Click baiting, cos’è e dove ci porterà?

A volte mi scoraggio e penso che la logica del  click baiting prima o poi decreterà la fine del giornalismo. Ma notate con che frequenza oramai anche siti quotati di informazione ricorrono alle logiche acchiappa-click?
A me sembra decisamente troppo. Tra notizie – false, ovviamente – di morti improvvise e incidenti stradali e le “dieci cose da sapere per…” oramai i social media sono pieni di esche da click che vengono anche da organi di informazione considerati affidabili.
Ma cos’è di preciso il click bait? Me lo ha chiesto più di una persona negli ultimi tempi. E allora forse è bene esplicitarlo anche qui: si tratta di qualcosa – un link principalmente – che attira l’attenzione dei lettori che, incuriositi, cliccano sul link. Lo scopo qual è? Generare traffico che, evidentemente, fa aumentare gli introiti pubblicitari.
La logica del click baiting è quella di chi “adesca” il lettore. Ora dico io: un conto è adescarlo con una storia intrigante, con un significato, con un’inchiesta; un altro è adescare utenti che aprono il link e – puntualmente – all’apertura del file trovano poco o niente di quanto veniva inizialmente dichiarato nel link. Va da sé che il click baiting trova terreno fertile soprattutto con i social media, Facebook in primis, dove diventa abbastanza semplice accattivare l’ignaro lettore con un titolo intrigante e indurlo ad aprire un link all’interno del quale si troverà scritto molto poco rispetto alla “locandina virtuale”.
Si tratta, dunque, di una maniera “fraudolenta” di generare traffico on line con risultati che – a mio avviso – lasciano il tempo che trovano: siamo sicuri che questo sistema fidelizzi i lettori? Posso anche tralasciare l’aspetto etico della cosa; ma da lettore io, ogni volta che casco in una trappola del genere, mi sento offesa e mortificata. Quasi presa per i fondelli. E non credo che questa sensazione aiuti il lettore a tornare sul sito in futuro o a essere attratto da post futuri. E a lungo termine questa strategia quanto potrà premiare?
Ultimamente – come anticipavo – ne sto leggendo di tutti i colori: da tragedie improvvise per fortuna inventate a esercitazioni di prova vestite da terremoti catastrofici. C’è anche chi maschera questa tecnica in maniera semplice: nei titoletti dei social media non c’è mai una delle 5W (il dove). Perché? Incuriositi si clicca e – toh! – si scopre che magari la notizia era da tutt’altra parte del mondo, magari esattamente dall’altro capo del mondo rispetto alla collocazione del sito che l’ha condiviso. Insomma, non solo notizie inventate: anche informazioni volutamente approssimative…
Io resto del mio avviso sempre e comunque: solo la serietà e l’affidabilità dei giornali e dei giornalisti potranno salvare l’informazione dalla crisi strutturale di questo periodo. Tutte le altre cose non sono giornalismo. Non possiamo permettere che lo siano.

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Torna il Winner Taco: vittoria dei social network?

winner_tacoIl possibile ritorno del Winner Taco nei freezer di bar e supermercati è stato accolto da tutti come la vittoria del popolo dei social media.
Il popolo di Facebook e Twitter ha da tempo invocato il ritorno di uno dei gelati più amati degli anni Novanta a suon di gruppi Facebook, pagine “Mi piace” e petizioni popolari rigorosamente on line.
Da qualche giorno la notizia del possibile ritorno del gelato amato da una generazione è apparsa su tutti i giornali. “Vincono i social”, “La vittoria dei social” – ho letto sui principali siti di informazione on line, mentre entusiasticamente si annunciava la presenza di un gigante Winner Taco a Ponte Milvio.
Non voglio entrare nella vicenda ma una riflessione proprio non riesco a trattenerla.
Ma avete idea di quanto ha guadagnato l’Algida con questa faccenda?
Oggi le aziende assumono persone solo ed esclusivamente per condurre le indagini di mercato; l’Algida, invece, per decidere di reimmettere il Winner Taco sul mercato non ha speso un euro. Inoltre, vi siete resi conto di quanta pubblicità gratuita si sta facendo in questi giorni a un’azienda e a un prodotto? Una vera e propria campagna virale “aggratis”.