Comunicatore? No, influencer

71753319_10220083509347484_7715598135229153280_oEro una potenziale influencer e non lo sapevo.
Credo che qualcuno – anche se non ho ben chiaro chi – farebbe ancora in tempo a salvarci.
Vi assicuro che è tutto vero: una università vara l’indirizzo “influencer” per il corso di laurea in Scienze della Comunicazione. E io ancora devo riprendermi. Non si tratta di essere spocchiosi, no. Si tratta forse di essere vecchi e di osservare il passaggio di consegna tra Umberto Eco e Chiara Ferragni (tanto per fare qualche nome).
Per carità, io non voglio sminuire l’influencer però consentitemi di sentirmi un po’ così, come se qualcuno mi avesse rubato una fettina del mio adorato pezzo di carta. Perché la comunicazione, intesa come materia, a me è sempre piaciuta; gli influencer un po’ meno.

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24 cfu e il sogno del “posto fisso” per i comunicatori

IMG_6151Li chiamano 24 cfu e rappresentano la speranza – l’ultima contemporanea – del “posto fisso”. Sono crediti integrativi per poter accedere a un concorso (triennale) che abiliterebbe all’insegnamento. Certezze? Zero. Forse anche per questo è bene andare cauti e usare il condizionale. Chi da anni culla il sogno di entrare nel mondo della scuola mi ripete che è andata sempre così: che prima o poi l’abilitazione arriva. Si chiama Fit, Tfa, e altri acronimi o nomignoli incomprensibili ai più… Chi ha sempre sognato di entrare nel mondo della scuola in un certo qual senso è abituato a ragionare con i crediti e a proiettarsi in un futuro fatto di pedagogia, didattica dell’inclusione, di corsi/concorsi, di tirocini formativi e altro.
Poi ci siamo noi, quelli laureati in Comunicazione, che a partire dal prossimo concorso potremmo diventare docenti. In comunicazione, ovviamente. Anche se poi la comunicazione l’hanno introdotta solo in alcuni istituti e in altri no come materia di insegnamento. Come per dire: c’è ancora qualcuno che può fare a meno di comunicare, o di essere educato alla comunicazione e all’informazione più specificamente.

Ebbene, dicevo, ci siamo noi. Che secondo me restiamo sempre un po’ sognatori. Maltrattati e bistrattati per una facoltà spesso definita inutile e da qualcuno sotto sotto anche un po’ invidiati perché siamo quelli che hanno inseguito i loro sogni piuttosto che mettersi, calcoli alla mano, a individuare la facoltà che garantisse più sbocchi occupazionali. A me lo dicevano all’inizio: studi comunicazione? E credi che ci sia qualcuno in Campania disposto ad assumerti? Insomma, le solite vecchie storie da pecore nere del mondo universitario contemporaneo…

Ci siamo, dicevo, anche noi comunicatori alle prese con i 24 cfu: consideriamo la scuola come un paracadute e facciamo compagnia a tutti quelli che sono tornati sui banchi per studiare e prepararsi al corso/concorso che potrebbe abilitare all’insegnamento. Siamo tanti, siamo gruppi Facebook per cercare di capire se e quanti posti della classe A065 ci saranno in Italia  e soprattutto per cercare di capire se ci saranno. Siamo scottati spesso dalle delusioni delle domande di insegnamento in terza fascia: siamo in graduatoria ma gli insegnamenti spesso e volentieri non vengono attivati. Siamo quelli che sperano di insegnare comunicazione a scuola perché sognano di poter trasmettere ai giovani la stessa passione che ha animato e anima ancora oggi i nostri studi. Perché nessuno, un domani, possa dire a un giovane che studiare ciò che ti appassiona non ti garantisce un futuro.

Scienze della comunicazione e insegnamento: la classe A065 funziona?

Istituita classe di concorso a scuola per i laureati in Scienze della comunicazione (A065). Le graduatorie sono pronte e definitive ma le scuole non attivano gli insegnamenti. Giustamente da anni c’è chi insegna comunicazione con altre lauree, giustamente. Chi ci prende in giro?
Breve storia tratta dal manuale (inedito) “Le gioie di essere comunicatori”

Il “valore” della comunicazione

Forse è il caso di cominciare a parlare seriamente delle difficoltà lavorative di giornalisti, comunicatori e aspiranti tali. Ieri mi sono imbattuta in vari articoli che denunciavano la misera paga con cui un’azienda avrebbe inteso pagare un ingegnere civile plurititolato: 600 euro netti. Bene, oltre a mostrare sdegno per la notizia, ho tenuto a precisare che – purtroppo – a chi si occupa di comunicazione viene spesso proposta una paga ancora più misera. Io le definisco proposte indecenti. Ragazzi, non smetterò mai di ricordarlo: la comunicazione non è un regalo; si paga, esattamente come tutte le altre professioni!

La comunicazione non è di tutti

Lo devo dire, anche a costo di sembrare spocchiosa: la comunicazione professionale non è di tutti.
Ne parlavo l’altro giorno con una cara amica: oggi tutto è comunicazione, ma questo non significa che tutti possano improvvisarsi esperti. L’immersione pressoché totale nel mondo della comunicazione non significa che se sei su Facebook, Twitter e Linkedin puoi professarti un ottimo gestore di social media. Essere presenti on line è la base; ma ci sei a titolo personale e non professionale. E che dire di chi confonde come se niente fosse un blog con uno spazio su un social media? Credo sia quantomai necessario chiarire un concetto: così come non ti puoi improvvisare medico, allo stesso modo non puoi improvvisarti comunicatore. Certo, pare una cosa da poco: ma dietro scelte strategiche e studiate di comunicazione ci sono anni e anni di studio che non sono solo legate a come taggare le persone sui social. La prima cosa, lasciatemelo dire, è l’italiano: quanti post sgrammaticati state leggendo? Vi posso garantire che in tempi di campagna elettorale è ancora peggio. E, badate bene, anche per le campagne elettorali esistono i professionisti della comunicazione. Le pagine gestite artigianalmente dai giovani del partito sono artigianali per l’appunto, lontane anni luce da quelle gestite da chi fa comunicazione per mestiere. Ma poi qui entriamo nel mondo (ancora più difficile per quelli duri di comprendonio) dei pagamenti. Dirò una cosa che forse sconvolgerà qualcuno: la comunicazione si paga, ha un costo, esattamente come qualsiasi altro settore strategico di un’impresa. Non avete voglia di investire in comunicazione? Il risultato sarà sotto gli occhi di tutti. A me hanno sempre detto una cosa, a cui ora credo fermamente: tutto ciò che non costa non vale.