagen. Italia” è scomparsa assieme ai sogni e alle automobili che tantissimi increduli utenti di Facebook speravano di guadagnarsi, specificando – e questa cosa a me fa proprio ridere – anche il colore desiderato.
Tutto questo con una riflessione a margine: siamo tutti un po’ creduloni – e questo è innegabile. La storia della Volkswagen ci fa sorridere; ma  ci rendiamo conto di quanto sia facile oggi raggirare utenti on line?

Nota a margine (e non solo perché io sono ossessionata da un’informazione credibile e responsabile):
Ho appena postato su Twitter il post pubblicato sul blog. Faccio una breve ricerca con l’hashtag “Volkswagen” per vedere se e quanti hanno pubblicato la notizia e mi imbatto in questo tweet: Schermata 2015-11-03 alle 13.02.13
Ovviamente nell’articolo non si parla di come ottenere l’automobile – come dice il richiamo su Twitter – ma semplicemente si spiega l’accaduto (la bufala e tutto il resto appresso). Ora, ripeto la mia considerazione sempre più amara: questa logica perversa del click-baiting dove ci porterà?

Click baiting, cos’è e dove ci porterà?

A volte mi scoraggio e penso che la logica del  click baiting prima o poi decreterà la fine del giornalismo. Ma notate con che frequenza oramai anche siti quotati di informazione ricorrono alle logiche acchiappa-click?
A me sembra decisamente troppo. Tra notizie – false, ovviamente – di morti improvvise e incidenti stradali e le “dieci cose da sapere per…” oramai i social media sono pieni di esche da click che vengono anche da organi di informazione considerati affidabili.
Ma cos’è di preciso il click bait? Me lo ha chiesto più di una persona negli ultimi tempi. E allora forse è bene esplicitarlo anche qui: si tratta di qualcosa – un link principalmente – che attira l’attenzione dei lettori che, incuriositi, cliccano sul link. Lo scopo qual è? Generare traffico che, evidentemente, fa aumentare gli introiti pubblicitari.
La logica del click baiting è quella di chi “adesca” il lettore. Ora dico io: un conto è adescarlo con una storia intrigante, con un significato, con un’inchiesta; un altro è adescare utenti che aprono il link e – puntualmente – all’apertura del file trovano poco o niente di quanto veniva inizialmente dichiarato nel link. Va da sé che il click baiting trova terreno fertile soprattutto con i social media, Facebook in primis, dove diventa abbastanza semplice accattivare l’ignaro lettore con un titolo intrigante e indurlo ad aprire un link all’interno del quale si troverà scritto molto poco rispetto alla “locandina virtuale”.
Si tratta, dunque, di una maniera “fraudolenta” di generare traffico on line con risultati che – a mio avviso – lasciano il tempo che trovano: siamo sicuri che questo sistema fidelizzi i lettori? Posso anche tralasciare l’aspetto etico della cosa; ma da lettore io, ogni volta che casco in una trappola del genere, mi sento offesa e mortificata. Quasi presa per i fondelli. E non credo che questa sensazione aiuti il lettore a tornare sul sito in futuro o a essere attratto da post futuri. E a lungo termine questa strategia quanto potrà premiare?
Ultimamente – come anticipavo – ne sto leggendo di tutti i colori: da tragedie improvvise per fortuna inventate a esercitazioni di prova vestite da terremoti catastrofici. C’è anche chi maschera questa tecnica in maniera semplice: nei titoletti dei social media non c’è mai una delle 5W (il dove). Perché? Incuriositi si clicca e – toh! – si scopre che magari la notizia era da tutt’altra parte del mondo, magari esattamente dall’altro capo del mondo rispetto alla collocazione del sito che l’ha condiviso. Insomma, non solo notizie inventate: anche informazioni volutamente approssimative…
Io resto del mio avviso sempre e comunque: solo la serietà e l’affidabilità dei giornali e dei giornalisti potranno salvare l’informazione dalla crisi strutturale di questo periodo. Tutte le altre cose non sono giornalismo. Non possiamo permettere che lo siano.