Combattere le fake news con l’educazione ai media

Stamattina ho scritto di getto un post su Facebook per dire la mia sulla questione delle fake news.
Vi confesso la mia perplessità sull’idea di regolamentare i flussi di notizie, anche quelle false. Mi sforzo di capire tutti i problemi relativi al mondo delle fake news e di quelle storie a metà tra spionaggio e mistero che trapelano da indiscrezioni e interviste sulle pagine dei quotidiani di questi giorni. Però sono scettica quando sento parlare di ulteriori norme in un settore delicato come quello della libertà di espressione. Non ne capisco la necessità. Abbiamo tante leggi che possono essere rispettate se applicate anche alle nuove tecnologie. Perché crearne altre? E per regolamentare cosa?
Stamattina – ma anche qualche giorno fa in un incontro con alcuni giovani – ho rimarcato una cosa: le fake news sono sempre esistite. Si chiamavano bufale, notizie false, mezze verità e hanno sempre popolato – ahinoi – anche le pagine dei giornali. Allora io mi chiedo e vi chiedo (proprio perché ritengo sia opportuno fare chiarezza): perché parlare di fake news sta diventando una moda in questo periodo?
Credo che la migliore soluzione per tutti i problemi sia la conoscenza. Formazione all’uso dei nuovi media e informazione seria e di qualità possono annientare le fake news. Allora perché non lavoriamo sulla cultura? Di educazione ai media – lo so, mi ripeto troppo spesso – c’è urgente bisogno.

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Scienze della comunicazione e insegnamento: la classe A065 funziona?

Istituita classe di concorso a scuola per i laureati in Scienze della comunicazione (A065). Le graduatorie sono pronte e definitive ma le scuole non attivano gli insegnamenti. Giustamente da anni c’è chi insegna comunicazione con altre lauree, giustamente. Chi ci prende in giro?
Breve storia tratta dal manuale (inedito) “Le gioie di essere comunicatori”

Il “valore” della comunicazione

Forse è il caso di cominciare a parlare seriamente delle difficoltà lavorative di giornalisti, comunicatori e aspiranti tali. Ieri mi sono imbattuta in vari articoli che denunciavano la misera paga con cui un’azienda avrebbe inteso pagare un ingegnere civile plurititolato: 600 euro netti. Bene, oltre a mostrare sdegno per la notizia, ho tenuto a precisare che – purtroppo – a chi si occupa di comunicazione viene spesso proposta una paga ancora più misera. Io le definisco proposte indecenti. Ragazzi, non smetterò mai di ricordarlo: la comunicazione non è un regalo; si paga, esattamente come tutte le altre professioni!

La comunicazione non è di tutti

Lo devo dire, anche a costo di sembrare spocchiosa: la comunicazione professionale non è di tutti.
Ne parlavo l’altro giorno con una cara amica: oggi tutto è comunicazione, ma questo non significa che tutti possano improvvisarsi esperti. L’immersione pressoché totale nel mondo della comunicazione non significa che se sei su Facebook, Twitter e Linkedin puoi professarti un ottimo gestore di social media. Essere presenti on line è la base; ma ci sei a titolo personale e non professionale. E che dire di chi confonde come se niente fosse un blog con uno spazio su un social media? Credo sia quantomai necessario chiarire un concetto: così come non ti puoi improvvisare medico, allo stesso modo non puoi improvvisarti comunicatore. Certo, pare una cosa da poco: ma dietro scelte strategiche e studiate di comunicazione ci sono anni e anni di studio che non sono solo legate a come taggare le persone sui social. La prima cosa, lasciatemelo dire, è l’italiano: quanti post sgrammaticati state leggendo? Vi posso garantire che in tempi di campagna elettorale è ancora peggio. E, badate bene, anche per le campagne elettorali esistono i professionisti della comunicazione. Le pagine gestite artigianalmente dai giovani del partito sono artigianali per l’appunto, lontane anni luce da quelle gestite da chi fa comunicazione per mestiere. Ma poi qui entriamo nel mondo (ancora più difficile per quelli duri di comprendonio) dei pagamenti. Dirò una cosa che forse sconvolgerà qualcuno: la comunicazione si paga, ha un costo, esattamente come qualsiasi altro settore strategico di un’impresa. Non avete voglia di investire in comunicazione? Il risultato sarà sotto gli occhi di tutti. A me hanno sempre detto una cosa, a cui ora credo fermamente: tutto ciò che non costa non vale.

La mia passione? Anche colpa di Roberto Baggio

Quando mi chiedono come mai una ragazzina abbia cominciato ad appassionarsi al calcio, al di là della certa risposta delle influenze familiari, ho una immagine ben fissa nella mente: Roberto Baggio che alza il pallone d’oro. Il mio interesse per il calcio nasce dalla curiosità per un campione, per la sua maglietta gonfiata dal vento mentre compie uno dei suoi pezzi forti, una delle sue pennellate su punizione, e dal codino che poi è simbolo di un personaggio che entra di diritto nei miti dello sport più popolare. Qualcuno lo ha definito l’ultimo dei campioni romantici. Il suo addio al calcio giocato, forse, segnò la fine di un’epoca anche nel mondo dello sport.
I cinquant’anni di Roberto Baggio oggi sono un tuffo nei ricordi, nei poster ingialliti dal tempo e nei ritagli di giornale custoditi gelosamente come una sorta di rito di iniziazione al mondo del pallone. Lui resta uno dei nostri motivi di orgoglio: un campione tutto nostro, italiano, se vogliamo essere un po’ patriottisti. Ma il suo mezzo secolo è anche il segno del tempo che passa, delle mode che cambiano, delle personalità dei campioni sempre diverse e forse un tantino più eccentriche rispetto a quelle di qualche anno fa. Però poi ci penso e mi rendo conto che sono sempre la modestia e l’umiltà a fare di un fuoriclasse un campione che sa emozionare ancora.