Se il laureato in Chimica insegna Tecniche delle comunicazioni multimediali…

Ma voi un laureato in Chimica/Chimica Industriale/Fisica/Ingegneria Chimica che insegna “Linguaggio per la cinematografia e la televisione”, tanto per fare un esempio, ve lo immaginate?

Esistono. O meglio, non so se esistono nella realtà; ma la legge prevede che la classe di concorso denominata A61 “Tecnologie e tecniche delle comunicazioni multimediali” sia prerogativa anche dei laureati in materie scientifiche (laurea conseguita entro il 1994, sia chiaro).

E un laureato in Scienze della Comunicazione allora cosa va a insegnare? Ingegneria?

Premettiamo che non c’è alcuna intenzione di scatenare una guerra tra poveri: di questi tempi, con i chiari di luna che ci sono, sarebbe l’ultima delle intenzioni. Ma un paradosso tutto italiano merita un minimo di attenzione e meriterebbe di finire alla ribalta della cronaca, se non fosse che chi prova a far sentire la propria voce incontra difficoltà inenarrabili.

I laureati in Scienze della Comunicazione hanno la loro classe di concorso, direte voi. Sudata, esattamente come gli altri. Arrivata dopo anni per la prima volta nel 2017. Una materia per cui sulla carta non esistono abilitati ma solo concorrenti di terza fascia che spesso e volentieri non vengono proprio convocati per mancata attivazione delle classi.  Come gli altri, anche i laureati in Comunicazione proveranno ad accedere a un concorso per cui sono necessari anche i 24 cfu che, a botta di soldi e di business creato ad arte, ognuno di noi sta conquistando per accedere a quella che si preannuncia come l’ultima possibilità del posto fisso. Ma la classe di concorso A65 è per poche ore, per una ristrettissima cerchia di istituti professionali che hanno attiva la materia “Teoria della Comunicazione”. Poi ci sono altri insegnamenti, come quelli della A61 per cui è necessario – giusto, per carità – un diploma dell’Accademia di Belle Arti, del Liceo Artistico, di titoli professionali, di qualsiasi laurea a patto che ci siano i titoli professionali accanto e poi – come dicevo all’inizio – di quelle lauree scientifiche senza alcun titolo professionale. E perché non aggiungere a queste anche Scienze della Comunicazione? Cosa ha un laureato in Chimica del 1994 più di uno che ha studiato Scienze della Comunicazione? Forse perché nessuno sa cosa si studia effettivamente in questo corso di laurea? Forse perché Scienze della Comunicazione è da sempre la facoltà “pecora nera” del mondo universitario (quella che ha soppiantato nell’ambita graduatoria Scienze Politiche, per intenderci)?

C’è chiaramente qualcosa che non quadra e parecchie cose da rivedere. Ma, nell’immediato, perché non “allargare” ai laureati in Scienze della Comunicazione la classe A61?

Ps per i cattivi: evitate di pensare che ora i laureati in Comunicazione pensano alla scuola come ripiego. Il mondo è pieno anche di ingegneri votati al mondo della scuola per ripiego! 😀

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Non si sfruttano i sogni delle persone

Ci sono poche cose che mi fanno arrabbiare. In cima alla lista ci sta chi organizza corsi a pagamento che sembrano promettere il posto dei sogni. Sullo stesso piano quelli che, con ignoranza o con scarse qualifiche, si ergono a ruolo di qualificati docenti tuttofare, magari perché hanno studiato all’università della vita (per loro stessa ammissione). E su Facebook le due categorie abbondano, grazie anche a pagine sponsorizzate. C’è un solo modo per fermarli: diffidarne!
Non si sfruttano i sogni delle persone!

Comunicazione e timidezza: adesso basta! ;)

Lo ammetto in partenza: la timidezza è sempre stato un grave handicap. Timida a scuola, con gli amici, in palestra, ovunque.

Poi arriva il momento in cui ti rendi conto che la timidezza – che potrebbe essere un pregio – è un difetto oggi. Perché ti fa nascondere quando non dovresti e perché, per esempio, ti fa aprire un blog senza una pagina Facebook. Che poi lo sappiamo tutti, comunicatori e non, che un sito senza una pagina social oggi non si avvia da nessuna parte.

Allora oggi ho preso il coraggio a trentamila mani e ho deciso che faccio il grande passo: apro la pagina Facebook del blog.

Eccola, fresca fresca: Comunicazione e dintorni

🙂

 

Il romanticismo della posta tradizionale

Ho scoperto, con mio grande stupore, che c’è ancora l’incaricato di Poste Italiane che periodicamente va a svuotare le cassette della posta, anche quelle che stanno negli angoli più sperduti delle città.

Ho incrociato stamattina il furgone dell’ufficio postale e sono rimasta a curiosare perché avevo capito che l’impiegato sarebbe andato ad aprire la buca della posta. E, sarò anche eccessivamente curiosa, ma volevo capire quante lettere c’erano dentro.

Due. Solo due lettere. In una buca che non so da quanto tempo non veniva svuotata. Due lettere, un paio di sacchetti di patatine vuoti, qualche fazzoletto sporco e altre cartacce. A un certo punto mi è venuto il dubbio che i giovani non sappiano più neanche a cosa serve una buca della posta (che poi, complici le nuove tecnologie, oggi confondiamo anche il nome: buca, cassetta, casella…). E mi sono trasformata in una vecchia comunicatrice nostalgica che si rilassa ricordando il tempo delle lettere, degli amici di penna e delle cartoline tradizionali inviate dai posti di vacanza!

24 cfu e il sogno del “posto fisso” per i comunicatori

IMG_6151Li chiamano 24 cfu e rappresentano la speranza – l’ultima contemporanea – del “posto fisso”. Sono crediti integrativi per poter accedere a un concorso (triennale) che abiliterebbe all’insegnamento. Certezze? Zero. Forse anche per questo è bene andare cauti e usare il condizionale. Chi da anni culla il sogno di entrare nel mondo della scuola mi ripete che è andata sempre così: che prima o poi l’abilitazione arriva. Si chiama Fit, Tfa, e altri acronimi o nomignoli incomprensibili ai più… Chi ha sempre sognato di entrare nel mondo della scuola in un certo qual senso è abituato a ragionare con i crediti e a proiettarsi in un futuro fatto di pedagogia, didattica dell’inclusione, di corsi/concorsi, di tirocini formativi e altro.
Poi ci siamo noi, quelli laureati in Comunicazione, che a partire dal prossimo concorso potremmo diventare docenti. In comunicazione, ovviamente. Anche se poi la comunicazione l’hanno introdotta solo in alcuni istituti e in altri no come materia di insegnamento. Come per dire: c’è ancora qualcuno che può fare a meno di comunicare, o di essere educato alla comunicazione e all’informazione più specificamente.

Ebbene, dicevo, ci siamo noi. Che secondo me restiamo sempre un po’ sognatori. Maltrattati e bistrattati per una facoltà spesso definita inutile e da qualcuno sotto sotto anche un po’ invidiati perché siamo quelli che hanno inseguito i loro sogni piuttosto che mettersi, calcoli alla mano, a individuare la facoltà che garantisse più sbocchi occupazionali. A me lo dicevano all’inizio: studi comunicazione? E credi che ci sia qualcuno in Campania disposto ad assumerti? Insomma, le solite vecchie storie da pecore nere del mondo universitario contemporaneo…

Ci siamo, dicevo, anche noi comunicatori alle prese con i 24 cfu: consideriamo la scuola come un paracadute e facciamo compagnia a tutti quelli che sono tornati sui banchi per studiare e prepararsi al corso/concorso che potrebbe abilitare all’insegnamento. Siamo tanti, siamo gruppi Facebook per cercare di capire se e quanti posti della classe A065 ci saranno in Italia  e soprattutto per cercare di capire se ci saranno. Siamo scottati spesso dalle delusioni delle domande di insegnamento in terza fascia: siamo in graduatoria ma gli insegnamenti spesso e volentieri non vengono attivati. Siamo quelli che sperano di insegnare comunicazione a scuola perché sognano di poter trasmettere ai giovani la stessa passione che ha animato e anima ancora oggi i nostri studi. Perché nessuno, un domani, possa dire a un giovane che studiare ciò che ti appassiona non ti garantisce un futuro.