Titoli, giornali e tv: sessismo è solo “cicciottelle”?

Abbiamo fatto la battaglia per il #cicciottelle del titolo di Qs e mi sta pure bene: chi fa #giornalismo dovrebbe sapere che l’equilibrio sta soprattutto nelle #parole. Certo, potremmo discutere all’infinito della decisione di allontanare il direttore per quel #titolo. Ne potremmo parlare a lungo, specie con chi sostiene che il mondo dell’#informazione sia spesso colpevole di “crimini” ben più gravi.
Ma la mia attenzione oggi si concentra su un altro argomento: la storia del “cicciottelle” è stata etichettata da parecchi come #sessismo. Scusate, è bene chiarire: non mi va bene il cicciottelle; ma non mi sta bene neanche che alcuni giornali si concentrino sul #latob di alcune atlete, giusto per restare in tema di #Olimpiadi (sarà forse il segnale che l’informazione è sempre più vuota e vicina al #gossip?). E non mi sta bene neanche che ogni donna associata allo #sport, al #calcio in particolare, assomigli sempre più a una bambola parlante (nel migliore dei casi) addobbata a festa o come per partecipare a un concorso di bellezza. E no, non voglio difendere la Bignardi quando parla di #dresscode per le giornaliste. Preferirei, però, un mondo in cui la #telecamera non indugi su gambe e scollatura di conduttrici o presunte tali. Perché? Semplicemente perché con i maschi non accade. E allora forse diremo addio al sessismo quando, anche nel mondo dei media (dove l’apparire conta sempre più dell’essere) conterà più la sostanza che la forma (pardon, le forme).
Ok, mo basta: fine dello sfogo
#Buonferragosto!

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La #Brexit e i giornali in edicola oggi

Senza entrare nel merito delle questioni relative alla ‪#‎Brexit‬, mi piacerebbe fare una considerazione sui quotidiani in edicola oggi in Italia. Nessuna accusa, sia chiaro: nessuno avrebbe potuto “azzeccare” il risultato del referendum prima di mandare il giornale in stampa. Le prime notizie sono venute fuori in mattinata e i sondaggi – diciamolo chiaro – stavolta hanno chiaramente depistato tutti.
Ma la riflessione voglio farla da lettore: perché io stamattina avrei dovuto acquistare in edicola un quotidiano senza la notizia del giorno, quando su internet e in tv è in atto un vero e proprio bombardamento mediatico – con tanto di commenti, reazioni, analisi in tempo reale – sul tema della Brexit?
Io sono per i quotidiani, per il profumo della carta stampata e per il fascino del giornale da sfogliare comodamente seduti in poltrona.
In questi casi, però, mi rendo conto di quanto il mondo della stampa tradizionale sia spesso pericolosamente vecchio rispetto al nuovo che avanza.

Buon primo maggio!

Oggi ci vogliono gli auguri per quelli che un lavoro se lo sognano, per quelli che un lavoro lo hanno perso e per i tanti giovani che hanno una sola colpa: arrivano sul mercato del lavoro in uno dei momenti peggiori. A tutti va l’invito a non perdere la speranza e a continuare a inseguire con determinazione sogni e aspirazioni. Rimbocchiamoci le maniche: un futuro migliore deve essere possibile!

Anno 2000, #ilmioprimointernet

Questa storia dei ricordi in occasione dei primi trenta anni di internet ci ha resi tutti una grande tribù di nostalgici.
Ebbene sì, ho twittato anche io seguendo l’hashtag di Repubblica #ilmioprimointernet.
Prima ho scritto una frase veloce, che sintetizza il mio primo approccio con il mondo di internet. Ma contestualmente mi sono resa conto che i caratteri di Twitter sono pochi per ricordare le emozioni e le sensazioni uniche – e se ci pensiamo oggi “assurde” – dei nostri primi collegamenti a internet.
Ma voi ricordate il rumore dei vecchi modem quando componevano tutti quei numeri che ci consentivano di connetterci a internet? E i cd che servivano a farci addentrare per la prima volta nel mondo dei provider, con le prime mail? Perfino i primi indirizzi email a me sembravano fantascienza, ma un modo di comunicare molto più simile ai vecchi walkie-talkie che a una comunicazione professionale. E chi aveva intuito che era opportuno avere per mail qualcosa tipo nome.cognome o nomecognome?
Ricordo di aver conquistato internet a fatica nell’anno della maturità. Era il 2000 e io, che già da qualche tempo avevo sentito parlare delle meraviglie della tecnologia, avevo chiesto ai miei genitori di “comprare internet” già nel 1999. Ma niente: non avevo ancora 18 anni e i miei preferirono regalarmi una delle prime Play station. Fu una guerra. Che ve lo dico a fare? Io volevo internet e mi ritrovavo con i soliti – per quanto nuovi – videogiochi.
L’età era già di per sé particolare. Avevo voglia di vedere il mondo fuori. E quel fatto di internet mi piaceva assai. Il 1999 passa alla storia anche come l’anno in cui mi fu dato il primo telefono cellulare: un Nokia 5110. Ma questa è un’altra storia.
L’anno successivo – nel 2000 – riuscì a vincere la mia battaglia e tutti in casa, chi prima e chi dopo, fummo attratti dalla novità che aveva un nome altisonante: internet. Avevamo uno dei primissimi modem collegati al doppino incrociato del telefono. Fin qui nulla di strano. Il problema era che il pc era in una stanza; la presa del telefono in un’altra. E ricordo ancora la dedizione, la passione e la magia con cui – ogni volta – per connettermi a internet srotolavo metri e metri di cavetto che passava sulle porte, a terra e sui mobili. Sarebbe forse superfluo raccontarvi che in quel periodo ruppi chilometri e chilometri di filo: a casa mia la specialità sportiva preferita era il salto della corda (o del filo telefonico) e improvvisamente qualcuno inciampava nel filo, tirandosi appresso solo il modem nel migliore dei casi.
Ricordo ancora le emozioni della prima email (che a dire il vero utilizzavo soprattutto per comunicazioni stupide) e il fascino di poter inviare sms gratis da alcuni siti web. (E a questo punto la risata di chi conosce solo Whatsapp, il mobile e gli smartphone ci sta tutta).
E come dimenticare le mail chilometriche inviate ai miei colleghi di università prima di ogni esame? Eh sì: non avevamo Facebook nè Twitter ma eravamo soliti aggiornarci con foto, testi, inciuci tramite mail. Con una mail che non era ancora personale ma familiare. Devo aver capito allora, cinque anni dopo l’avvento di internet a casa mia che forse era opportuno che ogni singolo componente della famiglia si dotasse di un indirizzo email…
Da stamattina sto cercando di ricordare: ma cosa cavolo facevo io su internet nei primi tempi? E ora ho ricordato: giocavo (la mentalità Play station non era del tutto lontana), mandavo mail, e chattavo in tempo reale con le mie amiche (e qui potrei aprire tanti altri post su quelle chat oramai dimenticate come Msn e C6).
Ok, basta, stop con i ricordi. Qui rischiamo di diventare nostalgici o – peggio ancora – se qualche nativo digitale dovesse trovarsi per caso da queste parti, rischiamo di sembrare vecchi. Forse più di quanto non ci sentiamo noi oggi, a confrontare internet di oggi con #ilmioprimointernet.

giornalismo d’altri tempi

Altro ‪giornalismo‬, altri tempi. Ma fa sempre un certo effetto rileggere certi scritti.

Porrei enfasi sulle scuse preventive al lettore: “Vi dico solo quello che ho visto io. E vi chiedo preventivamente scusa se vi parrà troppo poco“.

E se l’‪‎informazione‬ potesse ripartire seriamente da qui? Da un bagno di ‪#‎umiltà‬ e ‪#‎onestà‬ oltre che da un rispetto profondo per i ‪lettori‬?

“Questa è la storia della battaglia di Budapest e il lettore mi perdoni se la riferiamo con tanto ritardo. Mentre la combattevano, i russi ci tolsero il mezzo di raccontarla; e, in fondo, non ci resta che ringraziarli per averci tolto solo questo. È una storia parziale, naturalmente, come del resto lo sono tutte le storie. Non abbiamo che due occhi e siamo stati costretti a servircene con parsimonia, usandone uno per raccontare ciò che succedeva a Budapest e l’altro per sorvegliare che non succedesse altrettanto a noi. Tenete a mente che nessuno ha visto tutto. Vi dico solo quello che ho visto io. E vi chiedo preventivamente scusa se vi parrà troppo poco” (Indro Montanelli, Corriere della Sera, 1956)