Thinkup, un servizio per evitare gaffe social

Foto: psycheatwork.com
Foto: psycheatwork.com

Diciamoci la verità: i social network ci sono sembrati almeno una volta nella vita uno sfogatoio collettivo. Tra chi non rispetta le elementari regole della comunicazione on line e chi, invece, si diletta a scrivere post aggressivi o fuori luogo, tutti prima o poi – io in primis – abbiamo pensato: “Ma questo sta diventando proprio un mondo di matti”.
Un mondo strano, tanto da spingermi a pensare sempre più spesso alla necessità di un corso di formazione per i tanti sprovveduti che si avvicinano al mondo di internet per la prima volta, forse scambiandolo per un confessionale pubblico (ossimoro già nei termini, una vera e propria contraddizione). On line si ha spesso la sensazione, acuita evidentemente dal falso clima confidenziale, che molti postino stati senza filtri, senza avere alcuna idea di quello che stanno facendo. Sui social agiamo sempre più spesso senza pensare, con un’avventatezza oramai automatica, favorita dal fatto che non ci troviamo nessuno di fronte (nessuno in carne e ossa, ovviamente).
Poi stamattina sfoglio “l’Internazionale” e rispolvero una notizia che qualche tempo fa avevo letto anche su “Wired”: esiste un servizio (a pagamento) per aiutare gli utenti a evitare le gaffe digitali. Si chiama Thinkup ed analizza il comportamento delle persone su Twitter e su Facebook cercando di far diventare l’utente più professionale, riflessivo e maggiormente adeguato al contesto. E dovrebbe essere una vera e propria manna dal cielo per quanti sono abituati a postare on line senza alcun tipo di freno inibitorio.
Farhad Manjoo del “The New York Times” ha usato il servizio per sei mesi e lo definisce “una guida indispensabile per capire il modo in cui usiamo i social network”.
“Una specie di promemoria costante del fatto che gli altri ci guardano e ci giudicano” – scrive il giornalista nell’articolo pubblicato da “L’Internazionale”.
Il servizio Thinkup – ideato dall’imprenditore e blogger Anil Dash e da Gina Trapani – nasce proprio perché Dash, trovatosi davanti all lista di parole usate nei suoi tweet, ha pensato di essere stato troppo aggressivo in passato e allora ha ideato un sistema che dovrebbe consentirci di diventare più riflessivi ed empatici sui social network.
Thinkup – scrive il giornalista su “The New York Times” – nonostante tutto non sta avendo un gran successo. Una delle difficoltà principali, manco a dirlo, è far capire agli utenti che questo servizio è importante per la propria immagine/reputazione on line.

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selfie cancellati, errori 2.0

A volte, credetemi, cresce in me la sensazione di essere diventata insopportabile.
Stamattina ho sfogliato i giornali (a dire il vero li ho sfogliati ora dopo una giornata intensa) perché immaginavo di trovare da qualche parte un commento sul selfie di Renzi prima lanciato su Twitter e poi cancellato immediatamente.
Ho fatto una sommaria ricerca sulle principali testate giornalistiche italiane grazie alle comodità che offrono i file in pdf  e ho trovato ben poco.
Sia chiaro: il fatto in sé non è una notizia bomba che genera il buco qualora si decidesse di ignorarla. Però io un’analisi sulla questione – per quanto molto sintetica – l’avrei fatta.
Perché fa scalpore un tweet con un selfie di brutta fattura prima lanciato in Rete e poi cancellato? Io dico perché dimostra che sul web la comunicazione sembra facile ma non lo è.
Perché? Per una serie di motivi…
Perché il web ti dà l’impressione di essere figo in un determinato momento tanto da spingerti a fare qualcosa che – tolto il fascino dell’immediatezza – spesso non faresti.
Perché se commetti un errore (tipo lanciare un messaggio per sbaglio on line) sei fregato a vita, specie se la cosa è compromettente.
Perché se metti una cosa e poi la cancelli, quella cosa resta più in vista che se l’avessi mantenuta pubblicata.
Perché se sei un personaggio pubblico e sei popolare sui social network, devi mettere in conto che buona parte dei tuoi follower è pronta a distruggerti in poco meno di 160 battute.
La lista potrebbe continuare a lungo. Ma forse è meglio finirla qui. L’argomento è troppo vasto per poter essere approfondito in poco tempo e spazio. Ci tornerò più in là. Forse. Per ora, mi basta condividere queste poche considerazioni che – ok, anche io di getto – sto facendo tra me e me da qualche minuto.

Twitter consente di zittire i messaggi sgraditi

Foto: marshable.com

La notizia probabilmente cambierà la vita a molte persone. O forse solo a quelli che preferiscono non guardare, non leggere o non sentire commenti logorroici o sgraditi.
Twitter lancia la funzione “Mute”. Si tratta di un sistema che consentirà di oscurare dal proprio flusso di tweet quelli di alcuni utenti, pur non smettendo di seguirli.
La funzione – che come ricorda l’Ansa – esiste da tempo anche per Facebook sarà valida sia per le applicazioni Android e Apple che per la versione web di Twitter.
La nuova funzione, tradotto in soldoni, dà agli utenti la possibilità di eliminare dal flusso di tweet quelli che risultano sgraditi o meno interessanti oppure, ancora, quei micropost che preferiremmo non leggere anche solo per un determinato lasso temporale (per esempio i commenti live su partite o tramissioni televisive, tanto in voga negli ultimi tempi). La persona su cui avrete utilizzato il “Mute” pare non saprà mai di essere stato zittito da voi. Io una domanda ce l’ho: chi sarà l’utente di Twitter da zittire di più?

La “delicatezza” comunicativa della politica 2.0

Foto: ict-pro.it

Bocca mia, taci! Penna mia, stai ferma!
Me lo sono ripetuta cinquantamila volte prima di cominciare a scrivere. Ma – ammetto la mia debolezza – non ce l’ho fatta. Rischio di comunicare solo antipatia, forse. Io che dovrei comunicare il meglio, avendo studiato per questo. Ok, passi anche per la mia antipatia. Una cosa, però, vorrei che fosse chiara a tutti. Periodo elettorale o no.
I tag a raffica sono scostumati. Non parliamo delle foto, no, non solo. Anzi, precisiamo che i tag nelle foto andrebbero autorizzati per legge dai diretti interessati. Nella storia recente, ogni persona che conosco è stata taggata almeno una volta in una foto sconvolgente, scandalosa, pessima, orribile… E chi più ne ha più ne metta.
Accertato il fastidio del tag generico, resta da approfondire quello del tag politico/elettorale. Mi sono decisa a scriverne perché fino a oggi sono stata taggata da tutte le coalizioni e da svariati candidati. Quindi, nessuno si senta offeso: auguro a tutti, di cuore, un in bocca al lupo. Auguro loro l’elezione e i successi che maggiormente desiderano, augurando a noi comuni mortali risultati concreti per la vivibilità delle nostre città e del nostro Paese (ce n’è bisogno).
Da oggi fino al 25 maggio – facciamocene una ragione – nelle nostre bacheche Facebook imperverseranno solo foto di faccioni sorridenti e in bella mostra che vogliono il nostro voto, ma che vogliono arrivare tramite noi e le nostre bacheche a tutti gli amici nostri e agli amici degli amici.
La campagna elettorale – facciamocene una ragione anche in questo caso – si è inevitabilmente spostata sul web. È diventata 2.0 direbbe qualcuno che vede ancora nel 2.0 la novità tralasciando le importanti frontiere della Rete e delle nuove tecnologie (mai un punto di arrivo ma sempre uno di partenza). Ma perché la campagna elettorale oggi si fa on line? Semplice: dalle mie parti si dice “sparagn e cumparisc”. Vuoi mettere il fascino di una foto postata a più riprese su Facebook paragonata a un manifesto che vai (o mandi) ad attaccare ogni ora negli angoli più disparati della città? E soprattutto, volete mettere l’economicità dei mezzi 2.0? Con i manifesti spendi un botto di soldi… Con internet al massimo ci paghi la connessione.
Però, ora vi confesso una cosa: con i nuovi media il rischio di antipatia (sì, proprio come l’antipatia che potrei suscitare io con questo post) è imminente e a portata di mano. Il tag indiscriminato, quello a raffica, quello sulle bacheche di tutti, rischia solo di farvi perdere qualche voto.
Stamattina ho spiegato a una persona che non ha dimestichezza con il web cosa accade con i nuovi media.
Vi ripropongo la spiegazione:
i “santini” di partiti e candidati che infestano la bacheca generale di Facebook li ho paragonati ai classici manifesti elettorali. Passi per un luogo frequentato da tutti e ne vedi una marea. Per fortuna – e qui il candidato ha solo da guadagnare con i nuovi media – non c’è il rischio che qualcuno ti affigga sul faccione stampato un bel “pubblicità abusiva” per ricordare che non è stata pagata la tassa di affissione. E, altra cosa positiva, c’è meno spreco di carta e meno carta straccia in giro per le strade (magari si mantengono più pulite).
Le immagini di candidati, coalizioni, partiti, manifesti elettorali in cui ti taggano sono poco delicati: è come se su un manifesto cartaceo utilizzassero la tua immagine senza annunciarlo. Ok, direte voi, il tag serve a farti vedere che mi sono candidato. Ma non sarebbe meglio farlo vedere in piazza anziché con la mia faccia? O non sarebbe più corretto usare un messaggio privato? Al problema esiste una soluzione: il controllo dei tag. Permette di augurare in bocca al lupo a tutti, amici e nemici, e di evitare che i faccioni compaiano tra le vostre foto.
i “santini” di partiti e candidati che miracolosamente appaiono sulla tua bacheca di Facebook sono una vera e propria invasione della sfera personale. È come se venissero ad attaccarti un manifesto sotto casa o, peggio ancora, addosso. A voi non sembrerebbe quantomeno poco delicato? Anche per questo esiste il controllo preventivo.
Peccato dover ricorrere alla censura in tempi di web 2.0 ma solo questi mezzi abbiamo a disposizione.
Ah, preferisco stendere un velo pietoso su partiti, partitini, candidati nazionali ed europei, che il giorno prima cominciano a seguirti su Twitter nella speranza che tu ricambi, il giorno dopo – visto che non li hai calcolati – non ti seguono più e quello successivo riprendono a seguirti nella speranza di farsi notare.
Il web 2.0, cari miei candidati/portavoce/addetti stampa, è qualcosa di ben diverso.
Peccato aver perso un treno, come si dice sempre dalle mie parti: Facebook e Twitter sono strumenti per l’esercizio di forme di democrazia diretta, lontani dagli ideali di Grillo, ma lontanissimi anni luce dall’idea di chi ripropone manifesti in formato elettronico sic et simpliciter.
Il web serve a dialogare: quanti di voi hanno interpellato i cittadini nello stilare i programmi elettorali o anche solo per sapere cosa pensano di questa o quell’altra idea? La politica non si cambia solo con l’appellativo di 2.0; servono i fatti!

Twitter, tanti utenti e pochi tweet

Foto: technorati.com

Il 44% di utenti Twitter non ha mai scritto una riga. E non lo dico io, che ho poca dimestichezza con i numeri e spesso – o sul blog o nelle chiacchiere con gli amici – mi avventuro in improvvisate stima sull’utilizzo dei social media. Lo dice uno studio scientifico di Twopcharts, ripreso dall’agenzia TMNews.
Il quadro delle persone che “usano” Twitter è a dir poco sconfortante: se circa 974 milioni di utenti non ha mai scritto una riga (e sono il 44% del totale degli account), il 30% circa ha scritto al massimo dieci tweet, mentre solo il 13% ha scritto più di 100 post.
Insomma, Twitter avrà avuto anche problemi a causa della crescita lenta – come ricorda TMNews – del numero degli utenti; ma il problema vero pare essere quello di far twittare gli utenti, dopo l’iscrizione.
Un problema che dovrebbe essere risolto. E non solo per questioni di “partecipazione”, ma principalmente per motivi “commerciali”.
Negli ultimi tre mesi del 2013 Twitter ha dichiarato di aver avuto 241 milioni di utenti mensili attivi. Nella categoria rientrano tutti coloro che hanno fatto login almeno una volta al mese, ricomprendendo nella cifra anche coloro i quali accedono semplicemente al social network senza scrivere. E poiché i tweet e i retweet degli utenti aiutano la società di San Francisco a generare ricavi da pubblicità (per la serie: è il commercio che muove il mondo), il gruppo pare intenzionato a correre ai ripari, provvedendo a studiare novità nell’interfaccia grafica e alle funzioni, in modo da rendere ancora più semplice e immediato l’uso del social.
Intanto, da Twitter nessun commento ai dati pubblicati da Twopcharts e diffusi dalle principali agenzie di stampa. L’azienda si sarebbe chiusa dietro un “no comment”.
Un commento a margine lo aggiungo: forse ci vorrebbe un’analisi sociologica più che “mediale”. Ma la tendenza di Twitter mostra un po’ la tendenza della vita reale: tutti alla finestra, ad osservare ciò che accade nel mondo. Manca la partecipazione. E vuoi vedere che siamo ancora troppo legati alla logica dei media di massa?