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edicole, giornali, carta e digitale

Stamattina sono passata in edicola. Non ci andavo da giorni. Non perché io non legga, anzi. Ultimamente mi sono convertita in maniera definitiva al digitale. La versatilità del digitale ha avuto la meglio sul piacere di sfogliare il quotidiano di carta e sul profumo inebriante della carta stampata che da sempre mi affascina. Non essendo spesso a casa, infatti, riesco molto più facilmente a portare con me i quotidiani in digitale – che leggo tranquillamente su ogni dispositivo senza portare pesi.
Oggi però sono passata in edicola per ritirare un libro e un po’ anche perché spesso mi manca il profumo dei giornali. Una sommaria chiacchierata con l’edicolante – partita dall’oramai vecchia notizia dell’addio di Wired alla carta stampata – mi ha messo un po’ di tristezza.
Ho pensato a lungo alla mia storia con Wired, all’incontro fortuito dei primi anni e a una fedeltà incrollabile che mi ha portato a comprare e a tenere da parte anche l’ultima copia cartacea. E poi mi sono soffermata anche a riflettere sulla crisi dell’editoria che oramai non lascia scampo a nessuno.
Dalla chiacchierata – semmai ci fosse stato bisogno di conferme – è emerso che il numero di copie vendute, anche per quotidiani locali e nazionali, è sempre più basso. Colpa di un giornalismo che non cambia? O della crisi strutturale, non solo economica, di cui oramai sappiamo tutti?

Thinkup, un servizio per evitare gaffe social

Foto: psycheatwork.com

Foto: psycheatwork.com

Diciamoci la verità: i social network ci sono sembrati almeno una volta nella vita uno sfogatoio collettivo. Tra chi non rispetta le elementari regole della comunicazione on line e chi, invece, si diletta a scrivere post aggressivi o fuori luogo, tutti prima o poi – io in primis – abbiamo pensato: “Ma questo sta diventando proprio un mondo di matti”.
Un mondo strano, tanto da spingermi a pensare sempre più spesso alla necessità di un corso di formazione per i tanti sprovveduti che si avvicinano al mondo di internet per la prima volta, forse scambiandolo per un confessionale pubblico (ossimoro già nei termini, una vera e propria contraddizione). On line si ha spesso la sensazione, acuita evidentemente dal falso clima confidenziale, che molti postino stati senza filtri, senza avere alcuna idea di quello che stanno facendo. Sui social agiamo sempre più spesso senza pensare, con un’avventatezza oramai automatica, favorita dal fatto che non ci troviamo nessuno di fronte (nessuno in carne e ossa, ovviamente).
Poi stamattina sfoglio “l’Internazionale” e rispolvero una notizia che qualche tempo fa avevo letto anche su “Wired”: esiste un servizio (a pagamento) per aiutare gli utenti a evitare le gaffe digitali. Si chiama Thinkup ed analizza il comportamento delle persone su Twitter e su Facebook cercando di far diventare l’utente più professionale, riflessivo e maggiormente adeguato al contesto. E dovrebbe essere una vera e propria manna dal cielo per quanti sono abituati a postare on line senza alcun tipo di freno inibitorio.
Farhad Manjoo del “The New York Times” ha usato il servizio per sei mesi e lo definisce “una guida indispensabile per capire il modo in cui usiamo i social network”.
“Una specie di promemoria costante del fatto che gli altri ci guardano e ci giudicano” – scrive il giornalista nell’articolo pubblicato da “L’Internazionale”.
Il servizio Thinkup – ideato dall’imprenditore e blogger Anil Dash e da Gina Trapani – nasce proprio perché Dash, trovatosi davanti all lista di parole usate nei suoi tweet, ha pensato di essere stato troppo aggressivo in passato e allora ha ideato un sistema che dovrebbe consentirci di diventare più riflessivi ed empatici sui social network.
Thinkup – scrive il giornalista su “The New York Times” – nonostante tutto non sta avendo un gran successo. Una delle difficoltà principali, manco a dirlo, è far capire agli utenti che questo servizio è importante per la propria immagine/reputazione on line.

selfie o non selfie, Aspirational: un video che fa riflettere

Ho visto un video stamattina. Un video che secondo me è illuminante e geniale per come racconta certe tendenze dei nostri tempi. L’ho trovato sulla pagina Facebook di Wired e non ho potuto fare a meno di guardarlo per due volte di fila.
Se impostiamo il discorso sul piano sociologico, il video racconta quello che in soldoni ci diciamo spesso: per molti oggi ciò che non fotografi è come se non fosse accaduto. Photo or didn’t happen, recita lo slogan del cortometraggio, che analizza la reazione dei vip alla richiesta di foto/selfie da parte dei fan.
Il video si chiama Aspirational, è stato realizzato da Vs Magazine e vede come protagonista Kirsten Dunst. L’attrice viene fermata per strada da due fan che sono solo interessate a farsi un selfie con la star. Quando la vip della situazione chiede alle due fan se sono interessate a chiederle curiosità o altro riceve una risposta disarmante: “Mi puoi taggare?”.
Spunto di riflessione: oggi siamo tutti molto social; non esserlo sarebbe come essere tagliati fuori dal mondo. Ma non si starà troppo esagerando?
Ecco il link al video:
http://fashiontube.com//videos/pwxp5e/aspirational–kirsten-dunst-by-matthew-frost-for-vs-magazine/