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Il “valore” della comunicazione

Forse è il caso di cominciare a parlare seriamente delle difficoltà lavorative di giornalisti, comunicatori e aspiranti tali. Ieri mi sono imbattuta in vari articoli che denunciavano la misera paga con cui un’azienda avrebbe inteso pagare un ingegnere civile plurititolato: 600 euro netti. Bene, oltre a mostrare sdegno per la notizia, ho tenuto a precisare che – purtroppo – a chi si occupa di comunicazione viene spesso proposta una paga ancora più misera. Io le definisco proposte indecenti. Ragazzi, non smetterò mai di ricordarlo: la comunicazione non è un regalo; si paga, esattamente come tutte le altre professioni!

La comunicazione non è di tutti

Lo devo dire, anche a costo di sembrare spocchiosa: la comunicazione professionale non è di tutti.
Ne parlavo l’altro giorno con una cara amica: oggi tutto è comunicazione, ma questo non significa che tutti possano improvvisarsi esperti. L’immersione pressoché totale nel mondo della comunicazione non significa che se sei su Facebook, Twitter e Linkedin puoi professarti un ottimo gestore di social media. Essere presenti on line è la base; ma ci sei a titolo personale e non professionale. E che dire di chi confonde come se niente fosse un blog con uno spazio su un social media? Credo sia quantomai necessario chiarire un concetto: così come non ti puoi improvvisare medico, allo stesso modo non puoi improvvisarti comunicatore. Certo, pare una cosa da poco: ma dietro scelte strategiche e studiate di comunicazione ci sono anni e anni di studio che non sono solo legate a come taggare le persone sui social. La prima cosa, lasciatemelo dire, è l’italiano: quanti post sgrammaticati state leggendo? Vi posso garantire che in tempi di campagna elettorale è ancora peggio. E, badate bene, anche per le campagne elettorali esistono i professionisti della comunicazione. Le pagine gestite artigianalmente dai giovani del partito sono artigianali per l’appunto, lontane anni luce da quelle gestite da chi fa comunicazione per mestiere. Ma poi qui entriamo nel mondo (ancora più difficile per quelli duri di comprendonio) dei pagamenti. Dirò una cosa che forse sconvolgerà qualcuno: la comunicazione si paga, ha un costo, esattamente come qualsiasi altro settore strategico di un’impresa. Non avete voglia di investire in comunicazione? Il risultato sarà sotto gli occhi di tutti. A me hanno sempre detto una cosa, a cui ora credo fermamente: tutto ciò che non costa non vale.

Buon primo maggio!

Oggi ci vogliono gli auguri per quelli che un lavoro se lo sognano, per quelli che un lavoro lo hanno perso e per i tanti giovani che hanno una sola colpa: arrivano sul mercato del lavoro in uno dei momenti peggiori. A tutti va l’invito a non perdere la speranza e a continuare a inseguire con determinazione sogni e aspirazioni. Rimbocchiamoci le maniche: un futuro migliore deve essere possibile!

Il valore dell’informazione, una riflessione

Quando entro nelle scuole capisco che c’è ancora speranza per il mondo del giornalismo. Lo leggo negli occhi degli alunni attenti e nelle menti di coloro che – anche se giovani – capiscono appieno l’importanza di una professione che spesso perde di vista i suoi obiettivi.
Quando con aria interrogativa chiedo loro se hanno idea delle retribuzioni dei giornalisti oggi, mi rendo conto di quanto sia bello il mondo visto con gli occhi di un adolescente e di quanto potrebbe essere bella questa professione senza i problemi con cui ci scontriamo tutti quotidianamente.
Capisco l’importanza che loro danno a questo mestiere quando con gli occhi lucidi uno di loro mi risponde: “prof., io penso che i giornali pagano mille euro per un articolo importante“. Ecco, questo è il valore che un giovane dà all’informazione. Non deludiamoli. Continuiamo a fare il nostro mestiere al meglio, nonostante le difficoltà. C’è ancora chi crede nei valori e nell’etica dell’informazione. Prima ancora che qualcuno arrivi a spiegargliela.

La Repubblica, il piano editoriale di Calabresi in 9 punti

Ho ascoltato molto attentamente il discorso di insediamento di Calabresi a “la Repubblica” e la conseguente presentazione del piano editoriale del giornale.
Ho seguito prima parte della diretta e poi ho preferito sedermi con calma al pc e ascoltare in differita il discorso, quasi come se fosse stata una lezione di giornalismo, prendendo finanche appunti.
Sono molte le cose che hanno colpito la mia attenzione dell’intero discorso. Proverò a riassumerle per evitare post lunghi, noiosi e illeggibili.

La crisi di fiducia
La crisi – anche quella di fiducia – c’è: è innegabile, lo sappiamo tutti. Calabresi ne ha preso atto e ne ha parlato con la sua redazione. I lettori oggi si fidano più delle notizie che vengono loro segnalate da parenti e amici. Il ruolo del giornale, quello di essere fonte autorevole di informazione per l’opinione pubblica, manca sempre più. Ci si fida dei social, del passaparola, delle notizie dei giornali che ci segnalano gli altri… Ma allora i giornalisti come possono recuperare la fiducia? Calabresi ha la sua ricetta: dichiarare le fonti, datare i luoghi da cui si corrisponde. Il valore del giornalismo è e deve restare quello di “esserci” e testimoniare. Se non si è presenti in un posto bisogna dirlo, nell’ottica del rapporto di fiducia e di trasparenza che deve esserci con i lettori.

No al giornalismo arrogante
Quella in cui viviamo – è evidente – è una società orizzontale. Il giornalista non può essere arrogante. A maggior ragione non può permettersi di esserlo se negli articoli ci sono errori, sciatteria, cattive interpretazioni. Per essere credibili occorre essere precisi, puntuali e avere la forza e la voglia di correggersi pubblicamente in caso di errori.

Linguaggio chiaro
Potrebbe essere proprio questa la sfida dell’informazione. Specie ora che le notizie viaggiano sui social e sugli smartphone. Calabresi ha espressamente chiesto un lavoro serio per trovare codici di scrittura che interpretino e rispondano ai cambiamenti e diano una uniformità di linguaggio.

La sfida della competenza
Lo scoop migliore che si può fare oggi – ha sostenuto Calabresi – è quello dell’interpretazione, del far comprendere le cose. Il mondo è una somma di notizie, come i puntini dei giochini nei cruciverba: il giornale deve avere il compito di unire i puntini e di fornire un quadro di insieme al lettore. Il giornale deve spiegare la complessità, non solo cavalcare le emozioni. Il giornale non può permettere che il lettori anneghi nel caos informativo

No al gigantismo di carta
All’indomani della strage di Charlie Hebdo, i quotidiani italiani hanno pubblicato in media 18 pagine sull’argomento. 18 pagine contro la media di 4/6 pagine degli altri Paesi. Per Calabresi la stagione del gigantismo è finita. Parliamoci chiaro: chi di voi legge 18 pagine di uno stesso argomento? Ed ecco la proposta del nuovo direttore: costruire meno pagine (magari 8/9 anziché 18) ma fornire un messaggio concreto dopo un’orgia informativa che ha letteralmente invaso le nostre case. C’è bisogno anche di articoli piccoli che, però, devono far capire. Repubblica.it e il giornale di carta sono per Calabresi un prodotto unico ma con declinazioni diverse.

La riunione che guarda al futuro
Alzi la mano chi non ha mai vissuto l’ansia del cominciare una riunione di redazione dando un’occhiata alla concorrenza. Per Calabresi, la riunione deve cominciare guardando al futuro, a quello che si vuole fare. L’analisi, lo sforzo maggiore, deve essere per il giorno dopo. Il giornalista non deve essere custode del rito e della tradizione della riunione alle 11. Il mondo sta cambiando: deve cambiare anche il rito del giornale e delle riunioni. La riflessione sulla concorrenza va alla fine della riunione, non all’inizio.

I click
Anche le cose ben raccontate camminano sul web. Calabresi ne è certo. La Repubblica non dipende solo dai milioni di click. Ha una identità da tenere alta. Ci vuole il coraggio di sperimentare, di provare e di chiudere: se una cosa non funziona bisogna anche avere il coraggio di lasciarla.
Altra convinzione importante: bisogna avere il coraggio di inserire anche i contenuti “alti” su Facebook.

Gli instant article e i “punti vendita” dei ristoranti
I lettori che arrivano sulla homepage dei giornali sono quelli tradizionali, quelli che vanno al ristorante per guardare il menù, per scegliere la costruzione. Sono i lettori che apprezzaano il fatto che il giornale abbia scelto per loro e che consigli loro cosa leggere. Ma per tante persone oggi la gerarchia delle notizie la fanno gli amici e non il giornale. Allora ci vogliono più contenuti da inserire anche sui social. Il giornale deve arrivare dai lettori e può essere un interlocutore forte di Google e di Facebook, per intenderci.
Se i grandi ristoratori hanno aperto punti vendita in cui offrono, in veri e propri “corner”, solo il loro pezzo forte, la stessa cosa deve fare il giornale per avvicinarsi ulteriormente ai lettori.

Le notizie devono salire dal territorio
Non può stare tutto nella testa del direttore. Il direttore può essere un buon coordinatore ma c’è il dovere delle proposte da chi opera sul territorio.

Ho sintetizzato i punti salienti del discorso, che ho annotato man mano e analizzato, come per una vera e propria lezione di giornalismo. Per onestà e comodità di consultazione, vi rimetto qui e qui i due video integrali.