Comunicatore? No, influencer

71753319_10220083509347484_7715598135229153280_oEro una potenziale influencer e non lo sapevo.
Credo che qualcuno – anche se non ho ben chiaro chi – farebbe ancora in tempo a salvarci.
Vi assicuro che è tutto vero: una università vara l’indirizzo “influencer” per il corso di laurea in Scienze della Comunicazione. E io ancora devo riprendermi. Non si tratta di essere spocchiosi, no. Si tratta forse di essere vecchi e di osservare il passaggio di consegna tra Umberto Eco e Chiara Ferragni (tanto per fare qualche nome).
Per carità, io non voglio sminuire l’influencer però consentitemi di sentirmi un po’ così, come se qualcuno mi avesse rubato una fettina del mio adorato pezzo di carta. Perché la comunicazione, intesa come materia, a me è sempre piaciuta; gli influencer un po’ meno.

Consigli (non richiesti) di comunicazione elettorale

Ci risiamo. Il 26 maggio si torna alle urne per le elezioni amministrative e imperversano nuove richieste di amicizia sui social, tag “alla cecata”, foto fantastiche su instagram e tweet come se non ci fosse un domani.
Alla luce del successo di un vecchio post su come comunicare in periodo elettorale, vi dico come la penso. Per punti, così fate prima a leggere (se volete).
Le amicizie su Facebook. O ci siete o non ci siete. Apparire per le elezioni e sparire dopo non serve. Sa di finto, proprio come quella politica di cui ci lamentiamo tutti i giorni. Ho ricevuto una trentina di richieste di amicizia negli ultimi giorni. Tutte da candidati o aspiranti tali. Ma davvero pensate di conquistare voti richiedendo l’amicizia? Optate per le pagine: sono più discrete. Se uno vi cerca vi mette un like o vi segue. L’amicizia no, è una cosa personale. E, a meno che non conosciate uno a uno gli elettori, non vi conviene.
Le pagine Facebook. Con pochi like sono tristi. Quasi quanto un comizio davanti a una sola persona. O vi assicurate una base o non partite proprio. E poi, che siano pagine attive, con contenuti, proposte, approfondimenti. Che abbiano un programma e non siano un mero album fotografico da sfogliare per ammirare il look di uno o un altro. Siete – o ambite a essere – politici, non modelli o persone del mondo dello spettacolo. Cosa fa la differenza? I contenuti. A questo punto mi permetterei di dire: se non avete contenuti non partite proprio.
Le dirette. Solo quando strettamente necessarie. La diretta dalla festa del paese per dire che con voi sarà diversa no. Ne possiamo fare a meno. E anche voi: vi rendereste sicuro meno ridicoli. Va bene la disintermediazione ma solo quando ci sono contenuti e quando sono seri. Fatevi un esame di coscienza prima di partire: quel video, dopo due anni, vi piacerebbe ancora? Se avete un solo dubbio, non pubblicatelo.
Twitter. Non è lo sfogatoio dei pensieri quotidiani o il luogo social adatto agli attacchi personali e non. Sarebbe il social dell’attualità. Twittate solo se avete qualcosa (di serio) da dire. E, fatevelo dire, non è certo un social di massa. Quindi, occhio due volte a quello che scrivete: gli ammiccamenti che fate su Instagram e Facebook potrebbero essere un boomerang su Twitter.
Whatsapp. Abbiate pietà di noi. I gruppi Whatsapp per le elezioni sono una vera e propria violenza privata. Messaggi di fan invasati che sono peggiori dei loro candidati. Inviti a caffè, buffet, pizze, comizi conditi da commenti, controcommenti e discussioni varie: pietà. Se aprite un gruppo Whatsapp per i possibili elettori, vi avverto: rischiate di perderli in men che non si dica
Instagram. Torna a qualche rigo più su: siete politici, non modelli, non uomini di spettacolo. Vale sia per gli uomini che per le donne. Foto ok, ma con parsimonia. Foto istituzionali, politiche, non da prima comunione né da provino per entrare in un casting. Privilegerei la normalità, la quotidianità, il chi siamo.
Linkedin. Ho visto candidati alla ricerca di voto che hanno disperatamente aperto anche un account su Linkedin. Anche lì, soprattutto lì: o ci sei da prima o non ci sei. Un professionista non si improvvisa. Mi aspetterei, altrimenti, di qui a breve di trovare alla voce “cerca lavoro” anche “amministratore” o “politico”.
In bocca al lupo a tutti. E ricordate che la costruzione della vostra immagine passa anche dai social oggi!

 

Informazione e qualità: il coraggio di fare domande e cercare risposte

Giornalismo e qualità: se ne dovrebbe parlare di più. Probabilmente le nuove tecnologie costringono a rivedere parzialmente alcuni dei valori notizia tradizionali. Le nuove modalità di fruizione dei contenuti ci portano a una riflessione sulla professione; una riflessione che deve essere seria, sentita e documentata.
Io partirei da un principio cardine, vecchio quanto il mondo: il coraggio di fare domande e di cercare risposte. Non credo esista, in sintesi, una qualità migliore per chi fa informazione.

Se il laureato in Chimica insegna Tecniche delle comunicazioni multimediali…

Ma voi un laureato in Chimica/Chimica Industriale/Fisica/Ingegneria Chimica che insegna “Linguaggio per la cinematografia e la televisione”, tanto per fare un esempio, ve lo immaginate?

Esistono. O meglio, non so se esistono nella realtà; ma la legge prevede che la classe di concorso denominata A61 “Tecnologie e tecniche delle comunicazioni multimediali” sia prerogativa anche dei laureati in materie scientifiche (laurea conseguita entro il 1994, sia chiaro).

E un laureato in Scienze della Comunicazione allora cosa va a insegnare? Ingegneria?

Premettiamo che non c’è alcuna intenzione di scatenare una guerra tra poveri: di questi tempi, con i chiari di luna che ci sono, sarebbe l’ultima delle intenzioni. Ma un paradosso tutto italiano merita un minimo di attenzione e meriterebbe di finire alla ribalta della cronaca, se non fosse che chi prova a far sentire la propria voce incontra difficoltà inenarrabili.

I laureati in Scienze della Comunicazione hanno la loro classe di concorso, direte voi. Sudata, esattamente come gli altri. Arrivata dopo anni per la prima volta nel 2017. Una materia per cui sulla carta non esistono abilitati ma solo concorrenti di terza fascia che spesso e volentieri non vengono proprio convocati per mancata attivazione delle classi.  Come gli altri, anche i laureati in Comunicazione proveranno ad accedere a un concorso per cui sono necessari anche i 24 cfu che, a botta di soldi e di business creato ad arte, ognuno di noi sta conquistando per accedere a quella che si preannuncia come l’ultima possibilità del posto fisso. Ma la classe di concorso A65 è per poche ore, per una ristrettissima cerchia di istituti professionali che hanno attiva la materia “Teoria della Comunicazione”. Poi ci sono altri insegnamenti, come quelli della A61 per cui è necessario – giusto, per carità – un diploma dell’Accademia di Belle Arti, del Liceo Artistico, di titoli professionali, di qualsiasi laurea a patto che ci siano i titoli professionali accanto e poi – come dicevo all’inizio – di quelle lauree scientifiche senza alcun titolo professionale. E perché non aggiungere a queste anche Scienze della Comunicazione? Cosa ha un laureato in Chimica del 1994 più di uno che ha studiato Scienze della Comunicazione? Forse perché nessuno sa cosa si studia effettivamente in questo corso di laurea? Forse perché Scienze della Comunicazione è da sempre la facoltà “pecora nera” del mondo universitario (quella che ha soppiantato nell’ambita graduatoria Scienze Politiche, per intenderci)?

C’è chiaramente qualcosa che non quadra e parecchie cose da rivedere. Ma, nell’immediato, perché non “allargare” ai laureati in Scienze della Comunicazione la classe A61?

Ps per i cattivi: evitate di pensare che ora i laureati in Comunicazione pensano alla scuola come ripiego. Il mondo è pieno anche di ingegneri votati al mondo della scuola per ripiego! 😀

Riflessioni sul giornalismo oggi

Credo che nel mondo del giornalismo oggi ci sia un vero e proprio circolo vizioso. Prendiamo l’informazione locale solo come esempio. I quotidiani riducono sempre più spesso i compensi per i collaboratori. I collaboratori, mortificati dall’atteggiamento degli editori, protestano, si ribellano, fanno sentire la loro voce ma hanno solo due strade: andare avanti con compensi miseri o abbandonare. Se abbandonano ci sarà sempre una folla di persone pronte a prendere il loro posto. Ci sono migliaia di aspiranti giornalisti, giovani e meno giovani disposti a tutto (anche a collaborare gratis) pur di prendere il tesserino ed essere iscritti all’Ordine. Se il collaboratore va avanti con compensi miseri spesso, con quei soldi, riuscirà neppure a coprire le spese di spostamento, parcheggio o anche di qualche telefonata di verifica.

In tutto questo pare sia di moda fare informazione solo con i comunicati stampa. Forse per la paura di bucare una notizia rispetto alla concorrenza. O forse solo perché è la strada più semplice: richiede meno tempo, meno verifiche e anche meno giornalisti. Ma l’informazione fatta solo di comunicati stampa rischia di diventare solo il megafono del potente di turno (o chi mostra di avere una maggiore disponibilità economica e non disdegna sponsorizzazioni, banner, etc). C’è il rischio, concreto, che un organo di informazione diventi un organo di comunicazione (istituzionale, politica, pubblicitaria…). E l’informazione, quella vera, dov’è?

È tempo di una riflessione seria. Da parte di tutti.