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La comunicazione non è di tutti

Lo devo dire, anche a costo di sembrare spocchiosa: la comunicazione professionale non è di tutti.
Ne parlavo l’altro giorno con una cara amica: oggi tutto è comunicazione, ma questo non significa che tutti possano improvvisarsi esperti. L’immersione pressoché totale nel mondo della comunicazione non significa che se sei su Facebook, Twitter e Linkedin puoi professarti un ottimo gestore di social media. Essere presenti on line è la base; ma ci sei a titolo personale e non professionale. E che dire di chi confonde come se niente fosse un blog con uno spazio su un social media? Credo sia quantomai necessario chiarire un concetto: così come non ti puoi improvvisare medico, allo stesso modo non puoi improvvisarti comunicatore. Certo, pare una cosa da poco: ma dietro scelte strategiche e studiate di comunicazione ci sono anni e anni di studio che non sono solo legate a come taggare le persone sui social. La prima cosa, lasciatemelo dire, è l’italiano: quanti post sgrammaticati state leggendo? Vi posso garantire che in tempi di campagna elettorale è ancora peggio. E, badate bene, anche per le campagne elettorali esistono i professionisti della comunicazione. Le pagine gestite artigianalmente dai giovani del partito sono artigianali per l’appunto, lontane anni luce da quelle gestite da chi fa comunicazione per mestiere. Ma poi qui entriamo nel mondo (ancora più difficile per quelli duri di comprendonio) dei pagamenti. Dirò una cosa che forse sconvolgerà qualcuno: la comunicazione si paga, ha un costo, esattamente come qualsiasi altro settore strategico di un’impresa. Non avete voglia di investire in comunicazione? Il risultato sarà sotto gli occhi di tutti. A me hanno sempre detto una cosa, a cui ora credo fermamente: tutto ciò che non costa non vale.

Titoli, giornali e tv: sessismo è solo “cicciottelle”?

Abbiamo fatto la battaglia per il #cicciottelle del titolo di Qs e mi sta pure bene: chi fa #giornalismo dovrebbe sapere che l’equilibrio sta soprattutto nelle #parole. Certo, potremmo discutere all’infinito della decisione di allontanare il direttore per quel #titolo. Ne potremmo parlare a lungo, specie con chi sostiene che il mondo dell’#informazione sia spesso colpevole di “crimini” ben più gravi.
Ma la mia attenzione oggi si concentra su un altro argomento: la storia del “cicciottelle” è stata etichettata da parecchi come #sessismo. Scusate, è bene chiarire: non mi va bene il cicciottelle; ma non mi sta bene neanche che alcuni giornali si concentrino sul #latob di alcune atlete, giusto per restare in tema di #Olimpiadi (sarà forse il segnale che l’informazione è sempre più vuota e vicina al #gossip?). E non mi sta bene neanche che ogni donna associata allo #sport, al #calcio in particolare, assomigli sempre più a una bambola parlante (nel migliore dei casi) addobbata a festa o come per partecipare a un concorso di bellezza. E no, non voglio difendere la Bignardi quando parla di #dresscode per le giornaliste. Preferirei, però, un mondo in cui la #telecamera non indugi su gambe e scollatura di conduttrici o presunte tali. Perché? Semplicemente perché con i maschi non accade. E allora forse diremo addio al sessismo quando, anche nel mondo dei media (dove l’apparire conta sempre più dell’essere) conterà più la sostanza che la forma (pardon, le forme).
Ok, mo basta: fine dello sfogo
#Buonferragosto!

giornalismo d’altri tempi

Altro ‪giornalismo‬, altri tempi. Ma fa sempre un certo effetto rileggere certi scritti.

Porrei enfasi sulle scuse preventive al lettore: “Vi dico solo quello che ho visto io. E vi chiedo preventivamente scusa se vi parrà troppo poco“.

E se l’‪‎informazione‬ potesse ripartire seriamente da qui? Da un bagno di ‪#‎umiltà‬ e ‪#‎onestà‬ oltre che da un rispetto profondo per i ‪lettori‬?

“Questa è la storia della battaglia di Budapest e il lettore mi perdoni se la riferiamo con tanto ritardo. Mentre la combattevano, i russi ci tolsero il mezzo di raccontarla; e, in fondo, non ci resta che ringraziarli per averci tolto solo questo. È una storia parziale, naturalmente, come del resto lo sono tutte le storie. Non abbiamo che due occhi e siamo stati costretti a servircene con parsimonia, usandone uno per raccontare ciò che succedeva a Budapest e l’altro per sorvegliare che non succedesse altrettanto a noi. Tenete a mente che nessuno ha visto tutto. Vi dico solo quello che ho visto io. E vi chiedo preventivamente scusa se vi parrà troppo poco” (Indro Montanelli, Corriere della Sera, 1956)

59 anni fa il primo Carosello

3 febbraio 1957, alle 20.50 va in onda la prima puntata di Carosello. 

Sono trascorsi 59 anni e, senza scendere nei dettagli, mi piacerebbe solo ripostare il video della prima puntata pubblicato da La Stampa.  Si tratta di un vero e proprio spunto di riflessione su come sia cambiata anche la comunicazione pubblicitaria in quasi sessanta anni. 

Buona visione!