A proposito della Costituzione di Internet

Da tempo oramai rifletto sulla possibilità di scrivere qualcosa sulla Costituzione di Internet. Ma ammetto che, ogni volta che ci ho pensato, ho riflettuto a lungo e ho preferito lasciar correre. Poi però mi sono imbattuta nel testo con cui Stefano Rodotà, coordinatore della Commissione istituita dal Presidente della Camera dei Deputati per la stesura della Carta, e l’ho letta velocemente. Tutta d’un fiato. Credo sia un documento da leggere. E poi da commentare. Poche battute che racchiudono l’essenza della Dichiarazione e sintetizzano al meglio la questione (di primaria importanza).
Cliccando sotto troverete il link alla pagina internet del sito della Camera con il testo.
Buona lettura.

Verso una Dichiarazione dei Diritti di Internet – Stefano Rodotà

Annunci

la moltiplicazione delle bufale on line

Foto:ilmattinodiparma.it

A me stasera va di chiedervi una riflessione sulle bufale on line (quelle giornalistiche o pseudotali, si intende!). Deve esserci una logica perversa per cui on line c’è sempre qualcuno pronto a sparare clamorose bufale e a pretendere di spacciarle per la notiziona dell’ultim’ora. Da qualche tempo evidentemente va di moda far morire personaggi famosi, postare la notizia sui social media e fare un vero e proprio boom di click. Stamattina pare sia toccato a Christian De Sica.
Forse è superfluo dirlo ma voglio scriverlo lo stesso: io sono assolutamente contraria a questo modo di fare (che poi informazione non è). La logica dei click distrugge tutti quelli che rincorrono lettori solo ed esclusivamente per numero. La curiosità ti frega una volta, due… Ma poi no! Mica si può sempre abusare di un lettore? A un certo punto uno dice basta. Esattamente come spunta la vocina “non mi piace più” sulle pagine di organi di informazione che sui social media non fanno proprio informazione in maniera impeccabile.
Ecco la mia breve riflessione sul tema su Facebook:

Prima o poi qualcuno mi dovrà spiegare la logica per cui pseudo siti di informazione on line spacciano quotidianamente clamorose bufale per notazione dell’ultim’ora. Oggi hanno fatto morire Christian De Sica. Ma veramente è tanto difficile capire che – sia tu quotidiano tradizionale affermato o giornale/blog on line che aspira a diventare fenomeno del web – più spari cavolate e più perdi fan e lettori?! A me una volta insegnarono un parolone: la fidelizzazione dei lettori…

Mediapart: ciò che non costa non vale?

Foto: lsdi.it

«Il web per tutti è sinonimo di gratuità«. Alzi la mano chi, in qualsiasi momento della sua vita, da quando il web 2.0 imperversa, non se lo sia sentito ripetere almeno un paio di volte. Specie quando si parla di informazione.
E invece no: non è detto che internet debba essere sinonimo di informazioni diffuse in maniera gratuita. O almeno pare che possa esserci una soluzione diversa. Quale?
L’esempio – di cui parla “La Stampa” nell’edizione di oggi on line – viene dalla Francia e si chiama Mediapart. Si tratta di un progetto di informazione a pagamento esclusivamente on line. Il giornale si legge su internet, si paga ma non ha né pubblicità né editori (nel senso peggiore del termine che intendiamo noi). In sintesi estrema: l’unico padrone del giornale è il lettore.
Detta così sembra la teorizzazione di una vecchia idea – molto idealistica e poco reale – del modo di fare informazione.
Invece il giornale – dal 2008 guidato da una vecchia volpe del giornalismo francese, Edwy Plenel, ex direttore di Le Monde – esiste davvero e qualche giorno fa ha festeggiato i centomila lettori.
La Stampa riferisce che lo slogan della serata sia stata una profezia poco profetica: «Credete nella mia esperienza: Mediapart non funzionerà mai, la stampa sulla Rete non può essere che gratuita». La frase fu pronunciata nel 2007 da Alain Minc, un esperto di editoria e finanza, alla vigilia della nascita del nuovo progetto.
In realtà il fatto che nel web tutto debba essere gratuito è una semplice constatazione che facciamo quotidianamente ed è una convinzione che sembra oramai indistruttibile. Spesso ce ne facciamo una colpa (e quando scrivo al plurale intendo tutti quelli che gravitano, in un modo o in un altro, nel mondo dell’informazione): aver “concesso” inizialmente l’informazione on line in maniera gratuita ci ha condannato. Una convinzione radicata, certo; ma potrebbe non essere così. Almeno non in parte.
Oggi Mediapart è una realtà con 52 dipendenti, con un bilancio nel 2014 di poco meno di 9 milioni di euro e con un attivo di 1,3. I numeri parlano di centomila abbonati, duecentomila visitatori al giorno: cifre da gradi giornali che però, a differenza di Mediapart, beneficiano anche di finanziamenti pubblici.
Le ragioni del successo, secondo il direttore Plenel sono molteplici: innanzitutto – dice – «abbiamo scoperto che il virtuale è reale»; poi conta molto la partecipazione dei lettori, l’interazione tanto sbandierata dal momento della nascita del web 2.0. E – dice Plenel con un concetto particolarmente innovativo rispetto ai soliti luoghi comuni – il digitale permette la valorizzazione, si conserva più della carta e non fa perdere la memoria, come invece farebbe l’informazione tradizionale ossessionata dall’attualità.
Ma che notizie riporta Mediapart? Il direttore viene considerato come un giornalista ossessionato dallo scoop. Non a caso Plenel ha dichiarato che «per noi fare giornalismo significa sempre prendere posizione, fare inchieste e dare notizie che gli altri non hanno».
La formula innovativa comporta per i lettori il pagamento di un abbonamento mensile di 9 euro oppure un annuale di 90 euro.
In conclusione? A mio avviso il caso Mediapart sembra mettere in risalto una logica mai troppo scontata: ciò che non costa non vale (e su questo si potrebbe aprire un capitolo infinito sui costi/prezzi delle collaborazioni giornalistiche. Ma sarà meglio parlarne in altra sede…).

I cinegiornali on line: la storia a spasso sul web

Sono rimasta incantata al pc per ore quando ho scoperto che on line avrei potuto vedere alcuni video inediti dell’Istituto Luce.
L’ho scoperto per caso, scartabellando com’è mio solito tra le agenzie di stampa, e subito mi sono fiondata a vedere: l’Archivio Luce ha pubblicato on line, sulla piattaforma Dailymotion, un migliaio di video inediti per il grande pubblico.
L’Archivio, che dal 2013 è Memoria del Mondo dell’Unesco, con questa decisione, avrà fatto sicuramente la gioia di quanti come me – pur essendo giovani – restano sempre affascinati dal quel gusto un po’ retrò dei cinegiornali che raccontano un’epoca in bianco e nero; ma di sicuro, avrà fatto la felicità anche di tutti coloro che quei periodi li hanno vissuti e ora adorano riguardare mode, volti e costumi dei tempi che furono. Per me quei filmati hanno un valore storico immenso. E lo dico da profana, da una che in soli due esami universitari ha cominciato a capire come si fa storia attraverso i media e come studiare il costume e la società attraverso film, documentari e filmati dell’epoca, possa essere di gran lunga più entusiasmante di un arido manuale di storia con foto e date.
Ed ecco che la decisione dell’Istituto Luce assume un valore simbolico forte, profondo: lega la storia al web, l’innovazione al passato; è una novità forte che, se fossi un docente di storia, sfrutterei al meglio per appassionare gli alunni ai temi trattati. E non credo sia una banalizzazione della storia: aiuta a comprenderla meglio e a capire dinamiche di cui resterebbe ben poco se studiassimo gli eventi solo da un testo scritto.
Io, per esempio, mi sono fermata a riflettere a lungo dopo aver visto un video del 1971 che riguarda la proposta del Ministro del Turismo e dello Spettacolo di abolire la censura amministrativa. Dico la verità: mi sono meravigliata di aver visto certi film tra quelli vietati e/o censurati. Ma d’altronde sono passati più di quarant’anni, e – come dice la voce calda dell’Istituto Luce – il concetto di “buon costume” evolve con il passare del tempo.